Impara l’arte (settima puntata)

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Impara l’arte (settima puntata)

Dopo la crudité di carote, sedani e finocchi, che Rennah non toccò neanche, mangiarono una quiche agli spinaci accompagnata da hummus e riso bianco. Per dessert fragole con limone, ma senza zucchero. Finita la cena, Rennah, sotto lo sguardo stupito di Babsy, raccolse i piatti, li portò in cucina e cominciò a lavarli. L’altra mise sui fornelli la moka e preparò le tazzine. Invece di prendere il caffè in salotto, lo sorseggiarono rimanendo sedute al piccolo tavolo della cucina.

“Allora, ti è piaciuta la cena?”

“Non è proprio quello a cui sono abituata, però sì. Un po’ troppo frugale, forse.”

“Vabbè, dopo che hai mangiato il cheeseburger a pranzo, mica potevi sgarrare anche a cena.”

“Ma un po’ di champagne sul divano possiamo permettercelo?”

“Champagne? Ma dove ti credi di essere, alle feste di Stanley? Ho una bottiglia di Chianti per le occasioni speciali. Il cavatappi è nel cassetto dietro di te. Io prendo i calici e andiamo in salotto. Ci scoliamo il vino e andiamo a letto, che domani devi andare a Tokyo, e anch’io lavoro.”

Il vino, con qualche difficoltà, lo stappò Rennah. Babsy porse i calici.

“Al tuo compleanno, beata te che hai solo 19 anni! Fatteli durare!”

“E tu quanti anni hai? Lo sai che non lo so? Non te ne do molti di più.”

“Non lo sai che sono una veterana? A novembre ne faccio 25.”

“Però!”

“Già, però. Ho cominciato a fare la modella a 17, ho deciso che a 27 mi fermo, poi farò qualcos’altro.”

“Ti ritiri a dipingere?”

“Te l’ha detto Stanley?”

“No, no, ho tirato a indovinare.”

“Non lo so cosa farò. Ho da parte un po’ di soldi. Certo che se mi va bene questa storia della copertina di Vogue, nei prossimi anni potrei guadagnare un bel po’ di più e iniziare un’attività mia. Niente moda, però.”

“Fai la copertina di Vogue?”

“Ancora non lo so. C’è in lizza un’altra raccomandata, sarà la puttana di qualche agente o di qualcuno in alto.”

“Quando decidono?”

“Stanley ha detto nei prossimi giorni. Spero non si faccia fregare.”

“Allora propongo un brindisi alla copertina, agli agenti e alle puttane raccomandate!”

Le due fecero risuonare i calici insieme e bevvero tutto d’un fiato.

“Ah, quasi dimenticavo”, disse Rennah riempiendo di nuovo i bicchieri. “Un brindisi anche all’arte e al nostro amico Edward Hopper che ci aspetta in America! Non ti scordare che domattina, prima di prendere l’aereo, faccio un salto da Stanley per sentire se ci ha trovato un ingaggio a Chicago.”

“Perché non lo chiami e basta?”

“Perché tra la mia voce e il mio corpo, Stanley preferisce quest’ultimo. Viene secondo solo dopo il tuo.”

“Ma tanto il mio non lo vedrà mai.”

“E allora propongo un brindisi per la modella più puritana che abbia mai conosciuto. A Babsy, che sarebbe l’ora si togliesse le ragnatele da quella sua bella…”

“Rennah, non esagerare…”

“Ok, ok, allora a te, Babsy, che oggi mi hai insegnato un mucchio cose e mi hai fatto passare uno dei compleanni più belli della mia giovane vita sconclusionata. Grazie.”

E prima di bere il vino, Rennah le diede un piccolo bacio sulla bocca. Non era un bacio come quello al museo, a beneficio di altri. Era più leggero e delicato, e per un attimo Babsy si chiese cosa avesse quella strana ragazza che le piacesse così tanto. Si staccò da lei, bevve il vino e posò il calice a terra. Le sorrise. Rennah rispose al sorriso e si alzò.

“Dove sono le mie scarpe? Mi sa che è l’ora di andare.”

“Le ho messe sotto all’attaccapanni.”

Rennah andò a prenderle.

“Senti, non ti senti mica tradita nel tuo ruolo d’insegnante, se a quest’ora prendo un taxi?”

“Figurati, la notte è concesso. Te lo chiamo io.”

Digitò il numero appeso accanto al telefono, mentre Rennah si rimetteva le scarpe. I restanti minuti nell’attesa del taxi li passarono in silenzio, finendo la bottiglia di vino. Quando l’autista suonò il clacson, Babsy accompagnò Rennah alla porta, gliela aprì e le porse un giubbotto di jeans.

“Tieni, mettiti questo, sennò prendi freddo.”

“Grazie, del giacchetto e della giornata. Sono stata molto bene con te.”

“Anch’io. Ci sentiamo quando torni da Tokyo.”

“Ok, in un paio di giorni, allora. Non voglio fermarmi molto, non mi sono mai piaciuti i musi gialli.”

Babsy sorrise, e stavolta fu lei a darle un bacio. Sulla guancia.

“Buonanotte.”

“Buonanotte.”

Babsy chiuse la porta e, sbirciando dalla tendina di una finestra, guardò l’amica salire sul taxi. Rennah non si voltò. Quando ormai era seduta sul sedile posteriore, prima che il taxi partisse, Babsy la vide aprire lo zainetto e tirar fuori le scarpe col tacco con cui era uscita quella mattina.

“Incorreggibile”, pensò. “Incorreggibile.”

(fine settima parte – continua…)

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