Vulnerabile (racconto in mezz’ora)

Al clubbino di scrittura del martedì ogni tanto ci diamo alla scrittura estemporanea. Scriviamo in mezz’ora un breve racconto ispirato a un tema, uno stile, ecc. Poi li leggiamo tutti e li commentiamo. Lo scorso martedì abbiamo ripetuto un esperimento già fatto lo scorso anno, ovvero scrivere un racconto ispirato a una fotografia. Ce n’erano 4 o 5, di fotografie. Erano immagini di film (sconosciuti, almeno a me) che potevano ispirare storie di vario tipo (una ragazza di notte in un cimitero – horror; un uomo con delle bambole smontate – fantascienza; quattro uomini in un’officina – quotidiano, ecc.).

Anch’io ne ho scelta una. Appena l’ho vista mi è venuta in mente una situazione. E questo è il racconto che mi ha ispirato. Si intitola

 

Vulnerabile

“Hanno la testa così calda. Tutto scorre, qui dentro, tutto va veloce, loro sanno tutto, lo sanno ancora prima di saperlo. È tutto questo ragionare che li fa dormire. Si stancano e devono dormire.”

Le mani della donna accarezzano i capelli sudati dei bambini. La piccola ha un sussulto, prova a girarsi, sta scomoda sulla panca. Edoardo non è abituato a dormire così disteso, lui si rannicchia sempre, e come ora stringe le braccia davanti a sé, sul petto, una mano sul collo, sente il battito del suo cuore e il sangue nelle arterie che si proietta orizzontale.

“Perché li devo amare? Chi l’ha detto che una madre debba amare i propri figli? È giusto che io sia debole, che io mi arrenda, per loro?”

I muscoli delle cosce le si sono addormentati. È la pressione della loro testa, la vita che pesa su di lei, le ha fermato il sangue. Cerca di muovere le gambe ma lentamente, non vuole svegliarli. La piccola apre gli occhi, è un attimo, ricorda dove si trova. Si tira su a sedere e appoggia l’orecchio al seno della madre.

“Mamma…”

La mamma le disfa la treccia e gliela rifà con scatti minimi e svelti.

“Mamma, quando torna?”

“Non lo so, ma non avere paura.”

“Mamma, cosa vuole?”

“Niente, amore, niente, tu non devi avere paura, non ti farà niente.”

“Ma hai sentito cosa ha detto? Hai visto lo schiaffo che ha dato a Edoardo?”

“Sì, l’ho visto, ma la mamma ci ha parlato, si è messa d’accordo, non ti devi preoccupare, non ti farà niente, nessuno ti farà niente, né a te né a Edoardo.”

“Mamma, ma perché…”

La serratura scatta. La bimba smette di parlare, spalanca gli occhi e guarda la madre.

“Non ti preoccupare, non vi succederà niente. Ha promesso.”

La bambina si volta verso la porta. È buio da quella parte, non vede niente. La madre è immobile, la bambina ha ancora l’orecchio appoggiato al suo seno, sente il cuore che batte furibondo, la bambina lo sa, la mamma ha paura, la mamma ha paura. La madre non si muove, accarezza la testa tel bambino, bacia quella della bambina, mamma, non ti alzare, non te ne andare, ma dal buio arriva una voce. Quella voce.

“Cosa aspetti, alzati troia, vieni di là.”

Il bambino dorme. La madre si alza. La bambina la guarda allontanarsi, fa tre passi, uno, due, tre, si volta, sorride.

“Non avere paura. Non vi succederà niente. Ha promesso. Ha promesso.”

 

Ora, che foto vi immaginate?

Per ora immaginatela, appena ho più tempo la scannerizzo e la metto in un post.

Volevo dirvi anche che stasera sarò al Teatrofficina Refugio a vedere lo spettacolo Salud, un “monologo sulla guerra civile spagnola, sulla speranza della rivoluzione anarchica e la disperazione della fine di un sogno”, scritto e diretto da Beppe Casales.

Per un teatro politico.

 

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