“Scrivi la frase più sincera che sai”

Mentre la nostra italietta fascistella sta giocando i suoi mondialini e ha appena subìto un gol dal Paraguay (scusate, proprio non ce la faccio a essere triste), io penso alla scrittura (scusate di nuovo, credo che la lettura e la scrittura siano più importanti del pallone). Ci sto pensando a fondo in questo periodo, anche riguardo al racconto a puntate che sto scrivendo. Le mie letture sono molto variegate, pur concentrandosi molto sulla letteratura del novecento. Basta dare un’occhiata alla mia pagina di Anobii per vedere che non c’è uno schema preciso con cui scelgo le mie letture. Mi lascio guidare molto dall’istinto. Ieri sera ho finito di leggere Stabat Mater, premio strega di Tiziano Scarpa (mah, insomma…) e avevo bisogno di un nuovo libro da cominciare prima di andare a letto. Ho dato un’occhiata alla libreria che si trova proprio accanto al letto, dove ci sono decine di volumi accumulati negli anni e di cui rimando la lettura per un motivo o per l’altro (lasciamo perdere il triste discorso che la vita è troppo breve per poter leggere tutto quello che si vuole…). Ne ho preso uno, Festa Mobile di Hemingway. Conosco Hemingway, ne ho studiato la scrittura all’epoca in cui facevo la tesi su Raymond Carver. Ho perfino scritto una canzone su di lui. Ho letto i 49 racconti, Fiesta, Per chi suona la campana, Il vecchio e il mare… Ma questo romanzo, pur conoscendolo, non l’avevo mai letto. Non so com’è, ma ho preso proprio questo in mezzo a tutti gli altri dalla fila esterna della libreria (ahimé, ho i libri in doppia o tripla fila…). Praticamente Ernest racconta della sua vita negli anni ’20 a Parigi, in mezzo a tutti gli scrittori, intellettuali, pittori che animavano i bar della capitale parigina. Ci sono Francis Scott Fitzgerald e Zelda, Ezra Pound, Picasso, T.S. Eliot, Joyce e molti altri. Il primo personaggio famoso che compare nel romanzo è però l’animatrice della vita intellettuale parigina dell’epoca, Gertrud Stein (nel frattempo l’italietta ha appena pareggiato col paraguay: scusate, non ce la faccio ad esultare…). Succede subito nel secondo capitolo, intitolato, appunto, “A lezione dalla signorina Stein”. Ma prima del fatidico incontro tra i due c’è un paragrafo sulla scrittura che mi ha colpito molto da vicino:

“Lavoravo sempre finché non avessi combinato qualcosa e smettevo sempre quando sapevo che cosa sarebbe successo in seguito. Così ero sicuro di continuare il giorno dopo. Ma certe volte quando iniziavo un nuovo racconto e non ruscivo ad andare avanti, mi sedevo davanti al fuoco, strizzavo la buccia delle piccole arance facendone schizzare l’umore sulla fiamma e ne guardavo l’azzurro sfrigolio. Mi alzavo in piedi e guardavo fuori sui tetti di Parigi e pensavo: ‘Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.’ Allora finalmente scrivevo una frase sincera, e poi continuavo da lì. Era facile, allora, perché c’era sempre una frase sincera che conoscevo o avevo visto o avevo sentito dire da qualcuno. Se cominciavo a scrivere in modo complicato, o come uno che introduce o presenta qualche cosa, scoprivo di poter tagliare quella voluta o quel fronzolo e gettarlo via e cominciare con la prima frase semplice e sincera che avevo scritto. Su in quella stanza decisi che avrei scritto un racconto su ogni cosa che conoscevo. Cercavo di farlo per tutto il tempo che scrivevo, ed era un’eccellente, rigida disciplina.”

Eh sì, la lettura e la scrittura sono più importanti del pallone. Peccato che siamo la minoranza, a pensarla così.

P.S. Grazie ad Alessandra ho appena scoperto che, chiunque veda i caratteri di questo blog troppo piccoli, può semplicemente premere sulla tastiera ctrl +,  e come per magia le parole si ingrandiranno, rivelandosi in tutto il loro mistero.

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