Calvino alla leggera

Mi hanno sempre affascinato, le Lezioni Americane di Calvino.  Io le considero un testo letterario, oltre che un saggio sulla letteratura. Calvino spiega, in sei lezioni, ciò che sta (meglio: che dovrebbe stare) alla base della letteratura. La prima di queste basi è, appunto la leggerezza. Questo è l’inizio della prima conferenza (che non ha mai avuto luogo: Calvino è morto poco prima di recarsi in America, ma per fortuna era uno che si preparava e aveva già messo per scritto i suoi interventi):

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire. Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio […]”

Ora, mi pare fosse un po’ quello che faceva Raymond Carver, chissà cosa avrebbe pensato Calvino dei suoi racconti (Calvino è morto nel 1985, proprio quando Carver iniziava a eseere “famoso”)…

Comunque, non volevo parlare della leggerezza, in realtà.

Oggi Alessandra mi ha mandato una mail con due brani tratti dagli scritti di Calvino. Parla di quando un autore pubblica il suo primo libro. Di come questo influenzi fatalmente il suo futuro di scrittore. Ma lo dice così bene…

“Forse, in fondo, il primo libro è il solo che conta, forse bisognerebbe scrivere quello e basta, il grande strappo lo dai solo in quel momento, l’occasione di esprimerti si presenta solo una volta, il nodo che porti dentro o lo sciogli quella volta o mai più. Forse la poesia è possibile solo in un momento della vita che per i più coincide con l’estrema giovinezza. Passato quel momento, che tu ti sia espresso o no (e non lo saprai se non dopo cento, centocinquant’anni; i contemporanei non possono essere buoni giudici), di lì in poi i giochi son fatti, non tornerai che a fare il verso agli altri o a te stesso, non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile…”

“Finchè il primo libro non è scritto, si possiede quella libertà di cominciare che si può usare una volta sola nell vita, il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito; e questa definizione poi dovrai portartela dietro per la vita, cercando di darne conferma o approfondimento o correzione o smentita, ma ma più riuscendo a prescinderne.”

…Il primo libro già ti definisce mentre tu in realtà sei ancora lontano dall’esser definito…

Bello, eh?

E questo porta direttamente all’irriducibilità del linguaggio al pensiero, e al tentativo delle parole di definire il mondo per dargli un senso, o magari solo per rassicurarci (a proposito, ve lo ricordate il racconto Quell’acqua lì?).

Ma è un altro, lungo discorso che forse si farà. Con legeresse

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