Il paese dell prugne verdi (parte seconda)

Dicevo: questa Muller ha un modo di avvicinarsi alle cose per concentrarsi su un particolare che spalanca un mondo sotterraneo: prima descrive la sedia sotto l’albero, il sedile, il velluto strappato, la paglia schiacciata, e poi ci dice, alla fine di tutto, che la paglia, un giorno, era viva.

Mi pare un bel modo di descrivere le cose.

In quest’altro brano, l’autrice gioca con il punto di vista:

“Una bambina non si lascia tagliare le unghie. Fa male, dice la bambina. La madre lega la bambina alla sedia con la cintura dei suoi vestiti. La bambina ha occhi cupi e grida. Le forbici per unghie cadono spesso di mano alla madre. A ogni dito le forbici cadono sul pavimento, pensa tra sé la bambina.”

Sempre all’ultimo, sempre questo scarto finale che cambia qualcosa.

L’autrice fa la stessa cosa per i modi di dire, per le credenze popolari (ce ne sono moltissime, nel libro), per la saggezza ingenua dei più anziani:

“La madre dice: Quando non sopporti la vita, metti in ordine l’armadio. Così le preoccupazioni ti scorrono tra le mani e la testa si libera.

Ma la madre parla alla leggera. E quando ordina gli armadi e le cassapanche per tre giorni di seguito, sembra sempre che ci sia ancora del lavoro da fare.”

E ancora:

“Nella città si diceva: Primavera e autunno sono pericolosi per i vecchi. I primi calori e i primi freddi si portano via i vecchi. Ma qui si vedeva che era l’estate ad allargare al meglio la trappola. Tutti i giorni, questa sapeva come mutare i vecchi in fiori.”

(che bella immagine, mutare i vecchi in fiori)

In tutti e due i casi, la credenza popolare è smentita dalla realtà. A me pare che il libro giochi molto su due aspetti diversi della verità, quella ufficiale, di regime, e quella reale, di chi sente il peso dell’oppressione ma non ha la forza necessaria a contrastarlo e deve elaborare un linguaggio alternativo.

E la famiglia viene talvolta vista come qualcosa che lega, che attira a sé con l’inganno, che impedisce la libertà. I 4 protagonisti hanno tutti una madre più o meno malata. E così è come la Muller parla della malattia delle madri:

“Le malattie, pensavano tra sé le madri, sono un laccio per i figli. Rimangono legati a distanza. Si auguravano un figlio che cercasse un treno per casa, viaggiasse tra girasoli o nel bosco e mostrasse il proprio volto. Desideravano vedere un volto in cui l’amore legato fosse una guancia o una fronte. E notare qua e là le prime rughe, segno che la nostra vita da adulti era peggiore dell’infanzia.

Ma così dimenticavano che questo volto non lo potevano più accarezzare, né picchiare. Che a loro non era più concesso toccarlo.

Le malattie delle madri avvertivano che slegare era per noi una bella parola.”

E poi ci sono molte altre frasi, scabre e schiette, che accennano a un’atmosfera, a un carattere, a una percezione usando paragoni e metafore e sortendo illuminazioni improvvise. Ad esempio quando si descrive la rissa in una bodega:

“Gli uomini barcollavano e si rimproveravano a gran voce, prima di scagliarsi bottiglie vuote in testa. Sanguinavano. Quando un dente finì a terra, risero come se qualcuno avesse perso un bottone.”

Oppure quando Georg subisce un interrogatorio dal capitano Pjele e dal suo cane feroce:

“Sul tavolo del capitano Pjele c’era un vaso di ciclamini, disse Georg. Quando Georg entrò dalla porta, il ciclamino aveva solo un bocciolo aperto. Quando poté andarsene, i boccioli aperti erano due.”

E arrivo infine al tema del romanzo, alla non-vita sotto un regime totalitario, e alla costante paura ad essa connessa. La descrizione della rissa alla bodega finisce così:

“Nella paura si sentivano a casa. […] Tuttavia, se capitava, come spesso succedeva, che il bere diventasse pericoloso per i luoghi ingannevoli, era più probabile che l’errore fosse da attribuire alle pareti e ai tetti o al cielo aperto, piuttosto che all’intenzione nel cervello di un essere umano.”

Nel romanzo si respira una costante aria di paura, essa trasuda da ogni particolare ed è riflessa nel linguaggio mai esplicito ma sempre evocativo dei personaggi e del narratore. C’è sempre un senso di minaccia, per certi versi simile a quello del Pinter più politico, una quotidianità che è fatta di carta straccia, di tradizioni, di silenzi, di polizia. Di tentativi di resistenza. Sempre dominati dalla paura. Se dovessi scegliere un brano da scrivere nella quarta di copertina, sarebbe questo:

“Poiché avevamo paura, Edgar, Kurt, Georg e io stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, così come ce la portavamo dietro quando c’incontravamo. Ridevamo molto, per nasconderla gli uni agli altri. Perché la paura svicola. Quando si domina il proprio volto, sguscia fuori nella voce. Se riesci a tenere in pugno il volto e la voce come se fossero un pezzo inanimato, sfugge persino dalle dita. Trapassa la pelle. Gira libera, la si vede negli oggetti che stanno nelle vicinanze.”

Che dire? Queste sono le prime impressioni che sto avendo della scrittura della Muller. Credo, poi, che il libro possa anche non piacere, nondimeno la scrittura della Muller ha una qualità che la distingue dagli altri.

E’ giusto che abbia vinto il Nobel?

Time will tell.

P.S. A proposito di regimi totalitari: stasera al Teatrofficina Refugio ci sarà la presentazione del nuovo albo a fumetti “Don Zauker – santo subito!” dei Paguri, ovvero Pag-ani e cal-Uri, i due empi fumettisti sempre in prima linea contro quel regime totalitario che è il Vaticano.

La vignetta di Don Zauker che beve il caffè è geniale. Come descrivere un personaggio in un movimento.

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