Impara l’arte (terza puntata)

Prima Puntata.

Seconda Puntata.

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Impara l’arte (terza puntata):

Il giorno dopo Babsy arrivò davanti al Blakes con un quarto d’ora d’anticipo. Indossava un paio di jeans e una maglietta nera con la faccia di Angela Davis stampata in rosso. Nonostante l’abbigliamento semplice, molti uomini, e anche qualche donna, per strada, si erano voltati a guardarla. Uno le aveva addirittura lanciato un fischio. Non un inglese, di certo.

Decise di aspettare Rennah sul marciapiedi, invece di chiamarla al telefono. Ma quando si accorse che erano già le tre e un quarto, decise di farle uno squillo. Le rispose la voce impastata di Rennah.

“Chi è?”

“Rennah, sono Babsy.”

“Chi?”

“Babsy. Ci siamo conosciute ieri notte alla festa di Paul Smith, avevamo appuntamento alle tre sotto al tuo albergo.”

“Per che cosa?”

“Niente, per fare un giro. Per il tuo compleanno.”

“Il mio… ah già, sì, il mio compleanno. Ma che ore sono?”

“Le tre e un quarto. Guarda che se è un problema ci possiamo risentire.”

“No, no, il tempo di vestirmi e scendo. Sei giù?”

“Sì, ti aspetto fuori.”

“Ok, faccio in un attimo.”

Un attimo si rivelò trattarsi in realtà di venti minuti. Babsy la attese pazientemente, leggendo un libro seduta su uno dei grandi vasi che adornavano la facciata dell’hotel. Il portiere, da come la guardava, non sembrava d’accordo. Avrebbe mandato via qualsiasi altra ragazza, ma a lei non osò dire niente. Forse pensava che quella bellissima donna intenta a leggere fosse, tutto sommato, una buona pubblicità per l’albergo.

La prima cosa che Babsy notò quando Rennah uscì dall’albergo fu un paio di grandi occhiali neri che coprivano almeno metà di quel suo bel viso affilato. Poi guardò il resto dell’abbigliamento. Pensò subito che non avrebbero camminato a lungo per le strade di Londra, con i tacchi altissimi che indossava. E che molti avrebbero fischiato al loro passaggio, vista la minigonna che aveva scelto.

Rennah non salutò il portiere, ma si voltò un paio di volte a destra e a sinistra col timore che l’altra, stanca di aspettare, fosse andata via. Poi vide questa ragazza seduta con un libro in mano che le sorrideva e le si avvicinò.

“Ciao. Sei tu Babsy, vero?”

“Non ti ricordi proprio niente della notte scorsa?”

“Vagamente. Scusami, ma quando bevo mi fa quest’effetto. Allora, dove andiamo?”

“Pensavo di andare direttamente alla Tate, ma credo che prima dovremo fare una piccola sosta. Vieni.”

Dopo dieci minuti a piedi, le due arrivarono davanti alla vetrina di Jojo, un piccolo negozio di abbigliamento che Babsy conosceva bene. Salutò la commessa come se fosse una sua vecchia amica.

“Perché mi hai portata qui?”

“Perché non ho avuto il tempo di comprarti niente per il tuo compleanno. E perché, se vuoi venire in giro con me, hai bisogno di un paio di scarpe decenti, altrimenti ti rimangono i tacchi impigliati da qualche parte. E di un paio di pantaloni lunghi, se non vuoi che mezza Londra ci cammini dietro.”

Scelsero un paio di pantaloni di cotone neri con un sottile ricamo viola ai lati, e delle scarpe da tennis bianche con lo strappo. Quando Rennah uscì dal camerino di prova, Babsy pensò che fosse ancora più bella, con quei vestiti semplici. Meno appariscente ma più bella. Presero anche uno zainetto nero dove misero la minigonna e le scarpe coi tacchi alti. Babsy pagò con la sua carta di credito.

“Buon compleanno.”

“Grazie, ma non dovevi.”

“Figurati. Conosco tutti in questo negozio, mi fanno un prezzo speciale. E poi davvero non potevi andare in giro vestita com’eri, i tacchi alti lasciali per le sfilate.”

Le due salutarono la commessa e si avviarono in strada.

“E ora?”

“E ora la metro. E non dirmi che non ci sei mai salita.”

“Una volta soltanto, quando sono arrivata a Londra. Ma era agosto, era piena di turisti e un signore di mezz’età, con la scusa del poco spazio, mi si appoggiò addosso per tutto il tempo della corsa, col pisello barzotto che mi premeva all’altezza della coscia, solo perché più su non ci arrivava.”

“E tu non gli hai detto niente?”

“No, ma prima di scendere, confusa tra gli altri, gli ho preso le palle in mano e gli ho dato una strizzata come si deve. E poi gli ho pestato il piede col tacco a spillo. È un miracolo che non gliel’abbia passato da parte a parte.”

“E lui?”

“E lui niente, è arrossito ma non ha detto una parola. Quella è stata la prima e unica volta che sono salita in metro.”

“Non ci posso credere. E come ti sposti quando stai qui?”

“Col taxi, oppure mi faccio venire a prendere.”

“Certo che sei proprio una prinicipessina.”

“Sì, e tu una finta fricchettona coi soldi a palate.”

Babsy sorrise, non era la prima volta che se lo sentiva dire, ma mai in maniera così diretta.

“Mi sembri Stanley, quando parli.”

“Scusa, non ti sei mica offesa, vero? A volte mi escono le parole di bocca con il tono sbagliato. Mi sa che devo impararla ancora bene, questa lingua.”

“No, non mi sono offesa, anche perché un po’ è vero. Tra un appartamento a Brixton e lo Sheraton, preferisco il primo. Tra una festa a Notting Hill e una serata al cinema, preferisco la seconda. Ma non sono finta, sono proprio così.”

“E allora perché fai questo mestiere?”

“Perché è facile, sono alta e magra e si guadagna bene. So che non durerà per sempre, e questo mi consola molto.”

“Io credevo d’essere matta, ma anche tu…”

Scesero i gradini della stazione di South Kensington, presero la linea gialla fino a Westminster e lì cambiarono con la grigia fino a Southwark. Lungo tutto il tragitto, Babsy spiegò pazientemente a Rennah come funzionava la metro, quale linea avrebbe dovuto prendere da South Kensington per andare all’agenzia o in qualche altra meta fissa della modella.

“Scusa, ma come faccio a sapere da che parte va il mio treno?”

“Quando entri nella stazione, c’è un cartello che indica i due binari diversi per ciascuna direzione.”

“E la Circle Line”?

“Quella fa il giro, la devi prendere nella direzione che è la più breve per arrivare dove devi scendere.”

“Mmmh…”

Continuarono a parlare delle tariffe, delle zone, degli abbonamenti, degli orari, per il tratto di strada che separava la stazione di Southbank dall’ingresso del museo.  Arrivate alla facciata della Tate, Rennah si fermò ad ammirare l’imponente struttura marrone che tutto sembrava tranne un museo.

“È questa?”

“Sì, è bella, no?”

“Mah, sembra più una fabbrica che un museo.”

“Era una centrale elettrica, poi è stata convertita in museo qualche anno fa.”

“E cosa c’è dentro?”

“C’è la collezione permanente, con quadri, foto, installazioni, tutta roba moderna e contemporanea. E c’è anche un bar all’ultimo piano con una vista sul Tamigi da togliere il fiato.”

“E noi cosa vediamo?”

“Non abbiamo molto tempo, quindi ti propongo una delle due mostre temporanee.”

“E quale?”

“Ora lo vedi.”

Le due entrarono nel grande ingresso che immette nella hall della biglietteria. Rennah voleva subito visitare il negozio per comprare qualche maglietta, una tazza, una borsa esposte in vetrina, ma Babsy disse che ci sarebbero andate dopo. Prima dovevano assolutamente vedere la mostra. Pagò due biglietti e salirono al primo piano per cominciare il giro.

(fine terza parte – continua…)

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