La fine della scuola e la diagnostica

Poiché, grazie alle statistiche del blog, ho capito che la pubblicazione del mio racconto a puntate “Impara l’arte” è poco gradita, ho deciso di interromperlo e passare ad altro. No, scherzoooooo. Tranquillizzo quei quattro o cinque lettori del blog che lo seguono: sto solo elaborando mentalmente le scene finali del racconto, sono scelte delicate che richiedono un po’ più di tempo che, in quest’ultimo periodo, mi è mancato. Come forse sapete, ieri è finita la scuola, e la fine della scuola porta con sé una serie di fastidiose incombenze (ultime valutazioni, scrutini finali, relazioni finali, programmi svolti, ecc.), oltre a un mio personale, immenso giramento di scatole per la situazione tragica e irreversibile verso cui volge la scuola pubblica, con la complicità esplicita o implicita dei sindacati, di vari dirigenti scolastici e anche di molti dei miei colleghi-struzzi. Ma passiamo oltre, che ciò è causa di grande sofferenza, per me. Domani avrò la plenaria per gli esami di terza, e poi ci saranno gli scritti e poi gli orali e poi il collegio finale e poi, finalmente, dal primo luglio, le meritate vacanze.

Gli ultimi giorni di scuola danno la possibilità di scoprire nuove cose dei tuoi alunni, poiché, se è vero che io fino all’ultimo giorno faccio lezione per finire il programma (“Profe, oggi è l’ultimo giorno, si va in giardino?” “No!”; “Profe, oggi è l’ultimo giorno, si guarda un film?” “No!”; “Profe, oggi è l’ultimo giorno, facciamo una festa?” “No!”; “Profe, oggi è l’ultimo giorno, si può solamente chiacchierare tra noi?” “No!”, ecc.) e assicurarmi che ciò che ho insegnato è stato recepito, dall’altra parte scappa sempre qualche conversazione extrascolastica che mi diverte molto. Questa è successa qualche giorno fa. Sono andato in supplenza in una terza che non è mia e che non conoscevo. Di solito, in supplenza, stakanovista come al solito, faccio fare un esercizio di ascolto aiutandomi con i testi delle canzoni. Stavolta però la lezione è virata da tutt’altra parte. Non ricordo come sia iniziata, ma abbiamo parlato per un’ora del tema: “ma a cosa serve…?”. Ad esempio: “Scusi professore, ma a cosa serve la storia? E la matematica, a parte fare le addizioni e sottrazioni, a cosa serve? E la musica? E la storia dell’arte?”. Io sono molto sensibile a questo argomento, perché ritengo che senza una forte motivazione, sia inutile insegnare una materia. Da un certo punto di vista sono fortunato perché agli occhi dei ragazzi l’inglese è una materia utile e pratica, quindi non ho avuto bisogno di spiegare le mie motivazioni. Cionondimeno sono allibito quando lo stesso argomento viene fuori con le altre materie. Abbiamo parlato un po’, io e la terza agitata; ho esposto le mie teorie, ma in definitiva ho detto loro che dovevano chiederlo a ciascuno dei loro insegnanti, a cosa serva la meteria che insegnano. Non so se lo hanno mai fatto. Ma è stata una supplenza interessante, in cui ho avuto l’impressione, al suono della campanella, di aver instillato in loro qualche dubbio sulle loro certezze da Pupa e Secchione.

L’ora successiva sono andato in una delle mie seconde, intenzionato a raccontare ciò che mi era successo nell’altra classe e ad approfondire l’argomento. Ed ecco subito la prima sorpresa. Quando ho detto: “Sapete, ragazzi, nell’altra classe molti mi hanno chiesto a cosa serve studiare, a cosa serve la storia, la matematica, eccetera.” Prima che potessi chiedere la loro opinione, una ragazzina bruna, che chiamerò Alba, mi ha anticipato e ha detto: “Mi scusi, professore, se è per questo, allora, a cosa serve qualsiasi cosa se poi dobbiamo morire? E’ tutto inutile!”. Mentre nella classe scendeva il silenzio, ho pensato: “Ecco un argomento delicato e interessante che vale la pena approndire.” E lo abbiamo approfondito. Le ho chiesto di spiegarsi meglio e sono rimasto sorpreso dalla profondità dei pensieri di una ragazzina di tredici anni (il che conferma la mia convinzione che a quell’età c’è tutto un mondo che noi adulti tendiamo a rimuovere, a ignorare, dimenticando come eravamo noi alla loro età, pensando che ai ragazzini interessino solo lo sport e la TV). Ho detto loro che quella è solo una visione delle cose, che spesso tutto dipende da come pensiamo la vita, se crediamo in qualcosa, in un dio, oppure se siamo atei e non ci crediamo, oppure, come me in questo periodo, se siamo agnostici. La compagna bionda di banco, che chiamerò Eliana (lei è bionda, l’altra è bruna: le veline, le chiamo io) ha chiesto cosa volesse dire “agnostico”. Io le ho spiegato che di fronte all’impossibilità di scoprire i misteri dell’esistenza e di un possibile dio, uno smette di chiederselo e rinuncia all’indagine. La discussione è quindi andata avanti, con la maggior parte della classe che ascoltava attentamente e con alcuni temerari che cercavano di chiarire la loro posizione nei confronti dell’esistenza, e di parlare del loro disagio di fronte all’universo infinito (la “vertigine finale”, la chiamo io). Poi ho consigliato loro di parlarne coi propri amici, fratelli, o genitori, per capire come la pensassero. Poi è suonata la campanella. D’accordo, non ho ripassato il Past Simple, ma ne è valsa la pena.

Due giorni dopo torno nella stessa classe. Faccio l’appello, segno gli assenti, apro il libro per cominciare a correggere gli esercizi. Eliana, la bionda, alza subito la mano.

“Professore, professore.”

“Dimmi, Eliana.”

“Sa che ieri ho parlato per due ore con mamma delle cose di cui abbiamo parlato in classe l’altra volta?”

“Ah sì?” (comincio ad essere un po’ preoccupato per la reazione del genitore e per la svolta che sta prendendo la lezione)

“Sì, le ho detto di quello che è venuto fuori in classe, abbiamo parlato di dio, e del senso di tutte le cose, dell’universo.”

“Bene, e lei cosa ha detto?” (molto preoccupato)

“Lei ha detto che è credente, che crede in dio e tutte quelle cose lì.”

“E tu?” (sempre più preoccupato)

“E io le ho detto che la penso come lei, professore.”

“E cioè?” (preoccupatissimo)

“Che, come lei, penso che non si può sapere, che quindi sono DIAGNOSTICA!”

“Come sei?” (cominciando già a ridere)

“Diagnostica!”

“Eliana, si dice Agnostica, Agnostica.”

“Vabbè, quella cosa lì. Lei ha capito lo stesso.”

“D’accordo, allora prendete lo Students a pagina…”

Che belle cose, no? Se non mi divertissi così tanto con gli studenti, se non mi tirassero su con la loro imprevedibilità, non credo che farei l’insegnante. Martedì prossimo andrò alla cena di classe proprio con questa seconda. Non dovrei dirlo, ma è una delle classi che preferisco…

Il messaggio qui sotto, invece, è stato il terzo disegnato da un alunno un po’ vagabondo di terza che sta cercando di arruffianarsi per essere ammesso all’esame.

Questo è quello più elaborato dal punto di vista artistico, ma me ne ha scritti altri due, e il tentativo d’arruffianamento non è neanche mascherato. Nel primo ha scritto col pennarello rosso:

“Forza prof dominici, per tutta la vita.”

“W il prof dominici e tutto l’inglese.”

(e sotto, a penna: “però abbasso la scuola”)

“Che vita sarebbe senza dominici?”

“I love Inglish” (con la “i”, il disgraziato!)

In alto a sinistra, aggiunto a penna, ha scritto: “boia, quest’anno nemmeno un’assenza ha fatto, èèèèèè” (mi prende in giro perché io dico sempre loro, per spronarli all’impegno, “io quest’anno non ho fatto nemmeno un’assenza!”)

e, in basso a destra, sempre a penna: “p.s. apprezzi l’impegno!”

Nel secondo, molto più lineare, sempre col pennarello rosso, ha scritto:

“W il prof Dominici

the best teacher

I love english (con la “e”, stavolta)

Il meglio prof.”

E, sempre in alto a sinistra, aggiunto a penna:

“con questo spero nella sua promozione.”

Ora, l’alunno che ha scritto questi messaggi è anche uno che commenta spesso la mia pagina di facebook. Per fortuna è troppo pigro per leggere anche i link al blog. Se viene a sapere di queste mie citazioni, non mi darà più tregua…

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