Il nuovo racconto

Ecco, questo è la prima pagina del nuovo racconto che ho quasi finito di scrivere. Si intitola Quell’acqua lì. Lo spunto mi è stato offerto da un mio momento di cedimento mentre ero in fila in macchina. Il giorno prima c’era stato il funerale di mio padre. La strada dell’inizio, per chi conosce Livorno, è quella che costeggia la Fortezza Nuova (Viale degli Avvalorati, credo). Il racconto è scritto al passato, ma può darsi che diventi al presente.

Quell’acqua lì

Cominciò tutto all’improvviso. Aveva scalato la marcia, dalla terza alla seconda, aveva premuto il freno, di nuovo la frizione, messo in prima, e l’auto si era fermata in coda sotto al sole. Era una bella mattinata di settembre e lui si trovava lì. La macchina davanti alla sua aveva lasciate inserite le doppie frecce, lui cominciò a fissarle senza sbattere le palpebre. Ed ecco dove e quando tutto cominciò, quasi non se ne accorse. Gli occhi gli si annebbiarono e lui non poté più trattenersi. Non era lui che piangeva, erano solo gli occhi, non la smettevano. Lui perse ogni tipo di cognizione, dov’era, cosa faceva, chi era. Sentiva solo dell’acqua che scorrendogli sulle guance arrivava fino al collo, ma non era proprio acqua, com’è che si chiama, è come l’acqua ma viene dagli occhi, come un fiume ma non proprio un fiume, quell’acqua lì. Sentì un frastuono dietro di sé, un accumulo di rumori simili e diversi, come un grappolo di note messe insieme a caso, non sapeva cosa fossero ma gli davano fastidio come l’acqua che gli era scesa sul collo. Le luci arancioni che prima gli lampeggiavano davanti erano lontane, erano sparite. Sentì qualcuno urlare, non riconobbe le parole ma la violenza del tono. Reagì meccanicamente a quel richiamo, come in trance accostò l’auto sulla destra, sentì un sobbalzo, aveva colpito qualcosa, anzi, no, ci era salito sopra, su quella cosa lunga che costeggia la strada. L’auto si spense e lui rimase lì, con un velo umido davanti agli occhi, vide sfilare accanto a sé una serie interminabile di macchine, qualcuno da dentro gli urlava qualcosa, faceva gesti, pestava sul campanello, campanello?, chiuse gli occhi e appoggiò la fronte sulla ruota che gira, l’acqua cadde verso il basso, mucchietti d’acqua di cui gli sfuggiva il nome. Non era triste, no, non gli pareva proprio, ma l’acqua continuava a uscire, non sapeva come fermarla, non capiva se doveva fermarla o no. Gli bruciava la testa, la nuca, il dietro del collo, la macchina era di quel colore che attira il sole. Poi sentì un toc toc di fianco a lui. Girò la testa di lato e vide una persona che cercava di dirgli qualcosa attraverso il vetro. Lui non capiva. Lei gli indicò il finestrino e fece un gesto con la mano chiusa, girandola velocemente. Non era molto chiaro. La ragazza allora aprì lo sportello, premette un pulsante interno e il finestrino andò giù. Richiuse lo sportello e gli parlò dal finestrino aperto.

“Tutto a posto?”

“Come?”

“Si sente bene, vuole che chiami qualcuno?”

“Chi?”

“Non so, qualcuno che conosce, un amico, un parente.”

“Chi?”

“Lei è sposato?”

“Con chi?”

“Come con chi? Con una moglie.”

“No, non mi sembra.”

“Senta, come si chiama?”

“Chi?”

“Lei.”

“Mia moglie?”

“No, non sua moglie, lei, cioè, tu, come ti chiami?”

“Non me lo ricordo.”

Advertisements

About this entry