La mia Tutor

3 settembre 2001. mattina presto

sto aspettando un treno che mi porti da livorno a piombino. da lì dovrò prendere un traghetto che mi sbarchi a portoferraio, dove prenderò servizio per il mio nuovo lavoro da insegnante.

il treno ha un notevole ritardo, rischio di perdere il traghetto. mi aggrego a un gruppo di bancari che decidono di prendere l’auto per arrivare a piombino.

i bancari, incuranti della mia preoccupazione da primo giorno di lavoro, mi scaricano alla loro banca. devo raggiungere il porto a piedi, correndo.

naturalmente perdo il traghetto.

aspetto un’ora e prendo quello successivo. bene o male arrivo a destinazione.

il primo collegio docenti della mia carriera non è, guarda caso, alla scuola in cui dovrò prendere servizio, ma in una specie di sala conferenze nel paese vecchio, in cima a una delle lunghe scalinate che si intersecano per tutta portoferraio.

arrivo trafelato (la temperatura è salita a quasi 40 gradi, le estati all’elba sanno essere soffocanti), entro nella stanza con quasi due ore di ritardo, tutti si voltano a guardarmi. chiedo scusa. spiego che è colpa del treno. non tutti sembrano credermi. non un granché come esordio lavorativo. noto che sono il più giovane di tutto il gruppo, in prevalenza femminile. questo influirà sui futuri rapporti coi colleghi: l’apparenza di ‘bimbo’ ti fa sembrare innocuo agli occhi degli altri. finché non parli chiaro.

finito il collegio, ho la sensazione che si stia decidendo un momento importante del mio imminente anno scolastico. mi presento un po’ in giro, cercando di intuire quali sono le colleghe che contano. una mi chiede di scrivere i desiderata. i desiderata?, penso. non ho idea di che cosa siano. mi spiega che sono le richieste degli insegnanti per quanto riguarda il giorno libero e altre esigenze orarie. mi chiede se farò il pendolare o se mi trasferirò lì. troppo d’impulso rispondo che penso di trasferirmi, questa cosa dei viaggi giornalieri non fa per me. l’ingenua ammissione mi costerà caro. avrò l’orario peggiore di tutta la scuola: tutti ingressi alla prima ora, due rientri pomeridiani (su due), due mense (su due). e oltretutto non vengo neanche accontentato nella richiesta del giorno libero. è il lato negativo di apparire ‘bimbo’.

c’è un professore di matematica che si occupa dell’accoglienza dei nuovi insegnanti. mi dice di rivolgermi a colei che è stata nominata mia tutor. le chiedo dove sia. mi dice che non s’è vista, che la rivedrò l’indomani a scuola.

non mi mette molto a mio agio, quest’ambiente. tra asilo, scuola elementare, media, superiore, università e dottorato, quasi tutta la mia vita l’ho passata da discente. trovarmi improvvisamente dall’altra parte della barricata, senza neanche un giorno di supplenza per acclimatarmi, mi fa un effetto strano.

il giorno dopo a scuola c’è una riunione di programmazione. sento il bisogno di andare in bagno. oltrepasso la porta con la scritta ‘insegnanti’ e vado verso quella con la scritta ‘maschi’. sto per entrare quando mi accorgo dell’errore. ci ripenso, torno indietro. so che l’utilizzo del bagno ‘insegnanti’ marcherà a fuoco il mio nuovo ruolo. entro titubante. faccio la pipì. ecco, ora sono un insegnante.

finita la riunione, vado a parlare col preside per l’assegnazione delle classi. mi viene affidata la sezione A. non indago sulla reputazione delle varie sezioni, né sulla composizione del consiglio di classe. li scoprirò di lì a poco. il preside mi chiede se ho conosciuto la mia tutor. rispondo di no, che il giorno prima non c’era, ma che avrei bisogno di parlarci (per placare la mia ansia da principiante). la vicepreside ci informa che la tutor ha preso vari giorni di malattia per un problema ai legamenti, o al ginocchio, o qualcosa del genere. mi rassegno a conoscere la mia tutor a lezioni già cominciate.

ricordo perfettamente la prima ora del mio nuovo lavoro. subito in terza. con forzata disinvoltura espongo (in inglese) alcune regole fondamentali alle venti facce adolescenti e abbronzate che mi squadrano con attenzione: se non capite, chiedete; non abbiate paura, né siate timidi a parlare in inglese; non vi preoccupate se sbagliate, siete qui per imparare. (che ingenuità… ora non la faccio più, questa prima lezione introduttiva. )

Dopo la classe terza, è stato il turno della seconda, quella un po’ più bastarda. Per darvi un’idea, un giorno uno dei ragazzi mi ha detto: “professore, oggi torna a livorno?”

e io: “sì, perché?”

e lui: “va col traghetto?”

e io: “sì, perché?”

e lui: “speriamo affondi.”

io, indeciso sul daffarsi, lo guardo negli occhi. e gli dico:

“sempre dopo di te.”

(scusate, è il fanciullino che è in me.)

dopo qualche giorno di lezione, ho il privilegio di conoscere la mia tutor. l’avevo chiamata al telefono qualche giorno prima. mi era sembrata un po’ sbrigativa. diceva: “non ti preoccupare, non ti preoccupare”. scopro che è una livornese doc trapiantata all’elba. torna tutto.

ci parliamo in sala insegnanti. lei ha una specie di gesso dal ginocchio in giù, usa le stampelle. ha come un cesto d’insalata sui capelli, che sono di quel colore tra il biondiccio e il grigio. ha il mento a punta, occhiali spessi che si appoggiano su delle guance spigolose, rosse e lucide. come tipo ricorda un po’ margherita hack, di vent’anni più giovane. mi piace da subito. è brusca, nel parlare, tutt’altro che ordinaria, ha la voce roca, mi ispira simpatia immediata. a scuola è stimata, ma è considerata un po’ pazza e un po’ rompicoglioni, perché dice sempre le cose come stanno. capisco subito che la simpatia è ricambiata. gioco la carta del ragazzo sveglio. scatta qualcosa. per tre anni di insegnamento all’isola d’elba, lei è la mia tutor, anche se nessuno dei due ha mai assistito a una lezione dell’altro.

è l’unica persona residente all’isola d’elba (perché se dico elbana si offende) che mi sia stata davvero amica in quei tre anni d’esilio. l’unica che mi abbia fatto conoscere la sua famiglia, ovvero suo marito Gentile (il suo ‘ragazzo’, come dice lei), rosso di capelli e furbetto di sguardo, gentile come il nome che porta. l’unica che mi abbia invitato a cena a casa sua, che abbia invitato i miei amici in visita, che mi abbia fatto conoscere un po’ di elba (geografica e umana), che mi sia stata vicina quando, al terzo anno che ero là, mia madre si è ammalata gravemente ed ero costretto a fare il pendolare. l’unica con cui sia riuscito davvero a parlare.

in un vecchio file ho ritrovato una poesia scritta per lei il 23 maggio 2002. fa così:

Per A.G.C.


Sei ossa e capelli,

Voce e saggezza

E quando parli

Torni ragazza,

Vestito rosso

E sguardo nero

E ora

Attacchi il mondo

Come allora

E mordi e strappi

E la tua berciata grazia

Nasconde un velo

Di umana tristezza.

tramite facebook sono riuscito a ricontattarla, dopo anni di silenzio reciproco. alessandra le ha detto che ho scritto un libro. lei è diventata mia fan e ha letto anche qualcosa su questo blog. avrei dovuto scriverle una mail, ma ho deciso invece di pubblicare questo post.

la mia tutor si fa chiamare Grazia.

Grazia, questo post è per te.

se lo leggi, sappi che ti ringrazio per l’amicizia, per l’ironia, per il sostegno che mi hai dato nei miei anni d’esilio, per la sicurezza che mi hai trasmesso, per avermi fatto sentire speciale.

spero questo mi faccia perdonare per la mia ansia e pigrizia nel tenere i contatti.

non vedo l’ora che tu legga il libro.

una tutor è sempre una tutor.

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