La poesia in TV

Ieri notte, sul tardi, ero al computer, che è al freddo, in camera-studio. Ale era di là in cucina-tinello-soggiorno-salotto (dal che si deduce che viviamo in una casa molto grande…) a dormire sul divano. Quando sono al computer do sempre un orecchio alla TV accesa nell’altra stanza. A un certo punto mi arriva una voce familiare, la sento che parla di Zavattini, di Ladri di biciclette… è facile, lo riconosco, è Vittorio de Sica. Torno in cucina-tinello-soggiorno-salotto, sposto le gambe di Ale allungate sul sofà, mi accomodo accanto a lei dormiente. Mi guardo su RaiTre questa trasmissione in bianco e nero su De Sica, con ospiti importanti che hanno lavorato con lui: la Loren, la Lollo, Zavattini, Paolo Stoppa, ecc. La trasmissione non era un granché dal punto di vista della regia: praticamente De Sica parlava di se stesso in una sala e ogni tanto interagiva con un ospite (che era accanto a lui oppure faceva finta di essere lì) rimembrando la loro collaborazione. Ma era comunque interessante (mi sono quasi commosso rivedendo la sequenza finale di ladri di Biciclette, pura POESIA). Finito il programma decido di andare a letto e comincio a prepararmi (metto il pigiama, mi lavo i denti, ecc.), ma nel frattempo lascio la TV accesa, sempre su raitre. C’è una sigla lunghissima, molto kitsch, e un titolo che non si capisce qual è: Psiche 3? Amore vero? Poesia? Decido di concedergli un paio di minuti. La sigla è molto lunga, molto brutta, con delle foglie autunnali che vagano sullo schermo, riflessi luminosi in continua dissolvenza incrociata con lo studio, dove gli ospiti, seduti, attendono con pazienza l’inizio della trasmissione. Finita la sigla appare lui, Gabriele la Porta, un personaggio enigmatico che è stato anche direttore di raidue ed è tuttora il direttore della programmazione notturna di tutte le reti rai (nonché vittima di una caricatura di Corrado Guzzanti, qualche anno fa). Esordisce più o meno così:

“Eccoci, finalmente, come avete visto questa trasmissione ha la sigla più lunga di tutti i tempi. Le sigle le fanno durare al massimo 1 minuto, in questa trasmissione la sigla ne dura 4. Chissà? E’ un mistero…”

(mi viene la curiosità di sapere chi prende i diritti d’autore per quella sigla…)

Poi un Gabriele parecchio su di giri introduce gli ospiti sconosciuti (almeno a me) che dovrebbero intendersi di poesia. Uno di questi ringrazia Gabriele e dichiara solennemente che loro sono dei combattenti, essendo gli unici che parlano di poesia in televisione (sarà bene non farlo sapere a Marzullo, che sennò, dopo il cinema, la tv, il teatro, vuole anche quella…).

La trasmissione è da subito sopra le righe, gli ospiti vanno avanti tra il divertito, il compiaciuto e l’imbarazzato. Il conduttore continua a insultare simpaticamente un ragazzo giovane che deve far parte della trasmissione (più tardi scoprirò che si chiama Egidio e che, insieme a Simona, è quello che sceglie le poesie da leggere in studio).

La scenografia richiama MOLTO vagamente l’antica Grecia, credo. E’ tremenda. Improvvisamente è ora di passare alle cose serie. Sullo schermo alle spalle degli invitati compare una poesia. Gabriele comincia a declamarla. E’ una poesia d’amore, intuisco che tutta la trasmissione sarà dedicata alle poesie d’amore. L’autore è tale Giuseppe Conte, introdotto come grande poeta italiano ma che io ignoro. Decido di prendere appunti per scrivere questo post. Purtroppo la poesia non ce l’ho fatta ad annotarla, ma grazie al fedele amico internet l’ho ritrovata e ve la dono:

L’amore vero, tu lo sai, è volere la gioia di chi non ci appartiene

è questo uscire, traboccare da se stessi,

come il sangue dalle vene per un taglio,

è l’irrinunciabile,

amore energia mutabile eterno bene.

Va bene, a uno può piacere o non piacere. Ma come si fa a parlare di poesia in questa televisione di oggi?

Si fa così.

Prima il bravo conduttore ha fatto rileggere la poesia a un espertone romano, che l’ha declamata col suo simpatico accento:

…è l’irrinunciaBBile,

amore energia mutaBBile eterno BBene.


Poi è cominciato il giro dei pareri e dei deliri.

Il primo dubbio è se l’amore debba anche essere appartenenza o no. Se l’amore vero è possessivo o no. Inizialmente, seguendo le parole della poesie (è volere la gioia di chi non ci appartiene), tutti hanno convenuto che no, l’amore non deve’ssere possessivo. Poi però Gabriele ha detto che la poesia dice anche l’esatto contrario, parla di traboccare, di sangue, è carnale,  e ha continuato:

Io in amore voglio possedere e essere posseduto. Bisogna slanciarsi (=lasciarsi andare) in amore, non bisogna fare come quelli che io chiamo gli stitici degli affetti…

E da qui molti hanno convenuto con Gabriele che sì, l’amore deve anche essere possessivo, e poi giù con una girandola di frasi mirabolanti:

“Questa poesia ci dice che il vero amore è come il latte che bollendo esce dalla pentola…”

“L’amore è un bisogno naturale…”

“C’è una canzone: Dammi il tuo amore, non chiedermi niente…”

“Ci sono tanti tipi d’amore…”

“In una coppia deve esserci l’amore vero…”

“Energia mutabile è proprio lo slogan dell’amore, per me…”

Vi giuro, non me le sono inventate, le ho trascritte.

L’ultima parola l’ha avuta il prete (perché sì, c’era anche un prete vestito da prete col crocefisso al collo) che è partito facendo un riferimento alla scenografia:

“Lo vedete quel puttino dietro le vostre spalle? Ecco, se lo guardate bene, in mano ha un piatto (…il putto col piatto…). Mentre ascoltavo la poesia lo guardavo e mi è venuto in mente qualcosa riguardo all’amore. Riguardo a un piatto di pasta che mamma e papà hanno preparato con amore per il loro figlio. All’amore del figlio, grato del piatto e dell’amore di mamma e papà. Ecco come dovrebbe essere l’amore…”

E con questa perla di saggezza, siamo passati al secondo poeta, Vicente Aleixandre, premio Nobel 1977. L’esperto romanesco ha declamato i versi del poeta spagnolo con la consueta leggerezza (…estro BBrillante… contaGGioso… nelle mie BBraccia si estingue…). Poi è cominciata la discussione, e sulla frase:

“Il rapporto d’amore è attrazione ma anche paura dell’attrazione…”

ho capito che dovevo andare a dormire. E così ho fatto.

Ma per farvi passare il disgusto della poesia in TV, vi lascio con un finale di poesia d’amore che a me piace molto. Mi ricorda il periodo in cui l’ho letta per la prima volta, ed ero giovane giovane. E’ anche per questo che mi piace molto.

[…] Come la roccia e l’erba,

come terra, sei chiusa;

ti sbatti come il mare.

La parola non c’è che ti può possedere

o fermare. Cogli

come la terra gli urti,

e ne fai vita, fiato

che carezza, silenzio.

Sei riarsa come il mare,

come un frutto di scoglio,

e non dici parole

e nessuno ti parla.

(Cesare Pavese, 15 novembre 1945)

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