La prima prova col chitarrista

Stamani sono in festa. C’è il ponte dell’Immacolata, non lungo quanto il ponte più lungo del mondo, ma abbastanza per farmi tirare il fiato. Per tenermi alla larga, per 4 giorni di fila, dalle incipienti tempeste caratteriali e ormonali di decine di dodicenni. Per dedicarmi all’idea e alla scrittura.

Ieri ho avuto la prima prova col chitarrista. A questo punto, per chi non l’avesse riconosciuto dalla foto di 2 post fa, rivelo essere Antonio Ghezzani. E’ arrivato puntuale al Refugio, con la chitarra in spalla. Sorridente. Mi ha raccontato che sua figlia nata da poco è bionda con gli occhi azzurri e, essendo lui molto scuro, quando la porta a spasso la gente pensa che l’abbia rapita. M’ha fatto ridere. Bene. Gli ho regalato una copia del libro, tanto perché abbia un’idea di come e di quello che scrivo (lui mi conosce come membro dei Loungerie, che sono un po’ più scanzonati rispetto ai miei racconti). Gli ho fatto una dedica: di solito ai futuri o ai neo-genitori come lui, aggiungo sempre un riferimento all’importanza del ruolo di genitore. Funziona molto. Abbiamo cominciato le prove subito dopo. Gli ho detto che c’era una canzone in particolare che volevo che suonasse, per scarsa abilità mia con la chitarra. Ma che ero contento se le avesse suonate tutte e tre. Cominciamo con la prima, una canzone biografico-narrativa, Houdini (ha prevalso, nella scelta, sulle altre due del genere biografico, una dedicata a Emily Dickinson e un’altra a Hemingway). L’abbiamo provata subito. Bene. Siamo passati alla seconda, la più difficile, Jellyfish (quella che ha ispirato il racconto Meduse). Un po’ più complicata, ma niente di irrisolvibile. Siamo passati alla terza, Come un colore. Una canzone d’amore, direi. Che però vede l’amore come antidoto, non molto efficace – un po’ come il vaccino antinfluenzale – alla Fine. Mi pare che tutto fili liscio. Dopo un’ora e mezzo di prove abbiamo dovuto smettere per lasciare il palco all’artista che si sarebbe dovuto esibire  in serata, Totò Dynamite. Quindi abbiamo messo via le chitarre, siamo scesi dal palco e ci siamo avviati nell’atrio del Refugio. E’ a questo punto che Antonio, il chitarrista, mi ha detto:

“Senti, Emiliano, voglio essere sincero, le canzoni non mi dispiacciono, a parte una, ma proprio non sono il mio genere. Preferirei non farle perchè non mi sento a mio agio.”

No, scherzavo. Ci siete cascati?

Mi ha chiesto come funzionavano le prove, io gli ho detto che dipendeva da quanto tempo aveva lui, lui mi ha detto che preferisce provare molto perché sul palco vuole essere tranquillo, io gli ho detto che anch’io sono così, per cui abbiamo subito concordato di vederci domani.

Sempre che nel frattempo non legga il libro e cambi idea.

Ma per ora è una storia a lieto fine. Non succede spesso, no?

Ah, a proposito, ho detto al chitarrista di questo blog. Quindi può darsi che lo legga. Antonio, se lo leggi, sappi che collabori con uno che tanto normale non è.

Ma l’avrai già capito.

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