La fortuna di essere secco

Oggi, come succede a volte, è stata una giornata particolarmente pesante.

Già, arrivati a questo punto dell’anno scolastico, i bimbi sono tutto un frullare di ormoni, incontenibili, sono stanchi e non hanno voglia di lavorare, pensano già all’estate. Tant’è che la domanda “Professore, oggi invece di fare lezione si va a vedere un film?”, si ripete almeno tre o quattro volte in ogni classe. Io, che devo finire il programma, invece di alleggerire con la visione di un qualche video (come furbescamente fa qualche mia collega), appesantisco ancora di più la lezione, e questo va soprattutto a discapito mio. Infatti sono parecchio nervoso. E allora sgrido più del dovuto qualche ragazzina entrante o un ragazzino un po’ troppo vagabondo o furbetto. Lo sento, ho i nervi a fior di pelle. Mi succede ogni anno tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. Sono stanco. Quest’anno butta anche male perché 25 aprile e primo maggio cadono di sabato o domenica, sicché non c’è neanche quella pausetta che ti fa respirare. Arrivo a giugno in apnea, la gola è stanca, il cervello di più, e sento le ingiustizie, anche le meno importanti, in modo così profondo da cadere in uno stato d’umor nero, dove non posso neanche guardare il telegiornale perché rischio di spaccare la tv, e devo stare attento quando parlo con le persone perché rischio, soprattutto davanti alla stupidità o alla prepotenza, di smattare.

Qualcuno che mi conosce penserà: “Bè, che novità!”. E allora lasciate che vi dica che finora sono stato il re dell’autocontrollo, ma da oggi occhio, perché se parlo schietto è la fine. Questo non significa che io, essendo nervoso, abbia torto nelle questioni (lavorative, artistiche o personali) che mi riguardano. Direi tutt’altro. Ma passiamo oltre.

Ho avuto un diverbio subito dopo pranzo, che è costato la vita a una cassetta di metallo apparentemente indistruttibile. Ho rimuginato qualche ora davanti al computer spento, mi sono fatto la doccia sperando di calmarmi, ma l’unico risultato è stato quello di avere capelli puliti e lisci che mi scendevano sulla fronte in stile Emo (secondo la definizione dell’attenta e simpatica Fabya). Il giramento non è passato. Avete presente, vero, quando tutto e tutti intorno a voi sembrano complottare per il vostro malumore? Sì che lo avete presente… Allora ho preso una decisione. Quando non mi sento amato abbastanza, vado al cimitero a trovare mia madre.

Forse non è una buona tattica.

Alle 4 e mezzo arrivo al cimitero dei Lupi. L’ultima volta che l’ho visitato è stato per accompagnare mia suocera Emilia (vi consiglio la lettura altamente educativa del relativo post). Varco il cancello, quello vicino alla strada, e percorro il vialetto sempre dritto per un centinaio di metri, senza mai svoltare. La tomba è facile da trovare, e si vede subito, perché poco prima c’è quella di un ragazzino morto tragicamente qualche anno fa che è sempre piena di pupazzini, messaggi, gadget, sciarpe. So che dopo quattro o cinque tombe, sempre in basso, c’è la lapide di mia madre, subito riconoscibile perché ci sono tre foto, la sua e quella dei suoi genitori, tutti insieme appassionatamente. Accanto, l’ultranovantenne zia Rigoletta.

Mi siedo sul murettino davanti, scaccio le miriadi di zanzare che frescheggiano tra le frasche, mi accendo una sigaretta (in onore di Alda che era una grande fumatrice), fisso la foto e con gli occhi lucidi comincio a vagare con la mente. Quando il presente o il futuro mi spaventano, vado nel passato, e non è che sia molto meglio, troppi sentimenti irrisolti. A pochi metri da me, una giovane donna in jeans e stivali neri bacia la foto del ragazzino. Dopo un po’ mi alzo (prima di diventare il pasto principale delle zanzare) e decido di visitare gli altri morti recenti. E’ una bellissima giornata di sole, il bianco delle lapidi abbaglia. Mi guardo intorno, probabilmente tutto questo sole ha spinto le persone sul lungomare, più che al cimitero. Percorro il viale principale e guardo l’orologio. Le cinque e mezzo, il sole è ancora alto. Mi sorge un dubbio, man mano che sul mio cammino le uniche persone che vedo sono quelle delle foto sulle lapidi. Accelero il passo, torno da mia madre, la saluto accarezzandole la faccia e mi incammino verso l’uscita. Tiro un sospiro di sollievo, il cancello da cui ero entrato è solo socchiuso, probabilmente è quasi l’ora di chiusura e si stanno anticipando. Strano, penso, con queste giornate lunghe il cimitero dovrebbe chiudere almeno alle sei.

Avvicinandomi mi accorgo che il cancellone automatico in realtà non è socchiuso, ma è proprio chiuso, con un unico spiraglio centrale dovuto alla chiusura difettosa dell’automatismo. E con “spiraglio” intendo proprio dire uno spiraglio di una decina di centimetri. Faccio il giro di tutti gli ingressi, magari uno di servizio lo troverò ancora aperto. Macché. Tutto chiuso a chiave. Provo a passare dagli uffici, ma anche lì è tutto stoppinato, e nessuno in vista. Mi dico: vabbè, sono le 17 e 40, niente di grave, qualcuno che lavora qui ci sarà ancora. Faccio un altro giro, sperando di trovare un’anima pia che mi faccia uscire.

Il deserto.

Il dubbio che avevo diviene certezza.

Il cimitero è chiuso.

E io sono dentro.

Torno al cancellone e vedo che c’è l’autobus dall’altra parte della piazza che fa capolinea. Che faccio? Grido in direzione dell’autista e gli dico che sono rimasto chiuso nel cimitero? Francamente imbarazzante. Decido prima di testare la mia seccolenza per provare a passare dallo spiraglio. Ci passa il braccio, e anche la spalla, ma la testa proprio no. Oltretutto c’è una specie di gancio che mi struscia sulla schiena e rende l’uscita ancora più difficoltosa. Prima di rinunciare e decidere di scavalcare l’alta cancellata con tanto di spunzoni metallici, provo a spingere con forza un’ultima volta. Uso il corpo come una leva, dando spinte successive sempre più forti. Spero che da fuori non mi vedano così, incastrato nel bel mezzo del cancello e rosso in viso dallo sforzo. La paura è che il meccanismo automatico mi schiacci definitivamente tra una porta metallica e l’altra, rendendo la mia visita al cimitero fatale (e il trasporto alla camera ardente molto facile, visto che dista pochi metri da lì). Alla fine una spinta più energica mi consente, come un vero contorsionista, di far passare la testa e con essa tutto il corpo. Forse mi resterà un’abrasione alla schiena, ma perolmeno sono uscito senza dover chiamare l’autista dell’autobus o, peggio, il 118 per farmi aiutare.

Appena uscito butto l’occhio sulla lastra di marmo accanto al cancello. L’apertura pomeridiana del cimitero è dalle 14e15 alle 17e15.

Peccato non aver controllato prima.

Salgo in auto e guido fino al moletto di Antignano. Come diceva Edoardo Crescenzo in una sua vecchia canzone, “l’odore del mare mi calmerà”. Perché dovete sapere che, nonostante la situazione francamente surreale, la rabbia non mi era ancora sbollita. Decido di mettermi sugli scogli a leggere un po’ del libro che ho iniziato ieri, così, tanto per rilassarmi. Un bel libro ottimista, insomma, è quello che ci vuole in questi momenti. Basta leggere la trama per capirlo. Arrivato in cima al moletto, mi siedo, apro lo zaino e mi accorgo di aver scordato il libro a casa. In mancanza d’altro, mi metto a fissare il mare. Non sono sicuro che Edoardo de Crescenzo avesse ragione sulle qualità terapeutiche dell’odore del mare. Sto lì una mezzoretta, poi mi alzo e mi avvio verso le prove col mio nuovo chitarrista. Perché sì, non ve l’avevo detto, ma per la seconda volta sto cercando di mettere su le mie canzoni con un nuovo chitarrista.

And the beat goes on.

And the beat goes on.

Ve lo dico, però: la rabbia non è ancora passata. E domattina, causa defezioni varie, mi toccano QUATTRO ore nella stessa seconda.

Non vedo l’ora…

Vi lascio quindi senza indugi a una canzone cui sono molto affezionato e che mi pare proprio in tema con questo post.

God (ahahaha!!!) bless The Smiths.

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A dreaded sunny day
So I meet you at the cemetery gates
Keats and Yeats are on your side

A dreaded sunny day
So I meet you at the cemetery gates
Keats and Yeats are on your side
While Wilde is on mine

So we go inside and we gravely read the stones
All those people all those lives
Where are they now?
With the loves and hates
And passions just like mine
They were born
And then they lived and then they died
Seems so unfair
And I want to cry

You say: “ere thrice the sun done salutation to the dawn”
And you claim these words as your own
But I’ve read well, and I’ve heard them said
A hundred times, maybe less, maybe more

If you must write prose and poems
The words you use should be your own
Don’t plagiarise or take “on loans”
There’s always someone, somewhere
With a big nose, who knows
And who trips you up and laughs
When you fall
Who’ll trip you up and laugh
When you fall

You say: “ere long done do does did”
Words which could only be your own
And then you then produce the text
From whence was ripped some dizzy whore, 1804

A dreaded sunny day
So let’s go where we’re happy
And I meet you at the cemetery gates
Oh Keats and Yeats are on your side

A dreaded sunny day
So let’s go where we’re wanted
And I meet you at the cemetery gates
Keats and Yeats are on your side
But you lose because Wilde is on mine

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