Impara l’arte (decima puntata)

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Impara l’arte (decima puntata)

Il volo di Rennah per Tokyo partiva alle quattro del pomeriggio, e lei si trovò all’aeroporto di Heathrow giusto in tempo per fare il check-in. Alla stessa ora Babsy prendeva l’Eurostar per Parigi, dove ad attenderla, il giorno dopo, ci sarebbe stata una sfilata di Tom Ford. Mentre saliva sul treno, ricevette un messaggino dall’amica: “Tutt ok x Chicago. Poi ti racc. Ke palle! Nn vedo l’h di tornar. Musei da visit a Tokyo? Cartol d’art. x te. Luv u. Rh”. Babsy, rispondendo col cellulare, le consigliò il Tobikan e il Museo nazionale d’arte occidentale. In onore del linguaggio infantile di Rennah, si firmò Bab, cosa che non faceva mai. Odiava ammetterlo, ma era fiera di aver destato nell’amica un pur minimo entusiasmo per l’arte, per quanto non potesse garantire che sarebbe durato più dei sabot di moda quell’estate. L’avrebbe rivista dopo tre o quattro giorni. Tanto valeva concentrarsi sul soggiorno a Parigi. Dopo la sfilata si sarebbe presa un paio di giorni, voleva tornare al Museo d’Orsay, al Beaubourg e passare dalla tomba di Truffaut a Montemartre. Sarebbe tornata a Londra lo stesso giorno di Rennah, forse si sarebbero viste la sera stessa. Mentre pensava a cosa inventarsi per far passare all’amica una serata alternativa, l’altoparlante annunciò la partenza del treno. Prese la sua borsa leggera e si avviò verso lo scompartimento numero 17. In venticinque anni non aveva ancora deciso se era un numero che le portava bene o le portava male. Si disse, come tutte le volte, che i numeri erano soltanto numeri. Tirò fuori un romanzo dalla borsa, si sedette e riprese a leggere la storia di una ladra nell’epoca vittoriana. C’era qualcosa, in quel libro, che la attirava e le dava fastidio. Voleva assolutamente finirlo prima di arrivare a destinazione.

Il treno si fermò alla stazione di Paris Nord dopo poco più di due ore. Babsy, sempre un po’ scombussolata dalle grandi velocità, andò direttamente all’hotel, si fece una doccia, scese a mangiare un’insalata al ristorante dell’albergo, risalì in camera, fece una telefonata per mettere a punto il programma del giorno seguente, si mise il pigiama e cercò di finire il libro che non era riuscita a terminare sul treno. A quell’ora Rennah era ancora sull’aereo, sarebbe arrivata a Tokyo soltanto a notte fonda. Babsy la immaginava stravaccata sul sedile di prima classe, mentre rideva sguaiata alle pessime battute di un film trash, i piedi liberi dalle scarpe col tacco alto, un bicchiere di martini in una mano, una ciocca tormentata di capelli biondi nell’altra, la gonna corta che risaliva inavvertitamente verso l’inguine, un uomo seduto accanto a lei che la spiava facendo finta di niente. Chissà se Rennah la stava pensando. Chissà se la immaginava in una stanza d’albergo, col suo pigiama a fiori, a leggere un libro mentre la vita, tutt’intorno a lei, piroettava nelle vie di Parigi. Sì, era probabile. Per certi versi Rennah la conosceva meglio di quanto lei conoscesse Rennah. Si addormentò così, col libro ancora in mano, le gambe magre e nervose di Rennah impresse nella mente, la sua risata cristallina che le risuonava  nelle orecchie.

La sfilata di Tom Ford filò liscia, tranne negli ultimi dieci minuti: Babsy era stata incaricata di chiudere la serata con il pezzo forte della collezione. Mentre dimenava i fianchi sulla lunga passerella, fasciata in uno stretto abito turchese con scollo a V e spalline leggermente a sbuffo, i passi sbilenchi ma decisi dentro stivali con tacco 15, spostò lo sguardo verso l’ingresso della sala, e vide Rupert assieme alla nuova moglie intenti a guardarla sfilare. Non lo aveva più visto da quando si erano lasciati. Fu un errore da principiante, quello di distogliere lo sguardo troppo velocemente da ciò che non le piaceva. Per un attimo perse l’equilibrio e il piede sinistro si piegò verso l’interno, spingendo l’intero corpo verso destra. Non cadde, no, ma fu costretta ad abbassarsi e ad appoggiare la mano e il ginocchio destri a terra. Con un grande sforzo si diede una spinta verso l’alto e si tirò su, portando a termine la sfilata come meglio poteva, mentre il pubblico, incoraggiato da Rupert, aveva cominciato ad applaudirla per la prontezza di riflessi con cui aveva affrontato l’imprevisto. Odiava il fatto che fosse stato Rupert a dare l’avvio all’applauso e, appena uscita di scena, si tolse gli stivali, li lanciò contro la parete davanti a lei e cominciò a tremare. Non uscì ad accompagnare lo stilista per i saluti finali e, mentre si spogliava, prese la decisione di tornare subito a Londra. Non voleva rimanere a Parigi rischiando di incontrare di nuovo Rupert e quella troia della moglie. Si fece chiamare un taxi e filò dritta all’albergo, chiese al tassista di aspettarla in strada, prese la borsa e si precipitò all’aeroporto, sperando di trovare un posto qualsiasi sul primo aereo in partenza per Londra. L’indomani avrebbe spedito un telegramma a Tom scusandosi per l’accaduto. Quando l’aereo decollò, Babsy si accorse che aveva lasciato il suo libro nella stanza dell’albergo. Le mancavano solo una trentina di pagine a finirlo. Giusto il tempo, per l’autrice, di costruire un precario lieto fine. Che Babsy non lesse mai.

(fine decima parte – continua…)

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