Londra 1997: un’estate irreale

Nell’estate del 1997 io e Alessandra eravamo a Londra. Assistemmo a un evento incredibile, il funerale di lady Diana, una delirante autosuggestione di massa, dove la gente piangeva disperata per strada e l’aria era satura dell’odore dei mazzi di fiori appassiti.  Così descrive l’evento Wikipedia:

Il 6 settembre 1997 per le strade di Londra si riversarono circa 3 milioni di persone. Il feretro di Diana fu posto su un affusto di cannone e da Kensington Palace passò per Hyde Park fino a St James’s, dove il principe Carlo, i principi William ed Harry, il principe Filippo, Charles Spencer e i rappresentanti delle tante organizzazioni di cui la principessa era benefattrice, si unirono al corteo dietro la bara. Il pubblico presente al funerale gettò fiori al passaggio del feretro e per tutto il percorso.

I funerali della principessa del Galles furono celebrati nellabbazia di Westminster e durante la cerimonia Elton John cantò una versione modificata per l’occasione di Candle in the Wind. Furono seguiti dalle televisioni di tutto il mondo ed oltre un milione di bouquet furono lasciati davanti al suo appartamento a Kensington […]

Il giorno del funerale le strade del centro erano state chiuse al traffico, invase da centinaia di migliaia di persone con l’aria afflitta e bouquet primavera. E’ stato uno dei momenti più irreali che abbia mai vissuto (primo classificato: è un’altra vita! è un’altra vita! Frase in codice…).

Il giorno dopo io e Alessandra, non troppo afflitti dall’evento, abbiamo visitato una mostra temporanea alla Royal Academy of Arts. Si intitolava “Sensation!” e raggruppava i nuovi nomi (alcuni già famosetti, altri piuttosto sconosciuti, almeno a me) dell’arte britannica contemporanea. Non sapevamo, allora, che fosse così importante (anche perché, dal titolo, uno poteva pensare a una cazzata spaventosa..). Quindi siamo entrati abbastanza scettici. Devo invece dire che quel che vidi mi piacque parecchio, e che ancora oggi ricordo molte delle opere presenti.

C’era un artista che si era tolto il sangue per vari mesi, lo aveva collezionato, lo aveva semi-congelato e poi plasmato per farne una scultura-autoritratto. Era conservato in una teca-frigo…

Un’altro aveva fatto il ritratto di una assassina di bambini realmente vissuta accostando le sagome di centinaia di manine sulla tela (grande polemica…)

Poi c’era il celebre Damien Hirst,  con un maiale tagliato a metà e separato in due contenitori di vetro pieni di formaldeide e montati su rotaie. A un certo punto una metà si allontanava dall’altra e si vedevano le interiora del maiale. Se non sbaglio si intitolava tipo “Little pig goes shopping, little pig stays home”. Ironico, anche.

Ma ecco che entro in una stanza e subito mi riallaccio alla sensazione di irrealtà provata il giorno prima ai funerali di Lady D. E’ una stanza vuota, se non ricordo male. In mezzo, per terra, vedo qualcosa di lungo, grigio, di circa un metro, ma non vedo esattamente cos’è. Mi avvicino. Disturba. Si tratta un uomo nudo, morto, disteso per terra, lungo circa un metro ma perfettamente proporzionato. E’ questo che lo rende così fastidioso, la sua perfezione e la sua piccolezza. Il titolo dell’opera è Dead dad (papà morto), ed è stata una delle sue prime opere importanti. Per me è geniale. Non mi stupisco che in seguito Ron Mueck sia diventato un artista famoso. Non so se in video fanno le stesso effetto che dal vivo, non credo proprio, ma vi segnalo comunque questo video su Youtube dove potete vedere un montaggio di altre sue sculture. Solo in alcune, però, si percepisce la stranezza del fatto che siano più piccole o più grandi del normale. Io le trovo molto inquietanti ma belllissime.

E in fondo ricordate: la realtà non esiste.

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