Sapere già

Martedì scorso, al clubbino di scrittura (che, dopo tre anni ha trovato, con votazioni democratiche, un “simpaticissimo” nome: QWERTY – e se usate il computer non potete non sapere a cosa si riferisce), è stato proposto un concorsino di scrittura a cui partecipare, indetto dalla Muller (quella degli yogurt cremosi) e dalla scuola Holden (quella dell’altrettanto simpaticissimo Baricco). Si chiama Blu su Bianco, e consiste nello scrivere un racconto di lunghezza variabile partendo da un incipit. Ogni settimana c’è un incipit nuovo e il concorso durerà per otto settimane. Non si vince una cippalippa, ma è gratuito ed è un buon modo per esercitarsi a scrivere. E quindi mi sono cimentato scrivendo un raccontino nel giro di un’ora. L’incipit era il seguente:

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“Assaggia.”
Il cuore gli batte forte e non sa cosa farsene delle sue braccia, così le tiene incrociate sul tavolo.
Lei gli passa il cucchiaino: sta aspettando. Ci sono tante cose da dire, adesso.
Prima di entrare in casa gli sembrava che si sarebbero esaurite tutte nello spazio che separa l’ingresso dalla cucina. Invece sono stati zitti.
Infila il cucchiaino nella parte bianca della farcitura. Suo padre avrebbe fatto lo stesso.
Il sapore del metallo è la prima cosa che sente, poi c’è solo il dolce che si scioglie sulla lingua
e gli sveglia una parte del cervello che credeva addormentata.
“Lo so perché sei venuto” dice lei nello stesso momento in cui lui si toglie il cucchiaino dalla bocca e chiede: “Cos’è?”

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Ecco, questo era l’incipit proposto. Ovviamente il racconto doveva tenere conto dello stile e delle informazioni contenute nell’incipit. In una parola, doveva essere coerente. Voi come avreste continuato?

Io ho scritto questo. E l’ho intitolato “Sapere già”.

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Sapere già

“Assaggia.”

Il cuore gli batte forte e non sa cosa farsene delle sue braccia, così le tiene incrociate sul tavolo.
Lei gli passa il cucchiaino: sta aspettando. Ci sono tante cose da dire, adesso.
Prima di entrare in casa gli sembrava che si sarebbero esaurite tutte nello spazio che separa l’ingresso dalla cucina. Invece sono stati zitti.
Infila il cucchiaino nella parte bianca della farcitura. Suo padre avrebbe fatto lo stesso.
Il sapore del metallo è la prima cosa che sente, poi c’è solo il dolce che si scioglie sulla lingua
e gli sveglia una parte del cervello che credeva addormentata.
“Lo so perché sei venuto” dice lei nello stesso momento in cui lui si toglie il cucchiaino dalla bocca e chiede: “Cos’è?”
“Che ti succede, non riconosci più i sapori?”
“Credo… anzi, no, è panna fresca mischiata a maraschino e scorza di cedro grattugiata.”
“Sei sempre stato bravo a indovinare gli ingredienti. Certo il merito non è solo tuo. Tuo padre…”
“Non sono qui per parlare di mio padre.”
“Ah no?”
“No, lui non c’entra niente.”
“Che strano. Quando ti ho visto entrare con quella faccia, avrei creduto tutto il contrario.”
“Ti sbagli. Ti sbagli di grosso.”
“Davvero? Facciamo così”, dice lei con un sorriso, “finiamo il dolce e poi ne parliamo.”
Ma a lui il dolce non va. Si appoggia allo schienale della sedia e la guarda finire la sua fetta. Lei mangia come un bambino, passandosi il cibo da una parte all’altra per scioglierlo lentamente, concentrata sul sapore. Come quella prima volta all’Osteria del Pallone. Lo aveva fatto innamorare.
Dopo l’ultima boccone, lei comincia a grattare il piatto col cucchiaino, come al suo solito, poi posa il tutto sul tavolo e si appoggia alla sedia incrociando le braccia, proprio come lui, imitandone anche l’espressione imbronciata. Sa già che lui starà zitto, se non pronuncia lei la prima frase.
“Che fine hai fatto?”
Non è arrabbiata come credeva. O forse non lo dà a vedere.
“Sono stato tre giorni nel Chianti. Scusa se non ti ho avvertito.”
“Potevi almeno chiamare.”
“Anche tu.”
“Sì, anch’io. Ma sapevo che non t’avrebbe fatto piacere.”
“Non è vero. Solo che ho lavorato sedici ore al giorno e la notte, invece di dormire, ho passato le ore a camminare tra i campi.”
“Non cambi mai, eh?”
“Avevo bisogno di pensare.”
“Lo so, ti conosco. Non riesci a pensare, da fermo. I tuoi neuroni si devono muovere insieme alle gambe. E cosa hai pensato? Almeno questo me lo dici?”
La frase le è uscita di bocca con un leggero tono sarcastico che non intendeva. Lui reagisce nel suo solito modo, col silenzio. Tocca di nuovo a lei proseguire la conversazione.
“Alberto, per favore, non farti tirare le parole fuori dalla bocca. Lo sai che non lo sopporto.”
Lui fa una pausa di tre respiri, l’ultimo più profondo.
“Il primo giorno che ero lì mi hanno fatto un’offerta di lavoro. Mi hanno chiesto di andare a Los Angeles.”
“Nel ristorante di tuo padre?”
“No, in un’azienda vinicola poco lontano, te l’ho detto, mio padre non c’entra niente.”
“Non c’entra niente? E chi te l’ha fatta la proposta?”
Silenzio.
“Non è stato tuo padre?”
“No, è stato Scarpetti.”
“Ah, quella specie di bossettino mafioso.”
“Smettila, lo sai che non è così.”
“Smettila tu, io le cose non me le scordo. E poi che coraggio, dimmi un po’, di chi è il miglior amico, Scarpetti?”
“Di mio padre, lo so, ma non c’entra niente. E’ solo che ha bisogno di un supervisore per la sua azienda, e ha pensato a me.”
“Certo, come se ti stimasse.”
“Ora non essere cattiva.”
“Lo sai, no, che pensa che tu sia un coglione? O vuoi far finta di nulla? Come puoi pensare che in questa sua proposta non c’entri tuo padre?”
“Perché l’ho chiamato subito dopo, mi ha detto di non saperne niente.”
“E tu gli credi? Certo che non impari proprio niente, dal passato.”
“Forse no, ma anche tu…”
“Anch’io cosa? Alberto, ma davvero non ti pare strano ricevere una proposta di lavoro che ti porterà in America tre mesi prima…”
“Lo so, quello che pensi. Che mio padre l’abbia fatto apposta per dividerci.”
“E tu no? Non lo pensi anche tu?”
“Ascolta, non mi capiterà più un’occasione come questa, lo sai. E poi perché dobbiamo separarci? Io volevo chiederti di venire con me a Los Angeles.”
D’improvviso lei libera le braccia incrociate e si puntella con le mani sul bordo del tavolo.
“Certo. Certo. Scappo con te e ci andiamo a sposare a Las Vegas. Molto romantico. E il mio lavoro, dove lo metti? Dovrei lasciare tutto? E mia madre? La portiamo con noi? Ma sì, dai, portiamoci tutta la mia famiglia, mia madre, la sua sedia a rotelle e già che ci siamo anche quella stronza di mia sorella, che è due anni che non si fa sentire.”
“E allora tu rimani qua e io ti vengo a trovare appena posso, ci possiamo sposare comunque, se vuoi.”
A questa frase lei afferra il piatto di porcellana, quello del servizio buono della nonna di Alberto, e lo scaraventa contro il muro. Solo adesso si accorge con quanta forza le sue mani stringessero il bordo del tavolo.
“Hai già deciso, vero? Hai già deciso.”
“Sì. Ho deciso. Se non vuoi venire con me, io vado comunque.”
“D’accordo.”
Lei si alza, va verso il ripostiglio. Prende la scopa e comincia a raccogliere i cocci del piatto per terra. Lui la guarda muoversi, una ciocca di capelli le scende sulla guancia. Poi si alza. Va verso la porta. Spera solo che lei non pianga. Non lo sopporterebbe.
Ma lei non piange. Solleva lo sguardo dal pavimento aspettando che esca. Non piange, lei. Mentre lui abbassa la maniglia e apre la porta, non piange. Lo guarda dritto negli occhi.
“Sono incinta”, dice. “Sono incinta.”

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Ecco. Perché non provate anche voi?

Magari vi divertite. Tanto, con questa pioggia, che avete da fare?

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