Avvelenata: un racconto sull’amicizia

Eccolo qua, il racconto che ho finito ieri. Ho deciso di dargli la luce. Ora sta a voi prestare gli occhi. Preparatevi.

Avvelenata


La strada in cui abita Amedeo è, tutto sommato, come una strada di campagna, ci passano poche macchine. Davanti alla sua casa, oltre la strada, si estendono i campi incolti, e lui li vede grandi, arrivano fino al grano del contadino, e i pomeriggi d’estate ci si va a fare merenda. Amedeo, nonostante i divieti, corre tra le spighe mature e calpesta papaveri e fiordalisi.

Questo fino all’anno prima.

Adesso, in un anno, hanno costruito dei grandi palazzi davanti alla sua casa, un complesso arancione di edifici a tre piani, tanti, che hanno occupato tutti i campi, tranne quello del contadino che continua a coltivare il grano (ancora per poco, gli dice il padre…). Ma al bambino non sembra una perdita. Ad Amedeo piacciono le cose nuove, le cose moderne, non la vive come un’invasione ma come un mare di possibilità, un luogo tutto nuovo da scoprire, i campi ormai li conosceva a memoria.

In mezzo a questo complesso di palazzi, gli architetti hanno lasciato un buco, uno spiazzo tutto di cemento utilizzato dalle macchine che non entrano nei parcheggi sotterranei (alcune famiglie hanno due auto, pensa Amedeo), e poi c’è una discesa che arriva fin sotto gli edifici dove, incredibile a dirsi, c’è una fabbrica di gelati. Infine c’è la parte che Amedeo preferisce: una ciminiera quadrata più alta dei palazzi, posizionata su un largo rialzo di marmo bianco, altrettanto quadrato, ogni lato di cinque o sei metri, delimitato da ringhiere metalliche. È uno spiazzo perfetto per pattinare e per giocare ai quattro cantoni o semplicemente adatto per qualsiasi altro gioco.

Sono sempre in quattro. Raramente si aggiunge un quinto. In tal caso giocano ai quattro cantoni, che bisogna essere in cinque: uno è senza casa e deve rubarla a un compagno. La solita guerra tra poveri, come dicono a casa di Amedeo. A volte uno non c’è, e rimangono in tre. In quel caso il gioco da scegliere è più difficile. È probabile che giochino a figurine o a muretto, dove uno calcia il pallone al muro cercando di non far prendere il rimbalzo all’avversario.

Oggi sono in quattro. C’è Davide. C’è Enrico. C’è Giorgio. C’è Amedeo. Sono cresciuti insieme, protetti da quel quartiere vicino alla campagna, troppo ingenui per essere cittadini, troppo pigri per essere contadini. La loro vita si snoda tra la scuola elementare, che è nella stessa via dove abitano, e i pomeriggi fuori, a giocare, come fosse un lavoro. Tutti i giorni, finché fa buio, stanno lì, sul quel piazzale, se non c’è il pallone ci sono le figurine, se non c’è la bici, ci sono le lucertole da catturare, i fortini da costruire, gli ortaggi dei campi vicini da rubare. Tutto è al suo posto, le complicazioni le lasciano a casa. Vi lasciano la madre, il padre, la nonna, qualche sorella più grande, un fratellino sordomuto.

Davide è il maggiore dei quattro. È a lui che spetta l’ultima parola sui giochi da fare. Non è il più intelligente, è solo il più grande. A un anno di distanza c’è Enrico, il più pacato, l’eroe silenzioso, o forse lo gnorri. Giorgio e Amedeo sono i più piccoli, di solo un anno, però. Sono nati insieme, cresciuti insieme, l’asilo, la scuola, le colonie, il catechismo… Ci sono altri bambini che abitano nella loro via, ma l’amicizia di questi quattro è speciale, li unisce, li ripara, nessuno di loro saprebbe dire in che modo, sono piccoli, procedono per la vita come gatti nella notte, con la stessa eleganza, la stessa potenza, ma meno solitari.

Oggi Enrico ha portato il pallone, quello bello, di cuoio. Per prima cosa hanno fatto tre partite, cambiando ogni volta le squadre. Di solito vince la squadra dove c’è Davide. Gli altri tre devono accontentarsi di vincere solo quando sono in coppia con lui. Finita la terza partita con lo schiacciante punteggio di 10 a 2, i tre si riposano. Si siedono con le spalle alla ciminiera, lucidi, spettinati, ansanti. Davide si accende una sigaretta, gli altri lo guardano. Amedeo osserva il fumo salire verso l’alto e il suo sguardo incrocia un grosso uccello che spicca il volo dalla vetta della ciminiera, lui si alza e lo segue fino ad appoggiare la pancia ai ferri che delimitano il campo di gioco. È una cicogna, ha fatto il nido lassù in cima, la maestra gliel’aveva detto. Sta sopra la ciminiera perché è calda, il fumo non esce verticale verso l’alto, è dirottato da una specie di tettino dove la cicogna, incoraggiata dal calore, ha deciso di nidificare. È la prima volta che Amedeo la vede, gli pare bellissima, vola nell’aria come sospesa.

Gli altri tre sono rimasti a sedere, parlottano. Troppo stanchi per alzarsi, vogliono risparmiare energie per il gioco successivo. Davide finisce la sigaretta e getta lontano da sé il mozzicone – lo scorcio, come dice lui – con una schicchera degna d’un campione.

“Allora? Si gioca?”

Amedeo è ancora imbambolato, guarda il punto nel cielo dove è scomparsa la cicogna. Risponde senza muovere la testa, gli occhi, immobile.

“A cosa?”

“A palla avvelenata.”

“Quale versione?”

“Quella più facile. Chi ha il pallone deve colpire un altro, chi viene beccato è lui che tira il pallone. Alla fine, quello che becca più pallonate, gli si dà una punizione.”

“Non si può aspettare cinque minuti? Senti lì che fiatone.”

“No, si gioca ora. Comincio io. Uno, due, tre, quattro…”

Mentre Davide conta velocemente fino a dieci, gli altri tre si allontanano in fretta, a dieci Davide tira il pallone che colpisce Amedeo sulla testa. Di solito giocano col pallone di gomma, questo di cuoio è duro, sulla testa o sulla pancia fa male. Amedeo lo raccoglie e cerca di colpire Enrico. Lo manca, corre a riprendere il pallone, lo rilancia, e il gioco va avanti così, frenetico. Amedeo corre a più non posso, prima per scansare il pallone, poi per raccoglierlo quando esce dal campo di gioco e tentare di colpire gli altri. Sente quel dolore alla milza, pungente, ogni tanto lo fa, ma lui continua a correre, a schivare il pallone, ad abbassarsi, a saltare, a prendere pallonate in faccia, sulla schiena, sulle gambe, il pallone di cuoio sulla pelle sudata fa come degli schiocchi, lascia un segno rosso, Amedeo non sta mai fermo, gli sembra che non ci sia intervallo tra il momento in cui colpisce qualcuno e il momento in cui viene ricolpito. Suda e ansima, non lo ricordava così faticoso, quel gioco.

Poi succede qualcosa. Lì per lì Amedeo non se ne rende conto, è stranamente lontano dall’azione, è voltato, stava scappando da Giorgio che aveva il pallone. Si gira e vede il pallone che rimbalza lontano dopo aver colpito le gambe di Davide. D’istinto Amedeo corre a prenderlo, anche se toccherebbe a Davide. Si gira verso l’amico per dirgli che gli deve un “raccatto”, apre la bocca ma la voce si ferma. Vede la faccia arrabbiata di Davide, cattiva. Questi, ignaro che Amedeo lo stia guardando, dice qualcosa a Giorgio. Lo dice sottovoce, ma lo urla con la faccia.  Amedeo non riesce a sentire, ma vede un braccio che lo indica e riesce a leggere il movimento sulle labbra di Davide: “Imbecille, dovevi prendere lui!”. Giorgio è mortificato. Enrico, poco lontano, gioca il suo ruolo di gnorri. In un momento Amedeo rivede tutta la dinamica del gioco. Capisce perché lui era l’unico a essere così stanco. Risente i bisbigli e le risate degli amici mentre lui, distratto, guardava la cicogna. È un attimo. E tutto sprofonda. Non è uno scherzo. Gli scherzi se li fanno sempre, tra di loro, poi ci ridono. No, qui c’è una cattiveria nuova. Ne sente la profondità, l’ha vista sulla faccia dell’amico, e al contempo sente anche la profondità con la quale non sa spiegarsi perché è successo. Per la prima volta si sente escluso. Solo. Ripensa alla cicogna. Come lei, sa che dovrà andare via. Come le vecchie navi che salpano dal porto industriale, come loro dovrà andare via. Non saprebbe spiegarlo agli amici. Sente solo che da uno sono diventati quattro. Ognuno con la sua testa. Ognuno con la sua cattiveria.

Gli amici non sanno che Amedeo li ha visti. Sarebbe molto più facile, per lui, spezzare il gioco, rivelare l’inganno, mandare a monte. Ma non lo fa. Decide di giocare fino in fondo. Rientra nel campo di gioco e dà il pallone a Davide.

“Mi devi un raccatto.”

Davide prende il pallone dalle mani di Amedeo, conta velocemente fino a dieci e subito glielo rilancia contro. Amedeo viene colpito alle spalle, raccoglie il pallone e colpisce Enrico, che lo ricolpisce a sua volta. Infine prova con Giorgio. Anche lui, una volta colpito, fa di tutto per ricambiare. Lo fa come gli altri, solo con una faccia un po’ più colpevole. Amedeo corre come un pazzo, salta, schiva, lancia, prende le pallonate in faccia, su tutto il corpo, ma non demorde, suda, gronda, è stanco ma c’è qualcosa che lo fa andare avanti, una forza che non conosceva, la forza del singolo. Il dolore alla milza ricompare, lo blocca per un attimo, deve rompere il fiato, deve rompere il fiato, ricomincia a correre, il gioco non si ferma, sembra non avere pause, ma all’improvviso Enrico, invece di colpire Amedeo, si blocca col pallone tra le mani. Si fermano tutti, come sospesi. Amedeo quasi non ce la fa a respirare. Sopra le loro teste, la cicogna plana sulla vetta della ciminiera, torna al suo nido. Proprio quando scompare al loro sguardo, di lontano si sente una voce.

“Enricoooooooooo! Enricoooooooooo! Vieniiiiiiiiii!”

Enrico sbuffa.

“Devo andare.”

“Ce lo lasci il pallone?”

Enrico esita. E’ stato Amedeo a fare la domanda. Chino, le mani appoggiate sulle ginocchia per superare l’affanno, accenna un sorriso. Gli altri lo guardano.

“No, quello di cuoio no, mamma non vuole. Ci vediamo domani?”

E’ Davide a rispondere.

“Verso le due.”

“Ok, alle due, allora.”

Enrico si allontana svelto col pallone sotto al braccio. Gli altri lo guardano andare via, poi si mettono il giubbotto e percorrono lo stesso tragitto dell’amico. Amedeo arranca un po’, ha ancora il fiatone, gli fanno male le ginocchia. Arrivati alla fine del vicolo che sbocca sulla strada principale, Davide gira a destra sul marciapiede, verso casa sua. Ma prima si volta verso Amedeo:

“Domani si decide la punizione.”

Amedeo lo guarda. Sorride.

“Come ti pare.”

E insieme a Giorgio attraversa la strada. Guardando prima a sinistra e poi a destra, gli viene in mente di quando erano piccoli, che per attraversare la strada dovevano chiedere aiuto a qualcuno. Se quel qualcuno era dall’altra parte della strada, lui e Giorgio gridavano:

“Signoreeee!!! Signoreeee!!! Ci fa attraversare la strada?”

Quel signore guardava a destra e a sinistra e poi faceva cenno di attraversare, e loro correvano velocissimi da un marciapiede all’altro. Quanti anni fa erano? Amedeo non sa dirlo. Non ricorda il momento in cui lui e Giorgio hanno attraversato la strada da soli per la prima volta. Di sicuro lo hanno fatto insieme. Gli sembra un secolo fa. Giorgio interrompe i suoi pensieri. Sono arrivati davanti alla porta di casa.

“Allora, ci vediamo domani?”

Amedeo lo guarda. Aspetta. Non sa cosa dire. Giorgio guarda verso il basso. Amedeo gli mette una mano sulla spalla. Giorgio alza la testa. Amedeo gli sorride.

“Penso di sì. Ciao.”

E ognuno entra in casa propria.

L’indomani Giorgio suona a casa di Amedeo. La mamma gli dice che è a letto, che non sta bene. Ha sudato troppo il giorno prima, ha preso una frescata, ora ha la febbre. Dalla sua camera, Amedeo sente l’amico che saluta, poi la porta che si chiude. Svelto, sfrega la cima del termometro con la punta di una coperta, se lo mette sotto al braccio, chiama la mamma. La mamma entra.

“Allora, a quanto ce l’hai?”

Amedeo si toglie il termometro da sotto il braccio, lo porge alla mamma che lo mette alla luce e lo inclina, cercando di decifrare il cammino del mercurio.

“Trentasette e sei. Non è molto, ma è meglio se stai a casa.”

“Va bene.”

La mamma ripone il termometro nella custodia.

“Ora ti faccio una spremuta. Cosa fai, tutto il giorno a casa, senza i tuoi amici?”

Amedeo tira fuori un libro da sotto le coperte.

“E da quando ti sei messo a leggere?”

“Da stamani.”

La mamma lo guarda con aria sospetta. Esce dalla camera e chiude la porta. Amedeo si appoggia alla testiera del letto, sistema i cuscini dietro di sé e apre il libro alla pagina con l’angolo piegato. L’ha cominciato stamani ed è già a pagina ottanta. Con questo ritmo lo finirà prima di cena. E prima di andare a letto ne comincerà un altro. Lo ha già scelto. Comincia a leggere e già alla terza pagina si lascia catturare da quel mondo.

Ed è tutta un’altra storia.

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