Ariberto

Più di un mese fa avevo scritto un post riguardo a un’intervista telefonica fattami da una giovane giornalista che collabora col Tirreno per un articolo sul mio libro, La fine soltanto. Non è mai apparso niente, neanche un trafiletto, neanche un coccodrillo, ho provato anche a scrivere una gentile e-mail, ma non ho avuto risposta. La giornalista è scomparsa nel nulla.

Oggi invece è apparso questo articolo sul Tirreno:

…l’autore livornese Dominici. Vabbè.

Poco prima delle vacanze mi è stato proposto di scrivere l’incipit di una fiaba per una sorta di tavola rotonda che avrebbe avuto come argomento il mondo delle fiabe. Solo dopo ho capito che in realtà si trattava di un avvenimento più importante di una tavola rotonda. Io non ho mai scritto fiabe, tranne una molti anni fa che parlava di una mucca che mentre cammina le si attaccano addosso molti altri animali che si fanno trasportare, finché la mucca, esausta, si lascia cadere in un burrone.

Poi più nulla.

Allora mi sono detto: perché no? Magari verrà fuori qualcosa sui generis, ma qualcosa verrà fuori. A Dicembre avevo da poco finito di scrivere il racconto Quell’acqua lì, pubblicato poi su questo blog. Da lì mi è venuta l’idea per l’incipit della fiaba, che si intitola come il nome del protagonista, Ariberto. Ho scritto però qualcosa di più lungo di un incipit, allora ho proposto tre tagli diversi, progressivi. Perché poi, a questo laboratorio delle fiabe, genitori e bambini dovranno lavorare di fantasia e proseguire quel che io ho cominciato. Che è interessante.

Gli asterischi stanno a significare la fine di un possibile incipit. Enjoy.

Ariberto

Ariberto non era riuscito a chiudere occhio. Lo aveva tenuto sveglio il gracchiare continuo del grande corvo che, appollaiato sul davanzale, si vendicava per le piume che aveva perso. “Ladro! Ladro!”, aveva urlato tutta la notte. Ariberto aveva provato a coprirsi la testa col cuscino, ma non c’era stato niente da fare.

Appena sceso dal letto, indossò il suo giubbotto di piume nere, così, tanto per fare dispetto al corvaccio, e si affacciò alla finestra. Il sole era già alto e le mele rosse del frutteto che circondava il palazzo riflettevano la luce del mattino con bagliori bianchi come sorrisi. Si sentiva in gran forma. Oggi era il suo decimo compleanno, da ora in avanti avrebbe avuto l’età con due cifre, e sarebbe durata per altri novant’anni. E poi sarebbe passato a quella a tre cifre per altri…boh, Ariberto sbagliava sempre con i calcoli. E la mamma gli diceva di non pensarci, non si poteva perdere tempo a contare gli anni a venire.

Ariberto scivolò lungo il corrimano delle grandi scale di acciaio e si avviò verso la cucina. Strano. Non c’era nessuno. Era la prima volta che si alzava per primo. Decise di risalire al piano di sopra, e solo allora si accorse che alla base del primo gradino c’era una piccola pozza d’acqua. Alzando lo sguardo vide che quella pozza era il risultato di un rigagnolo che scendeva lungo le scale. Ariberto ne percorse il tragitto a ritroso. A un certo punto il ruscelletto si biforcava. Uno proveniva dalla stanza di mamma e papà. L’altro dalla cameretta di Irvana. Ariberto andò prima dalla sorellina. Entrò senza bussare. La trovò a sedere sul letto, piangeva in silenzio, stringendo al volto Coconut, la sua scimmietta di stoffa preferita. Coconut era zuppa di lacrime, che dalla sua coda gocciolavano sul pavimento per poi finire lungo le scale. Aribertò provò a scuotere Irvana, a chiederle perché piangeva, ma la sorellina non reagiva. La lasciò come l’aveva trovata e si diresse verso la camera dei genitori.

***

Trovò sua madre accanto al letto, in piedi, le mani sul volto. Provava a fermare le lacrime ma non ci riusciva. Si mischiavano a terra con quelle del padre, che era di spalle alla finestra.

“Mamma! Papà! Cos’è successo?”

Il papà si voltò, ma non riuscì a dire niente. La mamma pianse un po’ più forte. Doveva essere qualcosa di grave, ma Ariberto non ci capiva niente. Decise di chiedere aiuto. Di corsa uscì di casa  e si accorse che la stradina di fronte era già un piccolo ruscello. Vide che da ogni casa usciva una certa quantità d’acqua che si univa al centro della strada e scendeva dritta verso i frutteti. Ariberto si arrotolò il pigiama fino alle ginocchia e andò a bussare alla casa dei vicini. La porta era aperta. Dentro vi trovò una situazione molto simile a quella di casa sua. Tutti piangevano e non riuscivano a parlare. Ariberto decise di esplorare l’intero villaggio, per vedere se c’era qualcuno che, come lui, non piangeva. Non trovò nessuno. Allora si avviò al frutteto. Il fiume di lacrime gli arrivava già fino alle ginocchia. Lui salì su un albero e rimase lì per un po’, indeciso sul daffarsi. A un certo punto, sopra la sua testa, un ramo più in alto, sentì la voce inconfondibile del corvo:

“Ladro! Ladro!”

“Corvaccio, lasciami in pace, non lo vedi che cosa è successo?”

“Ladro! Ladro! Ridammi le mie piume!”

“Uffa corvaccio ingordo e spennacchiato, non sono più tue. Irvana te le ha prese in cambio di tre pannocchie di mais blu. E’ il mio regalo di compleanno.”

“Le rivoglio! Le rivoglio!”

“Corvo, corvaccio, se mi aiuti te le ridò. Se mi dici perché tutti piangono e io no.”

***

“E me le ridai?”

“Sì. Promesso.”

“Tutti si sono messi a piangere stamattina, appena svegliati. Tu no. Perché?”

“Perché…perché io non ho dormito!”

“E se non hai dormito…?”

“Se non ho dormito non ho sognato! Quindi tu dici che dipende da un brutto sogno che hanno fatto?”

“Ora ridammi le mie piume!”

“Uffa, corvaccio, ma sai pensare solo a quelle? Va bene, d’accordo.”

E così dicendo Ariberto si strappò due piume dal giubbotto e le porse in alto al corvo che le prese col becco e se le rinfilò sulle ali, da dove quella bambina pestifera gliele aveva tolte.

“E le altre?”

“Eh no, corvaccio, prima mi devi aiutare un altro po’.”

“E poi me le ridai?”

“Sì, te le ridò. Ma prima dimmi: possono esistere così tanti brutti sogni?”

“Hai guardato bene le persone che piangono?”

“Sì.”

“E come piangono?”

“Piangono tutte nello stesso modo. In silenzio.Senza muoversi. Senza riuscire a parlare.”

“E se piangono tutte uguali…”

“…vuol dire che hanno fatto tutte lo stesso sogno!”

“Esatto! Ora le piume, please.”

Ariberto se ne staccò altre due, il corvo se le rimise a posto. Ne aspettò delle altre che non arrivarono.

“Allora?”

“Allora corvaccio, non te le posso dare tutte in un botto, sennò tu voli via e non mi aiuti più.”

“Facciamo così. Io ti aiuto un’ultima volta e tu mi dai il giubbotto.”

“D’accordo corvaccio, allora dimmi… Che brutto sogno hanno fatto?”

“Questo non so dirtelo.”

“E allora non ti do il giubbotto!”

“Però so chi può saperlo.”

“E chi?”

“Mi dai il giubbotto?”

“Sì!”

“Promesso?”

“Sì, sì, promesso, ti do il giubbotto!”

“Devi andare dal Re dei Brutti Sogni.”

“E dove lo trovo?”

“Prima il giubbotto!”

“D’accordo.”

Ariberto si tolse il giubbotto. Se lo appoggiò sulle ginocchia e cominciò a sfilare le piume, una a una. Una volta che del giubbotto rimase solo la stoffa, Ariberto si mise le piume nelle tasche del pigiama e dette il giubbotto al corvo.

“Ma cosa me ne faccio di questo giubbotto?”

“Eppure è quello che mi hai chiesto.”

“Ma io lo volevo con le piume!”

“Allora lo dovevi specificare.”

“Certo che sei proprio un moccioso imbroglione!”

“Scusa corvaccio, ma sono rimasto da solo, posso parlare solo con te, se tu non mi aiuti cosa faccio?”

Il corvo non disse nulla.

“Senti corvaccio, facciamo così. Se tu mi dici dove posso trovare il Re dei Brutti Sogni, io ti ridò indietro tutte le tue piume e tu mi ridai indietro il giubbotto, d’accordo?”

“D’accordo. Il Re dei Brutti Sogni si trova di qua dal tempo, nel Regno dell’Ora, oltre i frutteti, oltre il villaggio, oltre le colline. Segui il corso dell’acqua. Ma quando arrivi da lui, se vorrai che ti risponda, dovrai avere con te un dono speciale. E ora le piume!”

Ariberto prese le piume dalle tasche del pigiama e aiutò il corvo a rinfilarsele. Lui gli diede indietro il giubbotto ormai sguarnito. Vide che il bambino aveva paura. Allorà volò accanto a lui e gli mise un’ala intorno alla spalla. Con il becco si tolse una piccola piuma rossa all’altezza del cuore, nascosta dalle altre.

“Tieni. Questa ti potrà servire. Ma ricordati! Non dovrai mai addormentarti, qualunque cosa accada!”

Ariberto prese la piuma rossa e se la mise in tasca. Si voltò verso il corvo e gli fece un gran sorriso.

“Grazie corvaccio! E grazie di avermi tenuto sveglio tutta la notte! Sarà bene che ora vada. Spero di rivederti!”

E così dicendo Ariberto scese dall’albero. Prima di arrivare a toccare l’acqua, vide che giungeva dalla sua parte un grosso cesto di legno per la raccolta delle mele. Non ci pensò due volte: quando il cesto passò sotto l’albero, lui ci saltò dentro e si lasciò trascinare dalla corrente. Era la prima volta che lasciava il villaggio.

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Ecco, sarei curioso di vedere le facce dei bambini e dei genitori che lo leggono…

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