E per cielo…

Non riesco a scrivere un post sulla realtà, perché francamente, in questo periodo, mi disgusta. Disprezzo la grettezza, la superficialità, la malevolenza, la falsità di molte delle persone che mi circondano, degli italiani, dei miei concittadini, dei miei conoscenti. Di qualche persona cara.

Ecco perché mi rifugio nella scrittura. Ed ecco perché, nei miei scritti, spesso traspare un umor nero, una cupezza traslata nella vita dei personaggi che creo, nelle loro vicende, nei loro pensieri.

Ho partecipato, la settimana scorsa, a un concorso di scrittura estemporanea indetto dalla biblioteca di Empoli. Si trattava di scrivere un raccontino (dai 1500 ai 3000 caratteri) in diretta partendo da un incipit fornito dagli organizzatori. L’incipit era molto breve e, se da un lato imprigionava nelle categorie della persona narrante (io) e del tempo verbale (passato remoto), dall’altro dava modo di elaborare molti possibili sviluppi narrativi.

Eppure, poi, il racconto che ne viene fuori è uno soltanto, e ho idea che, per ogni aspirante scrittore, se sincero, rifletta il suo stato d’animo attuale, la traslazione di un’idea generale della vita e di una visione circostanziale del mondo e della varia umanità che lo circonda.

L’incipit era il seguente:

Mi svegliai dolorante su di un manto erboso. Non ricordavo molto di me…

L’originalità di questa frase mi ricorda l’immarcescibile incipit dei romanzi che scrive Snoopy sul tettino della sua cuccia, con la sua fedele macchina da scrivere, “Era una notte buia e tempestosa…”, e che vengono puntualmente rifiutati dall’editore.

Quello che ne è venuto fuori è questo raccontino dal titolo

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E per cielo…

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Mi svegliai dolorante su di un manto erboso. Non ricordavo molto di me, né della mia storia, né perché fossi lì. L’unica cosa che mi girava per la testa era un nome, Arbnor, ma chi fosse non avrei saputo dirlo. Provai ad alzarmi, ma una fitta lancinante all’addome me lo impedì. Decisi di rimanere sdraiata a riordinare le idee.

Intorno a me era scesa la sera. La luna era bassa nel cielo viola, i grilli cantavano ancora, non era la fine del mondo. Spostai il viso da un lato e dall’altro, l’erba bagnata mi solleticò le guance. Sulla mia destra il campo saliva formando un rialzo, poco più in là, un filare di lampioni. Forse c’era una strada. Forse si sarebbe fermata un’auto, il conducente sarebbe sceso, avrebbe visto una macchia di colore più chiaro, il mio vestito bianco nell’erba scura, mi avrebbe soccorso, mi avrebbe riportato alla mia vita normale, qualunque essa fosse stata. Avevo le gambe intorpidite, il corpo rigido, non ce l’avrei mai fatta a risalire fino al ciglio. Riuscivo a muovere solo le braccia. Con il destro esplorai la zona d’erba al mio fianco. La mia mano toccò qualcosa di umido e scivoloso. L’afferrai, la portai vicino a me. Era una borsa. Era mia? Dentro c’era il tesserino di un autobus, con la foto di una giovane ragazza bionda. Ero io quella lì? La sua faccia non mi diceva niente. Il nome neanche. Irina Saskiri. Ero io Irina? Ero russa, slava, polacca? Perché non riuscivo a ricordare? Solo Arbnor, solo quel nome ricordavo. Continuai a esplorare la borsa. Sentii qualcosa di piccolo e metallico, uno specchietto. Il buio non era totale, potevo ancora vedere la mia faccia riflessa. Sì, ero io quella della foto, mi riconoscevo, anche coi capelli rossi e il volto tumefatto. Ero io, Irina. Sentii un’auto che passava sulla strada, ne intravidi i fari, urlai, ma mi uscì solo un rantolo. Sfrecciò via indifferente. Nella borsa trovai un’ultima cosa, la foto di un uomo scuro, giovane, serio. Non ricordavo, eppure ebbi un sussulto. Era lui Arbnor? Provai a tastare l’erba sulla mia sinistra. Sentii una stoffa calda, un fagotto. Lo tirai a me. Me lo portai sopra al petto, lo disfeci. Dentro, un corpicino inerte, bianco, sanguinolento, e d’improvviso tutto si fece chiaro, la notte si illuminò di dolore, e urlai il suo nome, Arbnor, il nome che avevo scelto per lui. Un’auto si fermò sul ciglio della strada. Qualcuno aprì lo sportello, sentii i passi avvicinarsi nell’erba alta. Aveva una torcia. Lo riconobbi subito, era l’uomo della foto, il mio fidanzato, il mio protettore, il mio aguzzino, quello da cui ero fuggita col corpicino già privo di vita nella coperta, quello che mi aveva investito da dietro mentre fuggivo sulla strada. Era tornato. Si chinò su di me, prese il fagotto con Arbnor e lo gettò lontano. Mi sollevò. Sentii il sangue colarmi dal ventre sulle cosce, sentii le lacrime scendermi sul viso. Poi, la sua voce.

“La prossima volta ti ammazzo per davvero.”

Ora che ricordavo, avrei voluto dimenticare.

Mi caricò in macchina.

Mi aspettava la mia vecchia vita.

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