Il ritorno di Virginia – sesto fotoracconto

1. La mattina seguente ci svegliamo con un bel sole mattutino. Le nubi sono state spazzate via, l’aria è bella fresca, mi sa che anche oggi ale metterà le calzamaglie… a un certo punto, accanto al computer, notiamo un intruso che dorme sotto un piumino. Il primo pensiero è: “Ma cosa ci fa questo abusivo a casina nostra?” Poi ci ricordiamo che la sera prima è tornata Virginia, la padrona di casa, che ci ha ceduto il letto accontentandosi di un materassino sul pavimento. Quando si dice l’ospitalità…

2. Non la disturbiamo, perché è stanca dopo la sua vacanza lampo a Istanbul, e usciamo dopo un caffè veloce. Oggi, dopo la bolgia di ieri, ritentiamo col Museo Picasso. Quindi imbocchiamo sicuri le scale e ci avviamo verso una nuova avventura.

3. Appena scese le scale, chiedo ad Ale se facciamo colazione lì vicino o se preferisce aspettare e farla direttamente al museo. Lei mi dice che possiamo anche farla dopo. Io ho fame. Rifletto un attimo. Dico: “Hai già mangiato qualcosa?” E Ale: “Mah, tre biscotti.” Capisco. Mi sacrifico e rimando la colazione. Ci avviamo alla nostra metro di Parallel, cambiamo a Passeig de Gracia, sulla gialla, sorpassiamo Urquinaona, dove è tutto un carnevale, come potete vedere dalla foto, e scendiamo a Jaume I. Ve l’ho detto che ormai siamo esperti di metro…

4. Sono quasi le dieci e al museo c’è una fila di qualche decina di persone. Bazzecole. Senza indugio ci mettiamo in fila e ammazziamo l’attesa ascoltando l’esibizione disimpegnata del cantante catalano, proprio davanti alla porta del museo.

5. Appena entriamo, chiediamo dov’è la caffetteria. Siamo gli unici clienti. Lo stomaco prima dell’arte… Prendiamo cappuccino e croissant, un po’ cari, anche se il posto è pretty cool. La sorveglianza nel museo è attenta e non mi è permesso scattare foto. Il museo è interessante, più che altro per capire l’evoluzione dello stile di Picasso, dal figurativo al cubismo. Due considerazioni: la prima è che si capisce che Picasso, nella sua ricerca di uno stile personale, ha “puppato” un po’ di qui e un po’ di là, ha tentato e ritentato finché ha scoperto il cubismo (sì, lo so, è un po’ riduttiva come interpretazione, ma non vorrei tediarvi). La seconda è un difetto grosso del museo, cioè che mancano completamente opere da dopo il periodo rosa (inizio del ‘900) fino agli anni ’50, quando ormai Picasso era già stato cubistissimo al cubo e si dedicava alla reinterpretazione delle opere famose. A questo proposito, uno dei pezzi più belli del museo è proprio Las Meninas, reinterpretazione del quadro di Velazquez. Qui non ho resistito e ho scattato una foto disinvolta all’altezza dell’anca. Poi l’ho guardata ed è venuta tutta storta e tagliata. Per strada me la cavo meglio. Dovrete accontentarvi della foto del caffè.

6. Usciti dal Museo Picasso, dopo la solita sosta di Ale nel museum shop, ci facciamo un giro nei dintorni. Abbiamo appuntamento con Virginia alle 13e30 fuori dalla stazione di Jaume I. Mancano ancora un paio d’ore. Camminiamo. A un certo punto sentiamo un coro. E’ pasquetta, ci sarà una qualche messa. Non resistiamo ed entriamo a dare un’occhiata. I preti, invece che dietro all’altare, sono in fondo alla chiesa, proprio davanti a noi. Cantano e fanno una specie di passerella in mezzo alle due ali del pubblico, un po’ come simona ventura quando passa tra il suo, di pubblico, ma più solenni. Per certi versi non c’è che da ammirare la bravura dei coreografi cattolici.

7. Usciti presto dalla chiesa, continuiamo il nostro giro. Sto guardando una vetrina quando Ale mi chiama e, indicandomi il piede, mi dice: “Guarda!” Abbasso lo sguardo e penso che un cane (qui ora usano un sacco i bulldog francesi, Ale dice che sono tutti discendenti di Ubik) le abbia fatto pipì sulla scarpa. Lei mi dice “No, sono entrata in una pozzanghera…”. Io mi guardo in giro. “Scusa, ma come hai fatto, non ce ne sono di pozzanghere, c’è il sole, è tutto asciutto…” Lei non sa darmi una spiegazione. A volte è strana.

8. Persino il manichino lì accanto si è messo a ridere.

9. Siamo in una strada con qualche negozietto trendy. Finalmente, per la prima volta, noto qualcosa che finora non avevamo visto nella nostra vacanza. Siamo a Barcellona da sei giorni e l’unico gatto visto finora è la grande statua di Botero nella Rambla del Raval. A Barcellona non ci sono gatti. E infatti anche quello in vetrina è un peluche. Come dite? Troppi ristoranti cinesi? Attenti a fare queste battute. Non lo sapevate che qualche mese fa l’esperto de “La prova del cuoco” è stato estromesso perché ha fatto una battuta sulla carne di gatto? Questo vi dà l’idea del livello di libertà di parola che c’è in Italia…

10. Alle 13e30 arriviamo al nostro appuntamento accanto alla metro. Ci giunge un messaggio di Virginia che arriverà tra 15 minuti. Ci sediamo su una panchina e aspettiamo. Ci guardiamo intorno. C’è una bella atmosfera. La nonnina sprint sul ferrarino, poi, dà al tutto un tocco almodovariano.

11. Alle 13e45 arriva Virginia con la sua bicicletta. Scopriamo che da casa sua a lì, in bici, ci vogliono meno di dieci minuti. La parcheggia e ci avviamo verso il pranzo. Giriamo un paio di posti che conosce la nostra guida personale (altro che Lonely Planet!), ma sono chiusi. Poi ne scegliamo uno per strada, ordiniamo delle tapas e cerveza. Ci tratteniamo un’oretta, decidiamo quindi di prendere il caffè da un’altra parte.

12. A un certo punto notiamo una vetrina un po’ particolare: ci sono due passeggini, uno è vuoto, l’altro è pieno. C’è un bebè che prende il biberon. Mi pare un po’ strano. Proseguiamo per la nostra strada, sperando che la mamma non l’abbia dimenticato lì dopo aver chiuso il negozio.

13. Con l’aiuto di Virginia ci stiamo trasformando in dei veri e propri barceloneti. Ci muoviamo da una piazzetta all’altra in cerca del bar che ci ispira, cerchiamo quello con le sedie al sole, ci sediamo, ordiniamo un caffè e chiacchieriamo per parecchi quarti d’ora. Parliamo di letteratura, di arte, di Barcellona, dei catalani, di Livorno, degli amici comuni, della politica, del lavoro, della famiglia, degli amori perduti, del futuro che è già qui. Poi, inevitabilmente, ci spostiamo in un altro bar per un tè. Passiamo il pomeriggio cazzeggiando così,  è bello (d’altronde abbiamo già visto praticamente tutto, di Barcellona…). Poco prima che il giorno finisca, comincia a fare freschino. Decidiamo per una cena casalinga.

14. Con una scorciatoia dell’abile Virginia, camminiamo fino a casa in un battibaleno, lei trainandosi dietro la bicicletta. Tagliamo per il Raval, svoltiamo un angolo, ed ecco come si presenta el Parallel poco prima dell’ora di cena. E’ un bel punto di viola.

15. Prima di salire, ci fermiamo a comprare delle cose dal verduraio all’angolo. Non resisto e scatto una foto. Ovviamente, al contrario del museo, qui nessuno mi dice niente. Ed è così che potete godervi la foto di tre umani tra i cavoli e gli champignons.

E questo è l’ultima nostra notte a Barcellona.

L’indomani è giorno di partenza.

Ma è ancora presto per i bilanci.

C’è da superare lo scoglio del volo di ritorno.

Alessandra è molto preoccupata.

Chi non lo è?

Annunci

About this entry