Una giornata tranquilla – quarto fotoracconto

1. Stamani mi sono alzato un’ora prima. Ieri, per la troppa fila, avevamo lasciato in sospeso una cosa: la Fundaciò Mirò. Quindi stamani ci siamo svegliati per tempo, vogliamo essere lì appena apre. Come al solito io esco per primo già con la macchina fotografica pronta a scattare. La targetta sopra la testa di Ale non deve ingannarvi. Qui usa che il primo piano e mezzo si chiama principal, quindi quello che chiamano primo piano è in realtà già il secondo e mezzo. Sicché, facendo due conti, il quinto piano è in realtà il sesto e mezzo.

2. Ma che succede? Ah, ecco, mi sono scordato il cappello. Risalgo il piano che avevo già sceso, lascio la nikon in mano ad Ale, rientro, prendo il cappello, riesco, e Ale non resiste alla tentazione di immortalare questo episodio a dimostrazione della mia testa tra le nuvole. Me lo immaginavo, potete capirlo dall’espressione nella foto. D’accordo, la giornata inizia con un bel 1 a 0 per te.

3. Ci stiamo facendo furbi. Abbiamo scoperto che vicino a casa nostra c’è una funicolare che porta direttamente al Montjuic, proprio accanto alla fondazione Mirò. Quindi ci evitiamo quei 28 kilometri a piedi in salita e usiamo la novissima funicolare, che in realta è uguale alla metro. Qui Ale si mette a leggere El Pais che ha appena comprato all’edicola. Accanto a lei un altro ragazzo sta leggendo il giornale. Lo ritroveremo a breve, è il commesso del negozio alla Fondazione. Sì, vestito così.

4. Eccoci in dirittura d’arrivo. Certo, la funicolare di montenero è più  antiquata, sembra sempre che torni indietro da un momento all’altro, ma volete mettere il fascino?

5. Scesi dalla funicolare, facciamo un breve tratto a piedi e alle 10 in punto ci troviamo davanti alla porta del museo. Davanti a noi ci sono solo una decina di persone. Non credo che siano permesse le foto, ma io ne rubo qualcuna.

6. Interessante, questa fundaciò mirò, ma niente di impressionante. Ho visto di meglio. Ale comunque non rinuncia al suo shopping artistico e,  come ogni anno, compra una borsa della città in cui siamo stati per Emilia. L’importante è che ci sia scritto il nome, dice sempre lei.

7. Usciti dalla fondazione, ci dirigiamo nella zona del Villaggio Olimpico, poco più in alto. Stanno sistemando lo stadio, che è enorme e bello. Ho deciso però di darvene una prospettiva più ristretta, scusate, a volte non resisto e devo mettere una foto artistica.

8. Poco più in là c’è un piazzale enorme, con al centro una torre curvilinea altissima e contorta. E’ uno spazio un po’ alla De Chirico, un po’ da città ideale futuristica. Bello, mi è piaciuto.

9. Terminato il nostro giro per il Montjuic, riscendiamo con un autobus (ormai siamo proprio delle volpi…), prendiamo la metro a placa d’espanya e scendiamo a Sagrada Familia, per una visitina all’edificio più famoso della città. purtroppo è soffocato da cantieri e gru (è in perenne costruzione da dopo che gGudì, investito da un tram lì accanto, morì e lo lasciò incompleto), per cui le foto non sono un granché. Prefrisco allora mettervi uno dei miei scatti hopperiani nella metropolitana.

10. Lì vicino c’è un mercatino delle pulci, ci dice la nostra pessima guida (siamo scontenti  di tutte e due le guide che ci siamo portati, Lonely Planet e Rough Guide: troppo inaccurate e macchinose). In effetti pare d’essere dagli Amici della Zizzi dei tempi migliori.

11. Infastiditi dalla folla, ci dirigiamo verso un quartiere in rifacimento, il cui simbolo è un palazzo a forma di suppostone, brutta copia del cetriolo di Londra. La fame ci attanaglia. Soprattutto Ale. Che non ce la fa e mi porta in un centro commerciale. Non voglio parlare di questo pranzo perché mi fa ancora male. Però vi lascio vedere quello che ho dovuto mangiare.  Mai fidarsi dei camerieri.

12. Il pranzo ci è stato così antipatico che prendiamo un cattivissimo caffè in un altro posto lì accanto. Davanti a noi, alla cassa, c’è un signore corpulento, Ale si accorge che ha perso 5 euro. Mi guarda come a dire: “glielo dico?”. Che è un po’ come dire: “e se non glielo dico?”; o, al limite: “glielo dici te?”. Non ricordo chi gliel’ha detto alla fine. Lui ci  guarda e raccoglie i soldi. Mi sono detto: “Io gli pagherei il caffè, a questi signori onesti e premurosi.”  Invece lui ringrazia a mezza bocca (in italiano) e se ne va. Quasi come se ci facesse lui un favore a noi. Ale nota che ha un grosso anello d’oro al dito.  Lo guarderà di sbieco per tutto il tempo del cattivissimo caffè.

13. Dopo la lauta pausa pranzo, riprendiamo il cammino. Decidiamo di dedicare il pomeriggio a esplorare il Barri Gotic, seguendo il percorso a piedi consigliato dalla Lonely Planet. Il giro è lungo e, grazie a questa guida che continua ostinatamente a usare espressioni quantomeno ambigue come girate a ovest, proseguite a nordest , ci perdiamo varie volte.  Alla fine di un lungo giro, ci imbattiamo in questo cartello. Conoscendo la passione di Alessandra per l’architettura antica, so che non potrà fare a meno di entrare. La vedete, nella foto, come esprime tutta la sua curiosità?

14. E invece, dentro, lo spettacolo è proprio bello: le enormi e ben conservate colonne romane sono incastonate tra i palazzi intorno. L’intonaco verdolino da’ al tutto un tocco surreale.

15. Finiamo il nostro giro al Barri Gotic e ci ricongiungiamo col viale che costeggia il porto. Da qui entriamo nelle ramblas ma resistiamo poco, quindi ci infiliamo nel Raval e,  da lì, raggiungiamo el Parallel e casa di Virginia. Siamo in anticipo rispetto al solito. E c’è un motivo. Prima di salire i nostri 6 piani e mezzo di scale, facciamo un po’ di spesa. Sul dito di Alessandra potete vedere un bellissimo cerottino di Miss Pacman. Sì è fatta male? Non credo, suppongo sia solo per vanità.

16. Ed eccoci arrivati. Prepariamo la cena, cazzeggiamo un po’, e alla fine riesco a portare Alessandra fuori di casa dopo le dieci. C’era in programma di andare a vedere un concerto, ma Ale ha accampato una qualche scusa e mi sono dovuto accontentare di un film in lingua originale in un cinema “non lontano” da casa. Vabbè, almeno per una sera Alessandra non è rimasta a ronfare a casa sul divano.

L’ha fatto al cinema.

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