Quando le maledizioni si avverano – settimo fotoracconto

1. Ed eccoci arrivati all’ultimo giorno. Salutiamo Virginia di prima mattina, mentre esce per andare al lavoro. Dopo il caffè (ah già, non ve l’ho detto, qualche giorno fa abbiamo trovato un’altra mokina da regalare a Virginia, e anche un orologio da muro coi numeri in catalano) prepariamo le valigie.

2. La partenza è alle 18e30, ma c’è da arrivare alla stazione dei pullman e poi a Girona, quindi stabiliamo il programma della giornata in base a questo. Andiamo a fare una passeggiata per le piazze di Gracia, l’ultimo itinerario consigliato dalla guida. Poi torniamo a casa a pranzo, diamo una sistemata, finiamo le valigie e partiamo verso le tre. Ovviamente, per iniziare la giornata, ci serviamo del nostro mezzo di trasporto preferito, ovvero la:

3. Arriviamo alla prima tappa prevista dalla guida. Lo avevamo già visto questo palazzo, durante la passeggiata dedicata ai palazzi modernisti. E’ Casa Fuster, adesso trasformata in un hotel very very posh.

4. Una sosta al bar è inevitabile. Il croissant è passabile, ma il cappuccino proprio lo fanno male. C’è però un vantaggio.

5. Forse non lo avevo ancora accennato, ma in Spagna si può ancora fumare nei bar e nei ristoranti. E’ una sensazione un po’ strana, ripensando all’Italia mi pare di tornare indietro nel tempo. A una specie di Arcadia.

6. Usciti da bar, seguiamo le indicazioni della guida, ma le strade non corrispondono e subito ci accorgiamo, dall’architettura che ci circonda, che forse non stiamo seguendo il percorso giusto.

7. Torniamo sui nostri passi varie volte, ma delle belle piazzette descritte nella guida non vediamo neanche l’ombra. In compenso vediamo un numero impressionante di farmacie. Un negozio su tre pare sia una farmacia. Sarà che si vedono bene anche da lontano, con quelle croci luminose verdi, rosse, o verdi e rosse. Ma abbiamo cominciato a farci caso. In una strada, nel giro di 50 metri, ce n’erano tre. Ecco cosa può fare un laureato italiano in Farmacia disoccupato: trasferirsi a Barcellona. Si sa, il business dei medicinali è un po’ come quello delle pompe funebri, raramente è in calo.

8. Arrabbiata a morte con la guida, che continua a deluderci e a farci sbagliare strada, anche con una punta di derisione implicita, Alessandra decide di fermarsi in un negozio cinese per comprare un souvenir che si trova solo qui, nei negozi dei cinesi. Non dico altro perché potrebbe toccare come ricordo della vacanza a qualcuno di voi.

9. Proseguiamo, sempre più convinti che il percorso che stiamo facendo non sia proprio quello consigliato dalla guida. Saranno tutti quei graffiti sulle saracinesche? Non saranno le piazzette di Gracia, ma in foto fanno un bell’effetto.

10. A un certo punto, questa nostra deludente ultima mattinata a Barcellona si trasforma come per miracolo. Vediamo il primo e unico gatto vivo della vacanza. Certo, speravamo di vederlo in un parco, o tra le macchine, o tra i vicoli delle case più scalcagnate. O su, sulla collina del Montjuic. Ecco, niente di tutto questo. L’unico gattino che abbiamo visto era dietro la vetrina di un negozio chiuso, ansioso di uscire, prigioniero nella Città che Odia i Gatti. Ma ci ha comunque rincuorato constatare che i felini, a Barcellona, non sono ancora del tutto estinti.

11. Proseguiamo e ci accorgiamo che siamo sbucati su una strada molto larga, il carrer San Joan, che non c’entra nulla col percorso della guida. E’ proprio da un’altra parte. Decidiamo di percorrerla e, prima di arrivare all’Arc de Trionf, ci infiliamo nella stazione metro di Tetuan, dove la nostra linea preferita, quella viola, ci porterà direttamente al Parallel, verso casa.

12. Arriviamo a casa intorno all’una. Decidiamo di preparare la pasta coi broccoli. Ne avanzano un po’. Magari stasera li mangerà Virginia con le sue nuove ospiti, che dovrebbero arrivare a Barcellona proprio con l’aereo della Ryan che riporterà noi a Pisa.

13. Diamo un’ultima occhiata al computer. Ormai è tutto pronto. Caro computer di Virginia, anche se la tua tastiera era un po’ scadente, sappi che ti sono grato per avermi permesso di scrivere tutti i miei fotoracconti. Se diventerò famoso, passerai alla storia con me, anche se probabilmente sarai già sepolto nella discarica dei computer. E chissà dove sarò io.

14. Per raggiungere la stazione dei pullman, con i nostri due borsoni e il trolley rosso, ci sono tre possibilità: a) farsela a piedi fino a Placa de Espanya, percorrendo praticamente tutto il viale del Parallel. Da lì prendere la linea rossa fino a Arc de Trionf, dove c’è la stazione dei pullman. b) evitare il Parallel a piedi prendendo la linea verde a Poble Sec (vicino casa), cambiare a Placa de Espanya e così via. c) prendere un taxi. La decisione è semplicissima: appena usciti dal portone, passa un taxi davanti a noi e si ferma al semaforo rosso a pochi metri. E’ libero. Busso al finestrino. Il conducente scende e carica i bagagli. Saliamo e partiamo. Ce la caviamo con 10 euro.

15. Arriviamo con largo anticipo (sono solo le due e mezzo), ma alla stazione dei pullman c’è il caos. E’ pieno di italiani chiassosi che devono andare a Girona a prendere l’aereo (lo stesso nostro, SIGH!), e aspettano tutti il prossimo pullman. Anzi, i prossimi tre pullman, perché ce ne vorranno tre, e qualcuno resterà a terra. Quando si aprono gli sportelli per caricare i bagagli, è il delirio. Noi siamo tra gli ultimi a caricare, e infatti sul pullman troviamo solo due posti separati. Oltretutto ho caricato tutte le borse sotto, compresa quella col mio libro, e per un’ora abbondante mi annoio parecchio. Neanche il paesaggio offre grandi spunti per fare della foto (la mia fedele nikon è sempre intorno al mio collo, come lo è stata per tutta la vacanza). Dal mio posto vedo il cappello viola di Ale che spunta da dietro il sedile, tre o quattro posti più avanti. So a cosa sta pensando.

16. Ed eccoci all’aeroporto. Ale è come al solito pensierosa. Sa che tra poco, per un’ora e mezzo, dovrà dire addio alla terraferma. Rispetto all’andata è molto meglio, c’è il sole, l’imbarco procede in orario… eppure niente da fare, Ale non è per niente convinta.

17. Poco prima di imbarcarci, vediamo arrivare l’aereo che dovremo prendere. Viene da Pisa. E, tra gli ultimi passeggeri a scendere, ci sono proprio loro, le prossime ospiti di Virginia, quelle che prenderanno il nostro posto. Buon divertimento, ragazze. So che Ale sta morendo d’invidia perché loro sono appena atterrate e lei deve ancora partire. Ma saluta comunque coi sorrisoni e con la mano.

18. Il volo è pressoché perfetto; il bel tempo, l’assenza di vento, il decollo, il volo, l’atterraggio. Ale rimane zitta tutto il tempo. Dà un’occhiata distratta alla rivista della Ryan, legge qualche prezzo dei profumi e del menù, ascolta la spiegazione del gratta e vinci, ma non proferisce parola. Quando l’aereo atterra, si rivolge alla ragazza accanto: “Scusa, di solito non sono così asociale, ma durante il volo non riesco a pensare ad altro, ho troppa paura.” La ragazza la perdona. E ci ride anche un po’. L’importante è che siamo tornati sani e salvi. E per il sani (di mente), avrei qualche dubbio.

Ecco, il fotoracconto dovrebbe finire qui, con Mario che ci viene a prendere all’aeroporto, noi che torniamo a casa con lui parlando della vacanza.

Vi ricordate com’è stato il giorno della partenza? L’ho accennato brevemente nel primo post che ho scritto da Barcellona. Ho fatto mille preparativi, e poi mi sono dimenticato la macchina fotografica nell’auto di Mario (che me l’ha dovuta riportare mentre stavo per imbarcarmi). Ecco, arrivando davanti a casa di Emilia alle nove (dove ci aspettava la pasta al ragù), Mario ha accostato la macchina per farci scendere e prendere i bagagli, mentre lui sarebbe andato a parcheggiare più avanti. Apro lo sportello, scendo e sento un THUD!, qualcosa che cade. Abbasso gli occhi appena in tempo per vedere la nikon che tocca terra dopo essere caduta dalle mie ginocchia, battere l’obbiettivo sul cemento e fare un mezzo giro su se stessa. A Barcellona l’ho tenuta al collo per sette giorni su sette, talvolta dieci ore al giorno, non l’ho mai posata. In macchina, per rilassarmi, me l’ero sfilata e appoggiata sulle ginocchia. E me n’ero scordato. Ed ecco quindi come finisce quest’ultimo fotoracconto della nostra vacanza a Barcellona: col fuoco automatico che non funziona più. Se Emilia non avesse uno dei suoi inconfondibili grembiulini, stenterei a riconoscerla.

E così sarete contenti, voi che pensate che durante questa settimana io abbia angariato la povera Alessandra con le mie continue foto. Siete stati voi, maledetti, sempre dalla parte dell’augusto, che m’avete mandato le maledizioni! Voi, voi, voi, e anche un pochino Alessandra. Ebbene VOI, scordatevi di qualsiasi altro mio fotoracconto, in futuro.

A meno che non abbiate da regalarmi un obiettivo base della Nikon.

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