Quell’acqua lì (racconto completo)

Ho pubblicato, due giorni fa, un post con l’inizio del mio nuovo racconto, Quell’acqua lì.

Ecco, l’ho finito, lo riposto tutto intero. Forse ha bisogno di qualche limatura, ma ormai è nato, e vuol vedere la luce (telematica, ma sempre luce). Alessandra dice che ha un sapore almodovariano. Che per me è un complimento.

Enjoy.

Quell’acqua lì

Cominciò tutto all’improvviso. Aveva scalato la marcia, dalla terza alla seconda, aveva premuto il freno, di nuovo la frizione, messo in prima, e l’auto si era fermata in coda sotto al sole. Era una bella mattinata di settembre e lui si trovava lì. La macchina davanti alla sua aveva lasciate inserite le doppie frecce, lui cominciò a fissarle senza sbattere le palpebre. Ed ecco dove e quando tutto cominciò, quasi non se ne accorse. Gli occhi gli si annebbiarono e lui non poté più trattenersi. Non era lui che piangeva, erano solo gli occhi, non la smettevano. Lui perse ogni tipo di cognizione, dov’era, cosa faceva, chi era. Sentiva solo dell’acqua che scorrendogli sulle guance arrivava fino al collo, ma non era proprio acqua, com’è che si chiama, è come l’acqua ma viene dagli occhi, come un fiume ma non proprio un fiume, quell’acqua lì. Sentì un frastuono dietro di sé, un accumulo di rumori simili e diversi, come un grappolo di note messe insieme a caso, non sapeva cosa fossero ma gli davano fastidio come l’acqua che gli era scesa sul collo. Le luci arancioni che prima gli lampeggiavano davanti erano lontane, erano sparite. Sentì qualcuno urlare, non riconobbe le parole ma la violenza del tono. Reagì meccanicamente a quel richiamo, come in trance accostò l’auto sulla destra, sentì un sobbalzo, aveva colpito qualcosa, anzi, no, ci era salito sopra, su quella cosa lunga che costeggia la strada. L’auto si spense e lui rimase lì, con un velo umido davanti agli occhi, vide sfilare accanto a sé una serie interminabile di macchine, qualcuno da dentro gli urlava qualcosa, faceva gesti, pestava sul campanello, campanello?, chiuse gli occhi e appoggiò la fronte sulla ruota che gira, l’acqua cadde verso il basso, mucchietti d’acqua di cui gli sfuggiva il nome. Non era triste, no, non gli pareva proprio, ma l’acqua continuava a uscire, non sapeva come fermarla, non capiva se doveva fermarla o no. Gli bruciava la testa, la nuca, il dietro del collo, la macchina era di quel colore che attira il sole. Poi sentì un toc toc di fianco a lui. Girò la testa di lato e vide una persona che cercava di dirgli qualcosa attraverso il vetro. Lui non capiva. Lei gli indicò il finestrino e fece un gesto con la mano chiusa, girandola velocemente. Non era molto chiaro. La ragazza allora aprì lo sportello, premette un pulsante interno e il finestrino andò giù. Richiuse lo sportello e gli parlò dal finestrino aperto.

“Tutto a posto?”

“Come?”

“Si sente bene, vuole che chiami qualcuno?”

“Chi?”

“Non so, qualcuno che conosce, un amico, un parente.”

“Chi?”

“Lei è sposato?”

“Con chi?”

“Come con chi? Con una moglie.”

“No, non mi sembra.”

“Senta, come si chiama?”

“Chi?”

“Lei.”

“Mia moglie?”

“No, non sua moglie, lei, cioè, tu, come ti chiami?”

“Non me lo ricordo.”

“Ti sei fatto male? Perché piangi?”

Ecco, piangere, piangere, ha a che fare con l’acqua che scende dagli occhi, piangere, ma non è proprio la parola giusta, quell’acqua salata non si chiama piangere, ha un altro nome ma gli sfugge.

“Non mi riesce di smettere.”

“Ma ti fa male qualcosa?”

“No, non mi fa male niente, fanno tutto gli occhi da soli, ero in fila e poi è venuta quest’acqua, continua a scendere, non so se devo fermarla.”

“E come ti chiami non te lo ricordi? Ce l’hai un documento, una tessera…”

Lui si alzò leggermente dal sedile e sfilò il portafogli dalla tasca. La ragazza lo prese e ne estrasse la carta d’identità.

“Ti chiami Giovanni. Giovanni Morandi. Te lo ricordi?”

L’uomo fece cenno di no.

“Abiti proprio qui dietro. Ce l’hai un cellulare?”

“Cosa?”

“Un cellulare, un telefonino.”

La ragazza fece un gesto con il pugno davanti all’orecchio. Lui scrollò le spalle.

“Puoi guardare nelle tasche?”

“Preferisco di no.”

“Perché?”

“Se abbasso la testa l’acqua scorre di più.”

“Non c’è bisogno che abbassi la testa. Basta che infili una mano in tasca e senti se c’è.”

Quest’idea gli piacque. Il fatto di poter toccare senza guardare. Infilò le mani in tasca e scrollò di nuovo le spalle.

“Niente?”

“Questo.”

Tirò su, per uno dei fragili angoli, un fazzoletto di carta moccicoso e lo lasciò lì, a pendere dalle sue dita, davanti al viso, come una grinzosa e sfortunata bandiera bianca.

“Che schifo, buttalo via.”

Giovanni si guardò intorno.

“Rassegnati, butta pure per terra.”

Giovanni se lo rinfilò in tasca. Nel fare così si scordò della mutua indipendenza dei sensi, abbassò la testa e l’acqua venne giù più copiosa, più veloce, era la forza di gravità, la forza di gravità.

“Senti Giovanni, non mi sembra che tu stia molto bene. Non so se è un attacco di panico o cosa, comunque le cose sono due: o chiamo il 118, e ti fanno un controllo, o se vuoi ti accompagno a casa, visto che stai qui vicino.”

“Non lo so dove abito.”

“C’è scritto sulla carta d’identità, non ti preoccupare.”

“Cos’altro c’è scritto sulla carta d’identità?”

“Che sei nato a Roma il 9 aprile di quarant’anni fa, che fai il geometra e che sei coniugato.”

“Coniugato?”

“Sposato.”

“Con chi?”

“Questo non c’è scritto. Ma forse a casa tua lo scopriamo. Ti ricordi se hai dei figli?”

“No, non me lo ricordo.”

“Vabbè, ora scopriamo anche quello.”

I due si avviarono verso casa di Giovanni. Mentre camminavano, l’acqua continuava a uscirgli dagli occhi. Lui si guardava intorno, ma quelle strade, quei palazzi, quei negozi non gli dicevano niente.

“Questo è il tuo quartiere, lo riconosci?”

Lui scrollò le spalle.

“La via dove abiti è proprio là dietro, magari riconosci il portone.”

Lui non sembrava neanche ascoltarla.

“A proposito, nella confusione non ti ho detto nemmeno come mi chiamo. Sono Maria Giovanna, ma tutti mi chiamano Merygiò.”

“Merygiò?”

“Sì, faccio la volontaria AVO, e all’ospedale tutti mi chiamano così, i malati, gli infermieri, i dottori, Merygiò. Perché?”

“Sembra qualcosa da bere.”

“Sempre meglio di te che ti chiami come il cantante.”

“Il cantante?”

“Morandi, Gianni Morandi, non mi dire che non lo conosci, e sì che sei vecchiotto…”

“No, non me lo ricordo, è bravo?”

“Mah, nel suo genere…”

E qui si interruppe la conversazione. I due camminarono uno accanto all’altra, lei arrancava un po’, con quelle gambette corte, lui procedeva deciso, con gli occhi annebbiati, si fermava a ogni incrocio e la aspettava, attraversavano insieme nelle direzione che lei sapeva, e poi lui riallungava il passo fino al successivo incrocio. Arrivarono al numero sedici. C’erano solo due targhette e Merygiò suonò il campanello con scritto Morandi-Tozzi. In un’altra occasione avrebbe riso molto per una sciocchezza così. Non rispose nessuno. Merygiò riprovò una seconda volta, senza successo.

“Va bene, adesso suoniamo ai vicini, tu dici – scusi, sono il signor Morandi, fatti mandare dalla mamma a prendere il latte…”

Lui non le rispose nemmeno, non solo non aveva capito la battuta, non aveva capito neanche che si trattava di una battuta.

“No, scherzo, tu dici – scusi, mi sono scordato le chiavi, mi può aprire il portone? – così entriamo e parliamo con loro, magari ti viene in mente qualcosa. Va bene?”

Si voltò verso Giovanni e vide che questi teneva davanti a sé un mazzo di chiavi, proprio come prima teneva il fazzoletto sporco.

“E queste dove le tenevi?”

“Erano nella tasca che sta dentro.”

“Visto? Ora vedrai che tutto si risolve. Ce la fai a smettere di piangere?”

Lui scrollò le spalle. Entrarono nel portone. Sulla prima porta a destra c’era la targhetta con scritto Morandi-Tozzi. Sulla porta di fronte c’era scritto Gioia. Merygiò provò a bussare ai vicini, a suonare il campanello, ma nessuno le rispose. Decise allora di aprire la porta di Giovanni. Lui le stava dietro.

La prima cosa che notò fu l’aria stantia. La seconda il silenzio. Fece qualche passo in avanti, sussurrò un paio di timidi permesso, infine entrò nel salotto. Era un normale salotto in disordine, con molti posaceneri pieni di cicche. Lei andò verso la finestra, la aprì. Lui le stava dietro. Lei si voltò.

“Ti ricordi qualcosa? Guardati un po’ intorno.”

Lui vide un pacchetto di sigarette aperto sul bracciolo del divano. Come un automa si sedette, prese una sigaretta e se la portò alla bocca. Dopo averla accesa, gli cadde l’accendino per terra. Si chinò a raccoglierlo e l’acqua dagli occhi, un po’ per la posizione, un po’ per il fumo, cominciò a scendere più forte. Accanto alla zampa del divano vide qualcosa che luccicava, lì per lì non distinse cos’era, per via di quel velo umido agli occhi, dovette toccarla perché riconoscesse qualcosa di familiare, quel rettangolo di ferro bucato che contiene le foto. Lo tirò su, il vetro era rotto. La foto era a terra, anzi erano due, anzi, no, era una foto strappata in due. Da una parte c’era lui, gli pareva. Dall’altra una donna con i capelli corti, magra, forse bella. Congiunse i bordi strappati della foto, si appoggiò allo schienale del divano e aspettò che l’acqua diminuisse d’intensità per poter vedere meglio l’immagine. Merygiò era dietro al divano, sbirciava la foto nelle mani di Giovanni. Tutto sapeva d’abbandono. Lo lasciò lì sul divano e cominciò a esplorare le altre stanze. Arrivata davanti alla camera da letto, diede due colpetti alla porta e chiese permesso. Era vuota. Pur nella penombra da finestra chiusa, notò che qualcosa non andava. Il letto era sfatto, alcuni indumenti erano per terra, altri appoggiati alla spalliera del letto, altri ancora sulle ante aperte dell’armadio, per terra c’era una valigia aperta. Si sedette sul bordo del letto, accese l’abat-jour. Rovesciata sul comodino c’era una cornice. La girò. Una donna sorridente, la stessa della foto strappata, guardava in macchina. Sulla sinistra c’era mezza faccia di Giovanni concentrata nel fare la foto tenendo la fotocamera a un braccio di distanza. A Merygiò sembravano felici. Non era molto pratica di storie d’amore, ma sapeva, per esperienze e confidenze altrui, che i lunghi rapporti potevano terminare in due modi: la rassegnazione o la fuga. In questo secondo caso c’entrava quasi sempre una terza persona. Mentre provava a immaginare cosa potesse essere successo, cosa o chi avesse portato la moglie di Giovanni a fuggire, sentì qualcosa di metallico che le premeva sotto la coscia. Si alzò un poco e tirò fuori, da sotto il lenzuolo sgualcito, una cintura di cuoio. La fibbia era massiccia, era una cintura da uomo. Guardò gli altri indumenti sparsi per la camera. Si accorse che, per la maggior parte, erano camicie e pantaloni da uomo. Andò verso l’armadio e spalancò le ante socchiuse. Due terzi dell’armadio erano perfettamente in ordine. Vi si trovavano, disposti per tonalità di colore, camicie, gonne e pantaloni da donna. L’altro terzo dell’armadio, invece, era semivuoto. Vi erano rimaste solo due o tre camicie a quadri e un mucchietto di cravatte. La ragazza prese la foto del  comodino e tornò in salotto. Giovanni si era addormentato, tenendo tra le mani l’altra foto, quella strappata. Il sonno aveva interrotto il flusso continuo del suo pianto, le palpebre come dighe fermavano la sciagura. Mentre lo guardava, Merygiò sentì un rumore dietro di sé. Si voltò e vide sulla porta una signora anziana. Era vestita di nero, nonostante il caldo. Con una mano teneva la borsetta, con l’altra un fazzoletto che usava per asciugarsi il sudore.

“Permesso. Cercavo il signor Morandi. Ho visto la porta socchiusa e ho pensato di entrare. Sono la vicina.”

Merygiò si avvicinò a lei.

“Il signor Morandi sta dormendo. L’ho trovato per strada in stato confusionale e l’ho riaccompagnato a casa. Non ricorda niente. Ha pianto per tutto il tempo, ma non sapeva perché. Io sono Merygiò.”

“Come sta, ora?”

“Prima di addormentarsi non ricordava niente. Lei sa cos’è successo? Sua moglie l’ha lasciato?”

La signora Gioia sbirciò in direzione di Giovanni, poi prese Merygiò per un braccio e la portò verso la cucina. La squadrò da capo a piedi, poi parlò sottovoce.

“Ma noi non ci siamo già viste?”

“Può darsi, sono volontaria AVO, vedo tanta di quella gente…”

“È alle cure palliative?”

“Sì, anche.”

“Io sono la cognata di Mirella Bani, è morta alle cure palliative un mese fa.”

“Mirella, quella con il cancro al polmone?”

“Sì, è lei, pace all’anima sua. Forse allora ci siamo incrociate lì.”

“È probabile.”

“Giovanni non le ha detto niente di quello che è successo?”

“Lui dice di non ricordare.”

“Poveretto, ci credo. Certo è anche un po’ colpa sua.”

“Di cosa?”

“La moglie lo ha lasciato, è vero.”

“Aveva un altro?”

“No, no di certo. Veronica non era il tipo.”

“E allora?”

“In realtà è stato lui a lasciarla.”

Il pensiero di Merygiò corse alla camera, all’armadio. Mancavano i vestiti da uomo, non da donna.

“Quando?”

“Tre giorni fa. Non so perché, ho solo sentito delle urla e dopo un po’ lui se n’è andato sbattendo la porta. Non era la prima volta che succedeva, di solito tornava a casa dopo qualche ora, sbronzo, e tutto si aggiustava. Ma stavolta era più serio. Aveva un borsone con sé. Il pomeriggio del giorno dopo è venuta Veronica a casa mia. Stava uscendo, aveva le chiavi della macchina in mano, andava qualche giorno da una sua amica fuori città, anche se ho notato che non aveva valigie né borse, con sé. Le ho chiesto se fosse tutto a posto, mi ha detto che lui non rispondeva al cellulare. Era la prima volta che la vedevo così distaccata. Mi ha chiesto di annaffiarle le piante, mi ha lasciato il doppione delle chiavi. Poi è andata via.”

“E lui è tornato e non l’ha trovata?”

“No, lui è la prima volta che lo vedo qui da quando ha lasciato la casa. Non so cos’abbia fatto. Ma ieri è arrivata la polizia e lo cercava.”

“Cos’aveva fatto?”

“Non lui, lei. Un cercatore di funghi l’ha trovata in un burrone accanto a un cespuglio, dopo aver visto l’auto fracassata tra gli alberi. Era stata sbalzata fuori dalla macchina. Nessuno si è accorto di niente.”

“Com’è possibile?”

“Dalla strada non si vedeva niente, era un tratto senza guard-rail e non c’erano segni di frenate. Hanno detto che potrebbe trattarsi di…”

“Magari è solo un incidente.”

“Chissà. Povera Veronica. Comunque l’incidente pare sia avvenuto la sera stessa in cui lei è uscita di casa. È stata lì due giorni interi. Dicono che ha sofferto molto.”

“Che brutta fine.”

“No, no, non è morta, è all’ospedale. Ci sono passata ieri. Ha quattro vertebre frantumate, ha perso i denti, un occhio e ha il cranio fratturato. Ed è in coma. Giovanni non s’è mai visto. Credo non sapesse niente. Bisogna svegliarlo, bisogna dirglielo.”

“Io credo che lo sappia già. Qualcuno glielo avrà detto. Avrà letto il giornale. Sennò non piangerebbe così. L’ha solo rimosso.”

“Comunque va svegliato, gli va detto, deve andare in ospedale.”

“D’accordo, ora lo svegliamo e lei gli racconta tutto, così andiamo in ospedale.”

“No, non me la sento, abbia pazienza, lo faccia lei che è abituata, mi pare tanto brava, io vado di là e telefono alla polizia, li devo avvertire. Torno subito.”

Al reparto Merygiò aveva assistito molte volte a queste fughe, a queste ritirate emotive, le aveva viste fare dai figli, dai genitori, dagli amici più cari. Era abituata. Mentre la signora Gioia usciva di casa, lei tornò in salotto e vide che Giovanni si era svegliato. Guardava di nuovo la fotografia strappata e l’acqua aveva ricominciato a scorrere. Lei si mise a sedere accanto a lui e gli tolse la foto dalle mani. Lui fece una leggera resistenza, poi la lasciò andare.

“Dobbiamo andare all’ospedale, lo sai?”

Lui fece cenno di sì.

“Sai quello che è successo?”

Un nuovo cenno d’assenso.

“Veronica ti aspetta. Forza, andiamo a prendere la tua macchina, se non te la senti guido io, tanto stavo andando all’ospedale. Prima però beviamo un bicchier d’acqua, che ti sei disidratato, con tutte quelle lacrime.”

Lacrime. Lacrime. Quanta fatica per chiamarle. Ecco, sono lacrime. Quei mucchietti d’acqua salata sono lacrime. Quel fiume che non si ferma mai sono le lacrime. Lacrime. Come aveva fatto a dimenticarsene? E mentre pensava a questo, mentre le battezzava per la seconda volta, le lacrime si fermarono. D’un colpo si fermarono. Era bastato chiamarle col loro nome e si erano fermate. Provò a farlo con la paura, chissà che non si fermasse anche lei. Pensò alla parola paura, la ripeté dentro di sé, ne scandì mentalmente le sillabe. Poi provò col dolore. Poi guardò Merygiò.

“Tu chi sei?”

“Come, sono Merygiò. Eri in macchina, non ricordavi nulla, ti ho portato a casa.”

“Ah, è vero. Grazie Merygiò. Chiami le cose col loro nome, tu. Questo mi aiuta molto. Andiamo?”

“Sì, lo dico alla signora Gioia.”

Mentre lei si avviava verso la porta, il telefono di casa squillò. Guardò Giovanni, immobile in un angolo della stanza. Merygiò non disse niente, al quarto squillo raccolse lei la cornetta.

“Pronto? Sì, casa Morandi… Sì, cioè, no, non sono una parente, però sono volontaria AVO… No… sì… sì, guardi è qui, glielo passo subito.”

Merygiò tese la cornetta a Giovanni.

“È l’ospedale. Ci sono novità.”

Giovanni si avvicinò, fece dieci passi per raggiungerla. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Si portò la cornetta all’orecchio, disse ‘pronto’ e si mise in ascolto. Lì per lì Merygiò non seppe se erano buone o cattive notizie. Notò solo che, mentre Giovanni annuiva, non c’erano lacrime sul suo volto.

Fine?

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