Scegliere dall’incipit

Il venerdì esco un po’ prima da scuola. Faccio una capatina in libreria, mi guardo un po’ intorno, do un’occhiata alle novità o alle nuove uscite in economica. Anch’io, come tutti, ho qualche decina di libri arretrati, ma quando devo scegliere un libro da leggere sono sempre indeciso. Oppure non trovo, nel caos postmoderno della mia mansarda, quello che voglio, quello di cui ho bisogno. Anche in libreria cerco sempre qualcosa che mi convinca. Non ho preferenze di nazionalità, anche se le mie passate letture dimostrano un’accentuato interesse per la letteratura europea (ultimamente, in particolare, ho letto vari autori dell’est) o nordamericana. Guardo la copertina, tengo conto del titolo, della quarta e, soprattutto, dell’autore. E’ vero, tendenzialmente prendo in mano, per primi, i romanzi degli autori che conosco e che stimo. Quando un libro attira più degli altri la mia attenzione, lo apro e leggo la prima pagina. Quello è il test finale.

Lo scorso venerdì, in libreria, ho preso in mano il romanzo di un’autrice ungherese di cui ho già letto due libri molto belli, La porta e La ballata di Iza (cliccando sui link troverete le recensioni che ho scritto su Anobii). La scrittrice in questione è Magda Szabò e questo è l’inizio del suo romanzo Via Katalin:

“Diventare vecchi è un processo diverso da come lo rappresentano gli scrittori, e somiglia poco anche alle descrizioni della scienza medica.

Nessuna opera letteraria, né tanto meno un medico, avevano preparato gli abitanti di via Katalin al particolare nitore che l’invecchiare avrebbe portato nella buia galleria percorsa quasi inconsapevolmente nei primi decenni delle loro vite, né all’ordine che avrebbe messo tra i loro ricordi e le loro paure, o al modo in cui avrebbe modificato i loro giudizi e la loro scala di valori.

Avevano capito di dover mettere in conto alcuni cambiamenti biologici, perché il corpo aveva cominciato un lavoro di demolizione che avrebbe concluso con la stessa precisione e lo stesso impegno con cui si era preparato alla strada da compiere fin dall’istante del loro concepimento; avevano anche accettato il fatto che il loro aspetto sarebbe cambiato, i sensi si sarebbero indeboliti, i gusti ed eventualmente anche le abitudini o i bisogni si sarebbero adeguati alle variazioni del fisico, rendendoli più voraci o più frugali, più timorosi o forse più suscettibili; e sapevano persino che la regolarità di funzioni come il sonno o la digestione, che quando erano giovani sembravano scontate quanto l’esistere stesso, sarebbero diventate problematiche.

Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.

All’improvviso si accorsero che l’invecchiare aveva disgregato quel passato che negli anni dell’infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima. Lo spazio era diviso in luoghi, il tempo in momenti, gli eventi in episodi, e gli abitanti di via Katalin avevano infine capito che nelle loro intere vite soltanto un paio di luoghi, un paio di momenti e alcuni episodi contavano davvero. Il resto era stato un semplice riempitivo nelle loro fragili esistenze, come i trucioli che si versano nelle casse prima di un lungo viaggio per impedire al contenuto di rompersi.

Ormai sapevano che la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa, non conta granché, e sapevano anche che a ciascuno tocca un solo essere umano da invocare nell’istante della morte.”

***

Sì, l’ho comprato.

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