Meduse: nascere e crescere

C’è un racconto, nel libro, che si intitola “Meduse”. E’ il secondo della raccolta, dopo “Il prologo” (che funge da prologo pur essendo un racconto anch’esso). E’ molto breve e, in un certo senso, è stato scritto su commissione. L’ho scritto infatti durante un concorso in cui si doveva creare un brevissimo racconto (max 2550, spazi inclusi!) secondo una traccia data e con un tempo prestabilito. La traccia riguardava un amore finito e l’ultima frase recitava così: “ma c’è qualcosa che non scordo…”. E’ venuta fuori questa tranche de vie un po’ triste e un po’ cattiva, ed è nata un po’ per caso, dopo aver tirato fuori, dalla memoria e da elaborazioni precedenti, un’immagine molto vivida, e che credo sia nella memoria di un po’ tutti, o almeno di quelli che da piccoli andavano al mare. L’episodio si è svolto sulla spiaggia delle Ghiaie, a Portoferrario, durante uno dei miei tre anni di esilio forzato all’Isola d’Elba (il purgatorio degli insegnanti livornesi).

Era di maggio. O forse d’aprile. Un bel pomeriggio assolato. Qualcuno faceva già il bagno, ma la maggior parte delle persone si accontentava di prendere il sole. La spiaggia delle Ghiaie, come suggerisce il nome, è una spiaggia sassosa, formata da ciottoli bianchi e levigati con delle macchioline più scure. Secondo la leggenda, le macchie sarebbero gocce del sudore degli argonauti sbarcati a Portoferraio in cerca del Vello d’oro. Ma questa è un’altra storia. La mia è più semplice. Davanti a me osservavo dei bambini che giocavano sulla battigia: raccoglievano delle piccole meduse (la mareggiata della notte ne aveva spiaggiate parecchie) e le portavano sopra ai ciottoli per farle sciogliere al sole. Ho pensato che da piccolo l’avevo fatto anch’io. La ricerca del nemico, spesso, termina con la cattura del più debole. Durante questa lunga operazione, le loro mamme, a una certa distanza, si spalmavano l’olio solare e chiacchieravano con le amiche, gettando ogni tanto un’occhiata ai figli, assicurandosi che non toccassero le meduse con le mani ma solo coi retini. Questa indifferenza verso la morte (seppure di qualcosa che sembra più una gelatina alimentare che non un essere vivente) mi ha colpito. E scrissi questa poesia (durante gli anni d’esilio all’Elba  ho scritto poesie e non racconti):

Piccole bambine bionde

sollevano le gonne

raccolgono meduse nel palmo della mano

le sciolgono al sole.

Le mamme ridono intanto.

Morte crudele di essere inferiore

non tocca coscienza

né cruda né marcia.

A distanza di poco, ho elaborato questa poesia e ci ho scritto una canzone in inglese, un po’ nello stile degli Smiths. Si apre con l’immagine delle bambine bionde che sciolgono le meduse, vi ho aggiunto una strofa su dei bambini abbronzati che staccano le zampe ai granchi, e ho basato il ritornello sulle mamme che, indifferenti, si spalmano la crema solare. Questo è quello che ne è uscito. Si intitola Mummies (mummie o “mammine”):

Little blonde girls raise their skirts and

gather jellyfish in the palm of their hands

and melt it under the summer sun

and melt it under the summer sun

Mummies around them put sun cream on, put sun cream on

Mummies around them put some cream on

To prevent their skin from skinning

To prevent their face from shrinking

Day after week after month after year

Day after week after month after

Little tanned boys catch small crabs and

Hold them tight in the palm of their hands

and slowly pluck their legs one by one

and slowly pluck their legs one by one

Mummies around them put sun cream on, put sun cream on

Mummies around them put some cream on

To prevent their skin from skinning

To prevent their face from shrinking

Day after week after month after year

Day after week after month after

Mummies around them bless their freedom, bless their freedom

Mummies around them bless their freedom

And –  watch – their – little – sons – and – daughters

Cruelly – killing – harmless – creatures

Watch their little sons and daughters

Cruelly killing harmless creatures

And la-a-augh outloud.

Quando mi hanno dato la traccia del racconto da scrivere, ho avuto subito l’immagine delle meduse, solo che dovevo riadattarla alla storia d’amore. Allora ho tolto i bambini, le mamme, e ho messo in scena soltanto una coppia, in uno di quei momenti rivelatori che, chi ha una storia d’amore da un po’ di tempo, dovrebbe conoscene bene. Il racconto che ne è uscito fuori è diverso dalla poesia e dalla canzone, ma ne conserva la visionarietà, credo. Lo pubblicherò, PER INTERO, nel prossimo post, visto che ora devo uscire. Staserà sarò al Teatrofficina Refugio a vedere Livorno Pulp, scritto e diretto da Viola Barbara.  Viola è il nome. Barbara è il cognome. Sono curioso.

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