La storia di mokina (secondo fotoracconto)

Stamattina, come sempre, Alessandra si alza prima di me. Prepara il caffè per sé. Quando mi sveglio io è già freddo. Me ne fa un altro. Il problema è che a casa di Virginia (lei in questi giorni è fuori) c’è solo la moka da tre. Quindi, come potete vedere, avanza un mucchio di caffè.

Dopo il mio caffè usciamo per il nostro lunghissimo percorso nell’Eixample alla ricerca dei palazzi modernisti. Davanti alla Pedrera e a casa Batlò c’è una fila di più di un’ora (e l’ingresso a casa Batlò costa 18 euro!). Ci accontentiamo di vederli dal di fuori, tuttti quei bei palazzi curvilinei…

A un certo punto passiamo davanti a un negozio i casalinghi (a proposito, mi è parso che qui a Barcellona i negozi siano  per il 70 % farmacie e per il 30% parrucchieri) e ad Ale viene la bella idea di comprare una moka più piccola. A dir  verità aveva manifestato questa intenzione anche prima di uscire di casa.

Entriamo nel negozio e vediamo ciò che desideriamo, una moka da due. E’ un negozio da liste di nozze, tipo Suomi a Livorno, per capirci. Chediamo quanto costa, ma la signora, scortese come possono essere certe commesse livornesi, ci fa cenno di aspettare, ha altro da fare. Aspettiamo cinque minuti, poi mostriamo alla signora che i livornesi sono più guappi dei barceloneti e  usciamo stizziti senza salutare. Chi non ci vuole…

Proseguiamo il nostro giro, entriamo in un altro negozio, abbiamo già imparato che caffettiera si dice cafetera; il commesso, stavolta gentile, ci dice che quelle da due le ha finite. Pazienza. Continuiamo il nostro percorso modernista e finiamo davanti a un negozio del tipo “Le proposte di Silvia”, tanto per capirci. Vediamo una bella confezione con una mokina e due tazzine bianche. Bellina. La prendiamo. Da qui in avanti sarà la mia fedele compagna del pomeriggio, sempre nel mio zaino, per tutti i successivi chilometri. Mi ha fatto compagnia. Mi ha persino aiutato quando abbiamo perso la strada. Ha apprezzato con me la statua del calzino bucato sulla terrazza del centro Tàpies.

Dopo l’interessante centro Tàpies (il palazzo che lo ospita è molto bello; e lo sapevate che Tàpies ha una fissazione per le croci? Compaiono in tutte le sue opere, anche in questa del calzino), continuiamo il nostro giro e verso le quattro ci incontriamo con una nostra vecchia conoscenza ed alcuni suoi amici.

Sono almeno 5 anni che non ci vediamo. Lui da tre sta a Barcelona. Sta bene. Bravo.

Dopo aver parlato per qualche ora senza fermarci, e dopo aver girato un paio di bar nella zona di Gracia (?) facciamo un bel pezzo di strada a piedi, e ci salutiamo davanti a un grande negozio i fumetti, dove Alessandra vuole entrare a dare un’occhiata. La mia mokina nella borsa (sì, dottoressa Micaela, la stessa borsa celeste che persi e recuperai nella metro di Londra) non è molto d’accordo, preferirebbe andare verso casa a rendersi utile. Ma, insieme, decidiamo di assecondare Alessandra, e giriamo questo e anche un altro negozio di fumetti. Sennò che vacanza è.

Fuori fa freddino. Io ho solo il giacchettino. Ale no, ha le calzamaglie sotto i jeans. Fa scurino. Decidiamo di cenare a casa. Alessandra è d’accordo. Prendiamo la metro lilla.

Appena a casa Alessandra estrae mokina dalla mia borsa. Dice: “Ne faccio una solo con l’acqua, perché è nuova. Poi stasera la facciamo col caffè.” Io mi metto al computer, lei prepara tutto, lava le tazze e si mette a leggere sul divano accanto alla cucina. Dopo una mezzora buona vado in cucina. Sento puzza di bruciato. Lì per lì non capisco. Penso alla caldaia. Poi guardo i fornelli. Povera mokina era ancora lì, sul fuoco. Ma non stava bene.

Vedo il manico che giace senza vita accanto a mokina. Spengo il fornello. Alzo il coperchio e intuisco che tutta l’acqua è evaporata. Il fuocherello ha fuso l’attaccatura del manico. E anche il pirulino rischia di rimanermi in mano.  Anzi, mi ci rimane proprio. La prima cosa da fare  è cambiare l’aria.

Poi decido di usare l’acqua, la mia bevanda preferita. E’ sempre la migliore, altro che cocacola!

Qui si vede bene che anche il pirulino è venuto via.

Innanzi tutto voglio rassicurare Virginia, la padrona di casa, che tutto procede per il meglio.  E poi voglio finire questo fotoracconto con la seconda protagonista di questa storia (la prima è, anzi, era, mokina). Durante tutta l’operazione  Alessandra prende il mio posto al computer. Non accorre in cucina per salvare nuovissima mokina. Rimane lì, al computer, con quella faccia un po’ così.

Non vi sembra sconsolata? Lo so, lo so, vi sta simpatica. E’ il mio destino, questo. Fare il bianco. Avete presente? Sto parlando dei pagliacci. Cito da Wikipedia: “L’effetto comico di una rappresentazione con pagliacci è generato dal contrasto di due figure. L’uno (il bianco) autoritario, severo, preciso, in grado di fare (il suo costume tradizionale lo vuole vestito di bianco e col cappello a punta); l’altro (l’augusto) incapace, pasticcione e stralunato (abiti fuori misura e scarpe giganti).” Ecco, in questo blog sto sperimentando il narratore bianco. E indovinate chi fa la parte del simpatico augusto?  Sapete cosa mi ha detto come consolazione della perdita di povera mokina? “Almeno hai un buon argomento per scrivere un post”. E che, non ci avevo già pensato?

SANT’ALESSANDRA FALCA

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