Il guaio delle gite scolastiche

Aprile e Maggio sono i mesi delle gite scolastiche. Avete idea di quale giro di affari muovano i viaggi delle scuole medie e superiori in Italia o all’estero? Di quanti alberghi, ristoranti, compagnie di trasporti, agenzie di viaggi, baracchine di souvenir si mantengano grazie alle gite scolastiche? Non ho i dati precisi, ma azzardo: tanti, tantissimi; chi lavora nel mondo della scuola lo sa bene. E anche chi si occupa di turismo.

A volte do per scontato alcune cose, ovvero che quasi tutti sappiano di cosa io stia parlando, di come funzionino le vicende all’interno della scuola, dimenticando che quasi tutti hanno vissuto le gite scolastiche da studenti, quindi senza pensarci troppo o facendosi pochi problemi. Per un insegnante è diverso, molto diverso.  Lo sanno bene i professori delle due ragazze schiacciate sotto un masso a Ventotene.

Premetto che io ho sempre portato volentieri le mie classi in gita, specialmente le terze, perché le gite (anzi, viaggi d’istruzione, si chiamano) sono un arricchimento culturale ma soprattutto umano: il prof che va in gita vede i bimbi sotto tutta un’altra luce rispetto a come li vede in classe, ma è soprattutto l’inverso, i ragazzi hanno tutta un’altra prospettiva sui prof., e questo migliora il rapporto in modo biunivoco. L’anno scorso, ad esempio, io e il prof di tecnica, provocati dagli alunni, ci siamo sfidati a una gara di Dance Dance Revolution, ovvero quel gioco dove devi ripetere velocemente i passi di danza seguendo la musica e le frecce. Lui, pur essendo più giovane e palestrato di me, ha perso, ovviamente. Io sono diventato un mito. E questo è solo per darvi un’esempio stupido.

E’ vero, gli insegnanti hanno la gita pagata. A fronte di questo, però, vi dico: invece di stare in classe quattro o cinque ore, il prof lavora, in gita, dalle 18 alle 20 ore (a volte 24) al giorno, scorazzando masnade di bimbi super-eccitati tra città d’arte, colline, spiagge, musei, montagne, prima. E poi, in albergo, di notte, occorre  fare sorveglianza pregando che tutto fili liscio. Perché, se succede qualcosa a uno dei 20, 40, 60, 80 alunni, la colpa è del prof che ne ha la responsabilità totale. Cioè, se un bimbo cretino, mentre si cammina sul marciapiede, gli prende il cervello e corre per strada, e viene investito da una macchina, la colpa è del prof. Se un bimbo si sporge dalla finestra dell’albergo e cade, la colpa è del prof. Se il bimbo prende una medicina non segnalata e gli viene uno shock anafilattico, la colpa è del prof. Potrei farvi mille esempi. La responsabilità è enorme. E sto parlando di responsabilità penali. Si va in galera. E di sensi di colpa, in caso di incidenti. Io andrei fuori di testa, se mi accadesse ciò che è successo in gita a Ventotene. E sapete quanto veniamo pagati per tutto questo lavoro extra e per l’enorme responsabilità? Neanche una lira in più. Neanche un giorno libero per riprendere il fiato quando si torna a scuola. E’ tutto volontariato. Quest’anno, poi, è passata una circolare per cui un prof che porta in gita i bimbi deve fornire una lista dei partecipanti garantendo che siano tutti studenti che non creano problemi. E che le mète scelte per la gita siano posti sicuri, scaricando ancor di più sugli insegnanti tutte le responsabilità. Secondo voi è possibile? E’ un modo intelligente per prevenire eventuali disgrazie? Non credo proprio.

Il primo provvedimento preso è stato quello di cancellare la settimana bianca, ad alto rischio incidenti. Vabbè, non è che me ne sia mai importato molto, della montagna. Per il resto, niente di nuovo. Si lascia al buon cuore (leggi: stupidità) degli insegnanti se portare o meno i ragazzi in gita. Io, che sono un giovane insegnante abbastanza popolare tra gli alunni, ho ricevuto molte richieste; qualche alunno mi ha detto, con una specie di ricatto morale: “prof, se non ci porta lei a Roma, io non ci vado”. Allorché io spiego puntualmente in ogni classe questo discorso che sto facendo a voi. Sperando che capiscano. Ma vagli a spiegare perché loro non ci vanno e invece la classe accanto ne fa due, di gite. Non è facile. Capire, capiscono, ma non è detto che approvino.

Vi garantisco che i soldi sono l’ultimo problema, le gite non sono l’unica cosa che gli insegnanti fanno gratis con spirito umanitario, sopperendo alle numerose mancanze di una scuola pubblica che è sempre più allo sfacelo, amministrativamente parlando. Tutto poggia sulle spalle degli insegnanti e di qualche dirigente capace, qualora egli/ella non si faccia sopraffare dall’eccessivo burocratismo dell’Azienda Scuola (perché, forse non lo sapete, ma la scuola pubblica, adesso, è considerata un’azienda a tutti gli effetti, con tanto di certificazione Iso, piano dell’offerta, ecc.).  Allora dico: perché invece di fare gli scioperi dove il governo risparmia un sacco di soldi e gli insegnanti perdono una giornata di lavoro e di salario, e nessuno se ne accorge, perché non decidiamo noi insegnanti di rinunciare alle gite per protesta? Non sarebbe giusto? Sapete che danno all’economia italiana si creerebbe? Forse è l’unica arma che abbiamo, perché se un prof sciopera, davvero non gliene frega niente a nessuno. Anzi, si passa per i soliti vagabondi che scioperano di venerdì, così fanno il weekend lungo.

E allora direte: perché gli insegnanti perseverano di fronte a tale iniquità? Forse, qualcuno, perché preferisce stare fuori tre giorni, con tutti i rischi del caso, invece di andare a scuola. Può darsi. Ma io credo che la ragione principale sia perché ci teniamo agli alunni, alla fine vogliamo vederli felici, che ci crediate o meno. E allora via, Roma, Trieste, Verona, Napoli, ore e ore di pullman con l’agghiacciante musica gggiovane di sottofondo. E scarpinate, e urli, e continui appelli per assicurarsi di non aver perso nessuno, e il bimbo che c’ha la diarrea, e quello con le allergie, e quello che gli viene la febbre, e nottate in bianco nei corridoi per impedire pericolose visite notturne da una stanza all’altra. Mi potete dire se esiste qualcosa di più agghiacciante di una professoressa di sessant’anni in pigiama che si piazza nel corridoio di notte su una seggiolina per assicurarsi che tutto fili liscio? Che poi dopo tre, quattro ore che sta lì, quando tutto sembra tranquillo, appena va a letto, i bimbi hanno un sesto senso ed è lì che succedono i guai, gli schiamazzi notturni, le fughe nei corridoi, le litigate coi padroni degli alberghi (non si azzardino, i miei bimbi li sgrido solo io!!!)… L’anno scorso, alle tre di notte, si sono sentite le urla agghiaccianti di due ragazzine nella loro camera, che hanno svegliato mezzo albergo. Allarmati, ci siamo alzati e abbiamo scoperto che si erano semplicemente spaventate perché un compagno aveva bussato alla loro porta facendo finta di essere sonnambulo.

Lo so, riderete di questo post, ma la situazione è alquanto tragica. E non vi parlo di tutti i tagli fatti di recente alla scuola pubblica, dei posti di lavoro perduti, del revisionismo nei programmi… Soffro troppo.

Per cui, quest’anno, voglio tenere duro, e in gita non ci vado. Sopporterò gli sguardi mesti dei miei alunni, le loro mezze suppliche, le possibili ripicche dei piani alti, le frecciatine dei colleghi che dicono: “Sì, hai ragione, ma io li porto lo stesso, certo anche tu…”.

Proprio ieri, per telefono, mi è stata proposta una gita in Capraia, perché un insegnante ha rinunciato all’ultimo momento. Io, alla mia buonissima collega, giovane e in odor di santità, ho detto, senza approfondire troppo: “No, guarda, preferirei non venire…”, e lei: “Non ti preoccupare, ho pensato per prima a te, ma provo a chiedere a qualcun altro della classe, sperando ci sia qualcuno disponibile, sennò la gita salta.” E io: “Ok, grazie, vedi se riesci a trovare qualcun altro… Se poi proprio non c’è nessuno e i bimbi devono rinunciare, al limite vengo io.”

In Capraia.

Perché l’ho detto, perché, perché????

Lo so io, perché.

Perché sono troppo buono.

E no, non sono io quello del video.

.

Annunci