Il paese delle prugne verdi (parte prima)

Mi ero ripromesso si scrivere alcuni post “letterari”, a commento di libri che, in qualche modo, mi hanno colpito. Non credo di averlo mai fatto, tranne qualche accenno qua e là. Cerco di rimediare adesso, col libro che, come si suol dire, ho sul comodino adesso (peccato io non abbia un comodino e appoggi il libro di turno, il bicchiere d’acqua, il cellulare spento con la sveglia innestata su un ripiano della libreria accanto al letto sopraelevato).

E’ un paio di giorni che non scrivo. Ieri siamo stati fuori di casa tutto il giorno, abbiamo incontrato persone per progetti futuri, abbiamo visto l’ultimo film di Clint Eastwood, Invictus (un sei e mezzo, direi…), abbiamo incontrato amici inaspettati dal Civili, insomma, ce ne sarebbero di cose da raccontare…

E invece voglio parlarvi di questo libro, anche se sono ancora a due terzi dalla fine.

Quando ogni anno viene proclamato il vincitore del Premio Nobel per la letteratura, capita che io abbia già letto qualcosa oppure no. Probabilmente, se è uno scrittore anglofono, lo conosco già. E’ successo con Doris Lessing e Harold Pinter. Se non è così, cerco di leggere almeno un’opera. Così, per farmi un’idea. Per vedere chi sono gli scrittori che vengono considerati il non-plus-ultra della letteratura mondiale, cosa e come scrivono. E’ successo col Nobel francese dello scorso anno, Le Clezio di cui ho letto Le due vite di Laila. E sta succedendo con Herta Muller, a me sconosciuta fino a quando non ha vinto l’ultimo Nobel. Ho comprato Il paese delle prugne verdi, sapendo che si trattava di un romanzo ambientato nella Romania di Ceausescu, con giovani studenti alle prese col regime repressivo dell’epoca.

Ho letto qualche recensione del libro su Anobii, qualcuno sostiene di non averlo capito. Io già da ora capisco che è un libro sulla paura. Non posso pronunciare un giudizio prima di averlo finito, ma sin dalle prime pagine mi ha colpito per un modo di descrivere e raccontare preciso e sospeso. Usa frasi e metafore che rimangono subito impresse. E ha un incedere narrativo non privo di sorprese.

Alla prima pagina leggo: “Ogni morte per me è come un sacco. […] è come se ogni morto si lasciasse alle spalle un sacco di parole”.

Giro pagina. Viene introdotto il personaggio di Lola: “Lola veniva dal sud del paese e le vedevi addosso un ambiente rimasto povero.” Non è che lo riflette, quell’ambiente, ce l’ha addosso. Anzi, glielo vedi addosso.

Giro pagina: “I desideri sono pesanti, scrive Lola, le mète più leggere.”

Più avanti: “Un padre d’estate zappa in giardino. Una bambina sta accanto all’aiuola e pensa tra sé. Il padre sa qualcosa della vita.”

E ce ne sono molte, di queste frasi che, almeno a me danno da pensare, soprattutto peril modo in cui sono scritte.

Torno indietro di qualche pagina. E capisco come è importante accennare a tutto ciò che sta sotto le cose, piuttosto che descriverlo. Il linguaggio in codice che usano i 4 protagonisti del romanzo è riflettuto dalla narrazione stessa, come in questo apparentemente insignificante particolare, che in un istante ti fa pensare come, alla fine della vita, c’è sempre una degenerazione e una fine:

“Sotto gli alberi si trovava una sedia da camera. Il suo sedile era imbottito e rivestito di velluto. Ma il velluto era macchiato e strappato. E il buco era tappato con un fascio di paglia. La paglia, a forza di sedersi, si era compressa. Penzolava fuori da sotto il sedile come una specie di treccia.

Se ci si avvicinava alla sedia scartata, nella treccia si distinguevano ancora i singoli fuscelli. Che un tempo erano verdi.”

Quest’ultima frase è un capolavoro. E’ una sorpresa inaspettata, in cinque parole si apre un mondo. O almeno per me.

Mi dispiace però che ora devo uscire e quindi devo sospendere questo post. Lo riprenderò quando torno a casa. Spero di avervi incuriosito, intanto.

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