Nick Drake in auto con me

Quando sono in macchina da solo generalmente ascolto musica in CD, piuttosto che la radio. E, a periodi, mi invaso. Ascolto il solito CD anche per un mese intero. E, una volta suonatolo a lungo, tendo ad ascoltare più volte, con sempre più attenzione, gli stessi pezzi. Finché, alla fine, ne scelgo uno, il mio preferito. Allora, quando Ale non è con me in macchina, sennò si stressa, lo metto a ripetizione, ascolto bene le parole, gli arrangiamenti, gli strumenti, la voce, le inflessioni, le pause, i cambi di ritmo. E’ successo, ad esempio, con Back to black di Amy Winehouse. E, prima, con Sufjan Stevens, Joan as a Policewoman, The Strokes, Kings of Convenience, Ursula Rucker… Ovviamente, oltre ad ascoltare, studio. Cerco di imparare: cos’è che rende una canzone, almeno alle mie orecchie, perfetta? Oppure, se non perfetta, tanto evocativa? Come riuscire a fondere, in un tutt’uno organico, musica, voce e parole?

Ovviamente conoscere l’inglese aiuta ad apprezzare le canzoni anglosassoni, ma anche a NON apprezzarle, visto che molti pezzi stranieri, se li traduciamo in italiano, suonano ridicoli o semplicemente brutti (il mio amico Luca Falorni usava come esempio la canzone degli Smiths The Boy with the Thorn in his Side, traducendola con “Il bimbo col pruno nel fianco”…).

Questo mese la mia Micra risuona delle melodie malinconiche di Nick Drake, cantautore inarrivabile che apprezzo già da qualche anno e che riascolto sempre volentieri. Per chi non avesse voglia di leggersi la biografia su Wikipedia, ecco un breve, tragico riassunto:

Nasce nel ’48 a Rangoon, da genitori inglesi di un paesino a sud-est di Birmingham (città dove, qualche decennio dopo, avrei abitato io per un anno).

Nel ’69 (ops! quando nacqui io) incide il suo primo album, Five Leaves Left, che è la frase scritta sulle cartine quando stanno per finire e ne rimangono solo cinque.

Nel ’70 pubblica il suo secondo album, Bryter Layter, che sto ascoltando in questo periodo in macchina.

Nel ’72 esce il suo terzo album, Pink Moon.

Nel ’74 si suicida (?) con un’overdose di antidepressivi nella casa dei genitori a Tanworth-in-Arden. Era sempre stato un tipo depresso. Di lui non esistono video, solo qualche foto.

Ora, bastano tre album per decretare un grande cantautore? Io dico di sì. Nick Drake era un bravissimo chitarrista, originale (accordava diversamente  la chitarra in base al pezzo che doveva suonare), e univa alla sua bravura di musicista una voce leggera e dei testi malinconici e suggestivi. Tristi, ma mai senza una nota di speranza o di colore. L’album Bryter Layter, ad esempio, si riferisce al fatto che le cose, proprio come il tempo, possano migliorare, avere delle schiarite.

La canzone che mi tocca il cuore nei miei trasferimenti da casa al lavoro è One of these things first. Il testo è semplice, parla di tutte le cose che uno avrebbe potuto essere e non è. Parte in maniera classica, “avrei potuto essere un marinaio, avrei potuto essere un cuoco…”, ma, accanto ad altre possibili vite e mestieri, appaiono anche degli oggetti nella lista di cosa (o come) lui avrebbe potuto essere: un libro, un cartello stradale, un orologio, semplice come un bollitore, fermo come una roccia. E, subito dopo, passa dal rimpianto (avrei potuto essere…ma il caso non ha voluto) al presente, con “I could be here and now” (Potrei essere qui e ora), che vuol dire, secondo me: “Invece sono io, tanto vale esserlo davvero QUI e ORA”. E poi, subito dopo, si dice: va bene, d’accordo, potrei essere me stesso, esistere qui e ora, lo farei, dovrei farlo, ma COME? (I would be, I should be, But how?). E poi c’è la frase che, da sola, fa da ritornello a tutto il pezzo (I could have been One of these things first).

La seconda strofa cambia, nel senso che Drake descrive sempre quello che avrebbe potuto essere, ma in questo caso va sul personale e fa riferimento alla sua passata storia d’amore: I could have been your pillar, could have been your door, I could have stayed beside you, could have stayed for more...

Infine, la terza strofa ritorna al mondo inanimato degli oggetti (fischio, flauto, stivale, ecc.).

Non lo so cos’è che mi piace così tanto di questa canzone. Ma di sicuro è struggente, forse perché si sa che fine ha fatto l’autore. Ve la faccio ascoltare. Vi ho detto che non esistono video di Nick Drake che suona… Ho trovato però One of these things first con un collage di fotografie. Ora, non è un granché, ma è quel che offre il conventube.

La sentite quella N tenuta lunga e poi sospesa alla fine di “I could have beennnnnnnnnnnn…”?

Secondo me è un capolavoro.

Ah, per chi vuole approfondire e conosce l’inglese, c’è il documentario su Nick Drake che io e Ale ci siamo persi quest’estate al Barbican Centre di Londra. E’ diviso su Youtube in varie parti, qui trovate la PRIMA, al resto pensateci voi.

P.S. Scrivendo questo post ho scoperto da Wikipedia che, al momento del suicidio, Drake stava ascoltando i Concerti Brandeburghesi di Bach. Che coincidenza, averli citati anch’io in una mia canzone… Forse i fans dei Loungerie sanno a cosa mi riferisco. E quanti sono i suddetti concerti.

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