Basta un sorso


Basta un sorso

Don Renato fece accomodare gli invitati nel grande salone ottocentesco che tutti, in famiglia, chiamavano la Sala del Sapore. Nella villa vi erano altre stanze, meglio conservate o semplicemente più comode, ma quando si trattava della cena annuale dell’Associazione preferiva usare quella. La signora Marelli scriveva personalmente gli inviti, e ne scriveva quaranta, uno per ciascun invitato. Ogni anno venivano confermati soltanto venti ospiti dell’anno precedente, a cui se ne aggiungevano venti nuovi. Questo creava inevitabilmente malumore tra gli esclusi. Partecipare a quella cena significava stringere accordi vantaggiosi, con la famiglia Marelli o con qualcuno degli invitati. Don Renato, per quanto odiato per la sua spietatezza negli affari, rimaneva comunque l’uomo più potente della zona. Frequentarlo era un vantaggio sicuro.

In mezzo alla stanza v’era un lungo tavolo scuro. Accanto al posto di capotavola, sul pavimento, c’era un cerchio rosso di circa un metro di diametro. Quando tutti gli invitati ebbero preso posto, Don Renato suonò un campanello d’argento e un uomo entrò nella stanza. Era vestito di nero, e il suo camminare era così silenzioso che agli ospiti ricordò più un’ombra che un uomo in carne ed ossa. Si posizionò esattamente al centro del cerchio, accanto a Don Renato, che introdusse la serata.

“Agli ospiti che sono qui per la prima volta, è con piacere che presento il sommelier ufficiale della famiglia Marelli, il signor Armando Vivaldi, detto il Genio.”

L’uomo in nero abbassò la testa in segno di saluto verso gli ospiti.

“Come alcuni di voi già sanno, la mia famiglia si tramanda tradizioni legate al vino da più di due secoli. La prima, e più importante, è questa cena annuale in favore dell’Associazione. La seconda, più ludica se volete, è il quiz enologico che la precede. Il signor Vivaldi non ha mai sbagliato il nome di un vino da quando lavora per noi, ovvero da quindici anni. D’altronde, se avesse fatto il contrario, non sarebbe qui oggi, poiché secondo contratto, al primo errore, verrebbe licenziato.”

Si vociferava che il sommelier di casa Marelli ricevesse una paga mensile pari a quella annuale di qualsiasi altro collega. Tutti rimanevano allibiti davanti alla sua infallibilità. Don Renato, da parte sua, era terrorizzato all’idea di un suo errore: dopo tanti anni che il Vivaldi non sbagliava un assaggio, ormai lo considerava una specie di amuleto contro tutti quelli che volevano male a lui, a Don Renato. Ed erano tanti.

“Quest’anno Armando avrà del filo da torcere. Dovrà indovinare un solo vino, ma dovrà essere molto specifico nella risposta. Armando, cominciamo?”

Il sommelier fece cenno di sì. Don Renato prese una bottiglia ricoperta da un panno scuro. Versò lui stesso il vino nel calice. Gli occhi di tutti erano su Armando che, valutati il colore, la limpidezza e la fluidità, procedette con l’esame olfattivo. Subito sentì qualcosa che lo stordì. Gli era familiare, quell’odore, ma era arricchito da una fragranza strana, esotica, di cui non era certo. Si inumidì le labbra con il vino. Ne percepì l’immediata morbidezza, contrastata però da un retrogusto amaro, una spezia che non aveva mai assaggiato prima. Don Renato lo guardava attentamente, sentiva la sua insicurezza. La tavola degli ospiti era in religioso silenzio. Per la prima volta in quindici anni dovette procedere a un secondo assaggio. Era quasi sicuro di riconoscerlo, eppure c’era quell’odore, quel sapore…Al terzo assaggio, d’improvviso, capì. Capì di quale vino si trattava e il perché di quel gusto strano. Capì perché il suo lavoro era così strapagato. Capì l’ossessione di Don Renato per la degustazione, la mania di fargli assaggiare qualsiasi vino, anche il più scarso. Capì la differenza che passa tra sommelier e assaggiatore. Fu un attimo. Poi strabuzzò gli occhi e cadde al suolo, morto.

Sventando l’omicidio di Don Renato, Armando Vivaldi avrebbe vissuto a lungo nelle conversazioni dei fortunati ospiti della serata.

***

(Lost Wine by VYNO)

Questo breve racconto l’ho scritto un paio d’anni fa. Lo spunto me l’ha dato un concorso letterario organizzato da una famosa tenuta di vini, molto upper class. Si chiedeva di scrivere un racconto molto breve ispirato al mondo del vino. Subito ho cominciato a scrivere di questa famiglia ricca e sospetta, ma appena arrivato a descrivere la preparazione dell’evento mi sono accorto che avevo già superato i caratteri previsti. Allora, stupidamente, ho cancellato il tutto e ho lasciato solo l’indispensabile.

I vincitori avrebbero vinto non ricordo cosa, e i racconti selezionati sarebbero stati pubblicati e allegati singolarmente a delle confezioni di vino, per invogliare al consumo. Ecco, suppongo che l’idea finale del veleno non sia stata proprio una mossa vincente.

Giusto per curiosità, è stato uno degli ultimi racconti a essere scartato nella selezione de La fine soltanto.

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