Impara l’arte (ottava puntata)

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Impara l’arte (ottava puntata)

Stanley si stava facendo la barba quando qualcuno suonò al videocitofono. Imprecando andò a rispondere e la prima cosa che vide fu il volto sfocato di Babsy in bianco e nero. Stupito da quella inaspettata visita, stava per balbettare qualcosa quando, guardando meglio, si accorse che era solo la pagina strappata di una rivista col primo piano di Babsy e una mano che la teneva sollevata. Non fece in tempo a chiedere chi fosse, che il foglio scese giù a rivelare i capelli biondi e il volto sorridente di Rennah.

“Sali, scema!”

Riagganciò, aprì la porta dell’ingresso e tornò in bagno a finire velocemente di radersi. Mentre si stava passando la crema anti-irritazione sul mento e sul collo, sentì la porta di casa chiudersi, i tacchi di Rennah avanzare nel corridoio e vide la sua faccia apparire sulla soglia del bagno, riflessa nello specchio.

“Buongiorno, bel ragazzo.”

“Sì, buongiorno un cazzo! Oggi mi aspetta una giornatina… Ma non dovevi partire per Tokyo, tu? Guarda che se non ci vai…”

“Eeehhh, calmo, calmo, l’aereo è solo questo pomeriggio. Non ti ricordi che avevamo un appuntamento stamattina?”

“Pensavo scherzassi. Non sarai mica venuta per quella storia di Chicago?”

“Certo. Beh, non solo per quello.”

“Ma che cazzata è, questa? Perché cazzo volete andare a Chicago, tu e quell’altra sciroccata?”

“Non te l’ho detto? Diciamo che io e Babsy abbiamo un interesse comune, ora. Ma cosa vuoi saperne, tu, d’arte?”

“E tu invece? Pensavo che la cosa più artistica che avessi mai visto fossero le stronzate di Banksy in giro per Londra.”

“Chi?”

“Ecco, appunto, lasciamo perdere.”

“Ma scusa, cosa ti costa mandarci a Chicago per qualche giorno?”

“Cosa mi costa? Non conosco nessuno, laggiù. Ora, se era Los Angeles, New York, persino Boston, ma Chicago…”

“Eddai, perché non fai qualche telefonatina per le tue modelle preferite? Conosci tutti, tu. Vedrai che qualcosa trovi.”

“Lo vuoi un caffè?”

“Perché no?”

I due si spostarono in cucina, dove Stanley riscaldò del caffè avanzato in una caraffa di metallo. Prese due tazze e le riempì a metà. Nella sua mise tre cucchiaini di zucchero. In quella di Rennah nessuno.

“E a me? Niente zucchero?”

“Mia caaaaara, non vorrai trasformare quel bel culetto secco che ti ritrovi in un cavolfiore? Lo sai quanto vale, il tuo culetto? Bisognerà che cominci a farci attenzione!”

Così dicendo le diede una manata sul sedere, proprio in mezzo alle natiche, indugiando col dito medio nel solco. Lei lo lasciò fare.

“E va bene, niente zucchero, ma guarda che lo faccio solo per te.”

Rennah prese la tazza con una mano e con l’altra gli restituì la pacca sul sedere, più con violenza che con sensualità.

“Mi piace quando mi sculacci, lo sai, no?”

“Aspetta di vedere cosa sto per farti, vecchio porco…”

Lui le appoggiò le mani sui piccoli seni acerbi, ma lei gliele tolse con decisione.

“No, no, no… prima definiamo questa cosa di Chicago.”

“Come, prima me lo fai diventare duro e poi…?”

“Stanley, tu ce l’hai sempre duro, di mattina…”

“E sennò che uomo sarei?”

Stanley prese la mano di Rennah e se la guidò sul pacco.

“Ho detto no, prima fai quelle telefonate, poi vediamo.”

“Da quand’è che sei così fiscale per darla via?”

“Da quando ho capito il bastardo che sei. Prima datti da fare tu, che poi mi do da fare io.”

“E va bene, va beeeeene…”

Mentre Rennah sfogliava una rivista di moda, Stanley andò al telefono e fece qualche chiamata. Soltanto alla quarta parve trovare qualcuno interessato alla cosa.

“Come? No, d’accordo, ho capito che sono al di sopra della vostra portata, ma si accontentano delle spese e della paga minima… Non a Chicago? E allora… E dove cazzo è? Sì, sì ho capito, me lo ricordo, Fonzie… Certo, certo, non è un granché, ora glielo dico, ma che ci vuoi fare? Queste sono delle pazze… Sì, gliel’ho spiegato che è fuori dai giri importanti, ma loro vogliono venire proprio là… E che cazzo ne so? Comunque guarda che ti mando due delle migliori, mi raccomando trattale bene, mica sono quei manici di scopa che ti fotti sul divano del tuo ufficio… Sì, d’accordo, fammi sapere la data esatta, ci risentiamo in settimana. Ok, stammi bene, mezzasega.”

“Chi è il nostro gancio?”

“Noel, uno che ha fatto l’università con me. Era in gamba, poi s’è sposato con una modella americana e non s’è più visto. Mi ha detto che a Chicago non c’è niente, ma che tra qualche giorno a Milwaukee c’è una sfilata ispirata a Happy Days, una cagata pazzesca, secondo me.”

“Cos’è Happy Days?”

“Una stronzata di telefilm degli anni ’70 ambientato a Milwaukee negli anni ’50. Non l’hai mai visto neanche in replica?”

“No, e non mi è venuta neanche la curiosità.”

“Comunque potete prenotare un albergo a Chicago e spostarvi a Milwaukee il giorno della sfilata, non è lontana, ha detto che saranno cento chilometri di distanza. Voi sarete la crème de la crème. Volo, albergo e paga minima, ovviamente, non possono permettersi altro.”

“Eeeeeh, che taccagni!”

“Darling, lo sai che l’America è il terzo mondo della moda, no?”

“Allora non sei mai stato in Finlandia.”

“No, e non ci tengo. E ora che ne dici di saldare il tuo debituccio?”

Stanley le mise una mano sopra la testa e fece pressione affinché lei si inginocchiasse davanti a lui. Con l’altra mano aprì la lampo dei pantaloni e se lo tirò fuori.

“Aspetta, aspetta un attimo…”

“Che c’è?”

“Ce l’hai un elastico?”

“Un elastico?”

“Sì, un elastico, di quelli per legarsi i capelli, o anche da ufficio.”

“Ma che porcheria vuoi…?”

“Insomma, ce l’hai o no?”

“Mah, dovrebbe essercene qualcuno in quel cassetto, perché?”

Rennah si alzò e andò verso la scrivania, lasciando Stanley come un coglione col coso mezzo fuori.

“Ehi, ma che fai, mi lasci così, ma che ti prende?”

“Shhh, lasciami fare e vedrai.”

Rennah aprì il cassetto, prese un elastico abbastanza grande e un paio di forbici.

“Ecco, adesso comincio a preoccuparmi…”

“Zitto, idiota, vedrai che ti piace.”

Rennah tagliò l’elastico nel mezzo, poi si mise ad armeggiare sopra la scrivania, dando le spalle a Stanley. Quando si voltò, Stanley ebbe un sussulto. Rennah aveva usato la pagina col primo piano di Babsy, quella del videocitofono, per farne una maschera rudimentale che aderiva alla sua faccia grazie all’elastico stretto dietro alla nuca. Mentre si avvicinava di nuovo a lui, imitando gli ancheggiamenti di Babsy sulla passerella, Stanley si accorse che la bocca di carta era stata tagliata via, e  la lingua rosa di Rennah dardeggiava avanti e indietro. Ebbe un’erezione immediata. Senza bisogno di dire altro, lei si inginocchiò davanti a lui e cominciò a farlo felice.

“Non è quello che hai sempre desiderato? Dì, la verità, porco!”

Ma Stanley non rispose. Mentre si lasciava andare sul divano, riuscì solo a sussurrare: “Oooooh, Babsy…”

(fine ottava parte – continua…)

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