L’innominabile

Nel primo commento al post precedente, Silvia mi ha fatto riflettere, a proposito del racconto “Quell’acqua lì“, sul discorso del linguaggio e dell’importanza di chiamare le cose col loro nome. E mi è venuto in mente un collegamento con un’espressione tipica livornese, a proposito del “battezzare” qualcosa.

Quando uno ha un occhio un po’ gonfio, semichiuso e gli fa male, o ha preso un picchio (un pugno, ndr), oppure teme che possa venirgli questa cosa qui. A Livorno si sconsiglia di “battezzarlo” perché, una volta nominato, sarà certa la sua comparsa. Ad esempio:

A (con incipiente o…): Ohioi, oggi mi fa male un occhio.

B: Hai preso freddo?

A: Macché, mi sta per venire un o… (e dice l’innominabile parola per intero)

B: No!

A: No?

B: No, non lo dovevi battezzare, ora ti viene!

A: No, che merda…

Oppure:

A: Ohioi, oggi mi fa male un occhio:

B: Hai preso freddo?

A: Macché, mi sta per venire…

B: Zitto, non lo battezzare!

A: Eh?

B: Non lo battezzare, non lo nominare, sennò ti viene.

A: Boia, che culo che me l’hai detto in tempo! Sei un vero amico.

Ognuno immagini i personaggi come meglio crede.

Comunque, in questo caso, funziona al contrario rispetto al racconto: lì si battezzano le cose per renderle reali e sconfiggerle, qui NON si battezza l’innominabile perché lo si teme e non lo si vuole affrontare.

Quindi è ora di spezzare questa catena di ignoranza e superstizione, è ora di chiamare le cose col loro nome, di non temerle, di affrontarle a muso duro. Ecco perché adesso, l’innominalbile, lo chiamerò col suo nome, chiaro e forte, e vediamo cosa succede!

Non ti temo, brutto ORZAIUOLESKAPOTINANFUBIOLUO….

Scusate, proprio non ce l’ho fatta…


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