Impara l’arte (undicesima puntata)

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Impara l’arte (undicesima puntata)

Trascorse il giorno seguente chiusa a casa, tra tisane depurative e tentativi abbozzati di arte urbana, nell’attesa trepidante che Rennah tornasse da Tokyo e le raccontasse tutto quello che aveva visto. Lei le avrebbe detto di Parigi, della storta finale, di Rupert, della rabbia che aveva provato e forse, parlandone insieme, ne avrebbero riso. Rennah le faceva quell’effetto. Nel pomeriggio ricevette una telefonata da Stanley, che aveva sentito dei pettegolezzi su Parigi e voleva farsi raccontare i particolari. Babsy fu molto sbrigativa, gli parlò dell’incidente in passerella, dell’applauso del pubblico, ma omise il fatto che a scatenarlo, l’applauso, fosse stato Rupert. Anzi, omise anche il fatto che ci fossero Rupert e la moglie tra gli spettatori. Ma Stanley era sempre un passo avanti a lei.

“Senti un po’, mi hanno detto che c’era anche Rupert a Parigi.”

“Ah sì? Non ci ho fatto caso.”

“Dice che era a vedere la sfilata.”

“E allora?”

“Era con la baldracca?”

“Ti ho detto che non l’ho visto.”

“Sai che mi ha telefonato stamani?”

“No, e non mi interessa.”

“Mi ha detto che ti ha vista cadere e che gli è dispiaciuto molto.”

“A parte che non sono caduta, e poi l’unica cosa di cui deve dispiacersi è di essersi sposato con quella bambola gonfiabile. Anzi, se ne deve proprio vergognare.”

“Mi ha detto che da un certo punto di vista gli ha fatto piacere, pensa che tu abbia inciampato dopo averlo visto tra il pubblico.”

“Povero illuso.”

“Senti, mi ha chiesto il tuo indirizzo di Londra.”

“Non gliel’hai mica dato, vero?”

“Io no, ma la mia segretaria sì.”

“Stanley, non puoi dire a quell’impicciona di Deborah di farsi gli affari suoi?”

“Lo sai com’è Rupert al telefono, noooooo? Riesce a convincere chiunque.”

“Non è che ora mi si presenta alla porta di casa, vero?”

“E io che ne so? Mica me l’ha detto. So solo che la baldracca partiva oggi per gli States, mentre lui rimaneva qualche giorno in Europa.”

“Ci mancava anche questa. Piuttosto, hai notizie di Rennah?”

“Che notizie?”

“Tutto a posto a Tokyo? La sfilata?”

“Perché, non ti ha chiamato?”

“No, eravamo rimaste d’accordo che ci sentivamo quando tornava. A proposito, sai quando torna?”

“Domani notte, credo. Mi ha mandato un messaggino con tutte quelle abbreviazioni, non ci ho capito un cazzo.”

“E la copertina? Si sa qualcosa?”

“Si decide tutto questa settimana. Se ci sono novità ti faccio sapere. Noi quando ci vediamo? Quand’è che ti fai dare una palpatina?”

“Vediamoci quando torna Rennah, così la palpatina la dai a lei.”

“A lei aaaaaltro che palpatina! Sapessi per convincermi a mandarvi a Chicago cosa si è inventata, mi ha fatto un…”

“Stanley, Stanley, basta così, non mi interessa, tienteli per te, i dettagli piccanti. Lo sai, io sono la solita frigida.”

“Ah già, ogni tanto me lo scordo. Va bene bellezza, ci vediamo prossimamente.”

“Ok, a presto.”

“Ah, e se Rupert passa dalle tue parti salutamelo taaaaaanto!”

“Ma vaffanculo, idiota!”

“Altrettanto, bellezza. Ciaooooo.”

Dopo che ebbe riagganciato, Babsy sorrise. Come Rennah, anche Stanley aveva la capacità di farla sorridere. Solo che lui era molto più irritante. Si preparò una tisana di tiglio e passiflora, si accoccolò sul divano e per la decima volta guardò l’ultima puntata della stagione finale di Six Feet Under. Non la stancava mai. E ogni volta ci piangeva. Altro che Pretty Woman

La mattina dopo la svegliò il campanello di casa. Guardò l’orologio al muro, erano le nove passate. La sera prima si era addormentata sul divano. Non si era neanche messa il pigiama, era la prima volta che le capitava. La cosa la preoccupò, ma il pensiero venne trascinato via insieme agli ultimi scampoli di sogno dalla seconda, potente scampanellata. Si alzò dal divano e, scalza, andò ad aprire la porta, stropicciandosi gli occhi. Mentre abbassava la maniglia, vide che aveva lasciato i sabot che usava in casa proprio accanto alla soglia, e decise di infilarseli mentre apriva la porta. Una folata di vento le scompigliò i capelli. Prima di rialzare la testa, notò sullo zerbino un paio di polacchine nere da uomo. Sopra le scarpe c’erano un paio di jeans, una cintura di pelle e, infilata nei pantaloni, una camicia bianca di buona fattura. Dentro agli abiti c’era il corpo di un uomo, il cui volto era celato da un enorme mazzo di fiori. Si trattava di un numero imprecisato di calle intervallate da qualche rosa rossa a stelo lungo. Solo una persona sapeva che le calle erano i suoi fiori preferiti e, pur col batticuore, Babsy si preparò a chiudere la porta in faccia a quello sfrontato. Poi, però, l’uomo pronunciò una frase, e la voce le risultò sconosciuta.

“La signora Burgess?”

“Sono io.”

“Questi sono per lei.”

Porgendole i fiori, il ragazzo le si rivelò in tutta la sua butterata giovinezza. Gli abiti promettevano meglio.

“Chi li manda?”

“Non lo so, c’è un biglietto.”

“Grazie. Aspetta un attimo.”

Babsy rientrò in casa, posò i fiori sul tavolo del soggiorno, prese cinque sterline dal portafogli e le porse al fattorino.

“Ecco, per te.”

“Grazie, signora. Buona giornata. È cominciata bene, vero?”

“Mah, dipende dai punti di vista. Grazie, comunque.”

“Grazie a lei.”

Il ragazzo tornò verso il furgoncino e Babsy si accorse che i fiori le erano stati recapitati attraverso il servizio Interflora. Bene, significava che il donatore probabilmente non era a Londra, altrimenti li avrebbe portati di persona. Chiuse la porta e tornò in soggiorno. Liberò la piccola busta bianca dal cellofan e vide il suo nome scritto con una calligrafia regolare e anonima. Stava per aprirla quando cambiò idea, andò in bagno, la accartocciò, la buttò nel water e tirò lo sciacquone. Prese il mazzo di fiori e si diresse decisa verso la casa dei vicini. Invece di suonare, bussò proprio sotto al fiocco rosa appeso alla porta. Le aprì la vicina di casa con in braccio la neonata dalla pelle bruna intenta in una delle sue poppate giornaliere.

“Buongiorno. Questi sono per lei e la sua piccola.”

La madre rimase sconcertata per qualche secondo. Le rare volte che si erano incontrate, non si erano scambiate che due o tre frasi di circostanza.

“Grazie, sono bellissimi, grazie mille, ma non doveva.”

“Come no! Anzi, mi scusi se mi sono fatta viva soltanto adesso, è che sono stata fuori Londra per un po’.”

“Non si preoccupi, vuole entrare per un tè?”

“No, grazie, vado di fretta. Ancora auguri, ha una figlia bellissima.”

“Grazie, magari venisse bella come lei!”

“Magari io avessi la sua pelle! Come si chiama? Sul fiocco non…”

“Hope. L’ho chiamata Hope, come mia madre.”

“È un bel nome. Le auguro tutto il meglio. Dove glieli appoggio?”

“Può metterli lì sul tavolo del giardino, appena mi libero del mostriciattolo li sistemo in un vaso. Anzi, vuole prenderla in braccio?”

“No, meglio di no, altrimenti mi vengono strane idee.”

“Dovrebbe pensarci, è bene fare figli quando siamo ancora giovani.”

“Nel mio caso, forse, è meglio non averne affatto.”

“Non dica così, sarebbe una mamma perfetta!”

“Non credo, ma chissà. Non si può mai dire. Beh, buona giornata, allora.”

“Buona giornata a lei, e grazie ancora.”

“Di niente. Ciao piccolina!”

La bambina, come a risponderle, distolse il volto dal seno della madre e la guardò. Quegli occhi scuri, vivaci, misero Babsy di buonumore. Ma le infusero anche un senso di inquietudine che non sapeva spiegarsi. Come se la frugassero dentro, dove nessuno poteva arrivare. Le diede un buffetto sulla guancia, si voltò e trotterellò coi suoi sabot verso casa, fingendo di essere di fretta e di avere mille cose da fare. In realtà avrebbe passato l’intera giornata a casa, ad aspettare un segnale da Rennah.

(fine undicesima parte – continua…)

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