Impara l’arte (dodicesima puntata)

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Impara l’arte (dodicesima puntata)

Il segnale tanto atteso arrivò alle due di notte sotto forma di sms. Contrariamente al solito, Babsy aveva lasciato il cellulare acceso accanto al comodino e il suono del messaggio in arrivo la svegliò di soprassalto. Si appoggiò alla testiera del letto, allungò la mano al buio e afferrò il telefonino, premette un tasto e vide il nome di Rennah come mittente. Si tirò su e lesse: “arriv or. a Lond, doman sera cena da stan sorpr x te. Luv u. Rh”. Babsy rispose con uno stringato “ok”, si sarebbero sentite l’indomani per definire i dettagli. Si rimise giù e per una buona oretta non riuscì a riaddormentarsi. Quando lo fece, sognò di correre libera sul ciglio della scogliera di Dover, e quando un piede scivolò sulla roccia friabile lei, nella caduta, non ebbe paura, ma cominciò a muovere velocemente le braccia e riuscì a volare, raggiungendo Parigi in pochi minuti. Si svegliò con la sensazione di poter conquistare il mondo.

Il caffè del mattino le parve più buono del solito. Decise di fare colazione da Rosie, dentro il mercato di Brixton, concedendosi, invece del solito yogurt magro, una fetta di torta alle carote e un cappuccino. Poi, con la macchina fotografica al collo, andò a scattare qualche foto alla ex-centrale elettrica di Battersea, uno degli edifici abbandonati di Londra che preferiva. Voleva poi studiare le foto per creare dei disegni col carbone, facendo così riferimento alla fonte di energia utilizzata in passato per il funzionamento della centrale. Era, questa, l’ultima idea che aveva avuto: ritrarre un soggetto usando, come materiale espressivo, qualcosa che riguardasse il soggetto stesso. Pensò che, dopo la centrale di Battersea, avrebbe fatto un ritratto a Rennah con il rossetto, il fondotinta, il mascara, lo smalto che l’amica utilizzava per il make-up quotidiano. Aveva ideato anche un ritratto di Stanely, ma si era frenata perché gli unici due materiali che le erano venuti in mente di utilizzare erano la cocaina (troppo cara) o il liquido seminale (troppo disgustoso).

All’ora di pranzo telefonò a Rennah. Non rispose nessuno. Aspettò che la richiamasse, ma il cellulare rimase muto. Riprovò dopo mezz’ora. Stavolta, al quinto squillo (nell’intervallo tra uno squillo e l’altro Babsy aveva contato tra gli otto e i dieci battiti cardiaci, in progressivo aumento dal primo squillo al quinto), le rispose la voce di Rennah chiara, cristallina, dal sapore di fragola.

“Babsy, amoooore!”

“Ciao Rennah, ti disturbo?”

“Stai scherzando? Sono troppo contenta di sentirti! Scusa se prima non ti ho risposto, ma qui c’è un tale casino! Non mi ero accorta che era il mio cellulare, a squillare.”

“Dove sei?”

“Sul set di una pubblicità per uno shampoo, sapessi che palle! Devo agitare i capelli e dire: visto che onde? La cosa più triste è lo sfondo finto con la gente che fa surf in California.”

“Ti ho chiamato per sapere della cena di stasera.”

“Non vedo l’ora! Ho così tante cose da raccontarti! Ho anche una sorpresa per te!”

“A che ore ci troviamo?”

“Se per te non è un problema, se non interferisce con gli orari da gallina che avete voi inglesi, io e Stanley avevamo pensato alle nove a casa sua.”

“Sì, alle nove è perfetto. Cosa fai prima?”

“Non me ne parlare, sono qui sul set tutto il giorno.”

“Certo che non ti fermi un attimo, tu, eh?”

“Mi fermerò quando sarò sottoterra. Tu invece cosa fai oggi?”

“Visto che non lavoro, pensavo di dedicarmi all’arte. Sono a Battersea a fare delle foto, poi mi sa che torno a casa e mi metto a disegnare.”

“Bene, buon per te. Allora ci vediamo stasera. Vuoi che passi da casa tua col taxi?”

“No, vengo in metro, lo sai.”

“Sempre la solita fricchettona. Non verrai mica coi jeans e le scarpe da ginnastica, vero? Perché io mi faccio bella per te.”

“Vedrò di fare uno sforzo.”

“Ecco, brava, bella come sei non sarà un grande sforzo. A stasera, allora. Un bacio.”

“A stasera.”

Rennah buttò giù per prima. Babsy ripose il cellulare in tasca e si avviò verso la più vicina stazione della metro. La macedonia che aveva mangiato per pranzo le aveva lasciato un sapore acido in bocca. O forse era stata la conversazione.

Dopo aver passato il pomeriggio a elaborare i suoi grandi disegni a carbone sulla centrale di Battersea (l’idea era quella di far apparire l’edificio come una città utopica abitata da formiche giganti che entravano e uscivano dalle quattro ciminiere agli angoli), Babsy alle sette si fece una doccia, si vestì in modo elegante ma non sfarzoso (gonna porpora lunga, camicia color cipria con maniche strette e colletto anni ’70, scarpe alte ma non troppo), si truccò con una riga di eye-liner e un rossetto scuro e si incamminò verso la stazione della metropolitana. Rispose ai saluti delle persone che incontrò lungo Brixton Road e ignorò gli sguardi e i commenti più o meno espliciti degli uomini in metropolitana. Arrivò a casa di Stanley con  venti minuti d’anticipo, ma decise di suonare ugualmente. Quando Stanley vide la sua faccia nello schermo del videocitofono parve impreparato, pur aspettandola. Rimase muto per qualche secondo, in attesa che fosse lei a parlare.

“Stanley, sono io. Scusa, sono un po’ in anticipo, posso salire lo stesso? Non vorrei interromperti mentre ti stai trastullando…”

“Tesoooooro, aspettavo solo te, per trastullarmi. Forza, sali, scema.”

E Babsy, per una volta, salì a casa di Stanley usando l’ascensore invece delle scale. Aveva deciso di non togliersi le scarpe, e quattro piani erano decisamente troppi per i suoi tacchi. La porta di casa era spalancata, e Babsy chiese “permesso” prima di entrare. Le rispose la voce di Stanley da una stanza lontana.

“Entra, entra, accomodati in salotto, io sono in cucina, arrivo subito.”

Entrando in salotto, Babsy notò subito che il grande tavolo di cristallo che campeggiava normalmente al centro della stanza era stato sostituito da un tavolo basso e quadrato, due metri per due, attorno al quale erano disposti cuscini di seta ricamati. La tavola era apparecchiata in modo minimale: tovaglia e salviette bianche, larghi piatti quadrati, piccole tazze nere, una teiera di porcellana al centro e bacchette al posto delle forchette. Perché Rennah non le aveva detto che si trattava di una cena a tema? Avrebbe indossato qualcosa di più consono all’occasione. Intanto decise subito di togliersi le scarpe, si tirò su i lunghi capelli lisci e neri, afferrò due bacchette dal tavolo e le usò per tenere ferma quell’acconciatura vagamente giapponese. Ecco, già così poteva andare. Si tirò su la gonna fin sopra al ginocchio e si accomodò su un paio di cuscini. In quel momento Stanley entrò nella stanza con un enorme vassoio di sushi e sashimi.

“Guarda guarda, sembri già una piccola geisha!”

“Perché non me l’avete detto che era una serata giapponese?”

“Rennah voleva farti una sorpresa, il viaggio a Tokyo è stato fatale.”

“E hai preparato tutto tu?”

“Sì, ho chiamato una ditta di catering giapponese che ha allestito la stanza e ha preparato queste schifezze crude.”

“Vabbè, apprezzo lo sforzo.”

“Queeeeesto e altro, per il mio fior di loto. Hai visto come sono fini questi aggeggi di ceramica per appoggiare le bacchette? Sembrano fatti apposta!”

E così dicendo Stanley sistemò il vassoio sul tavolo, prese un poggia-bacchette in mano, vi depose una striscia di cocaina e la sniffò con la sua cannuccia personale.

“Quanto sei stronzo. Non potevi aspettare almeno la fine della cena?”

“Mai rimandare a domani quel che si può fare oggi. È il mio motto preferito.”

“Si, il tuo e quello di quell’altra sciroccata. A proposito, Rennah è in ritardo, come al solito?”

“Come mi hai chiamata? Sciroccata? E questo è il ringraziamento per essere qui da due ore a preparare tutto per te?”

Babsy si voltò verso la porta e rimase senza fiato. Rennah si era messa una parrucca scura, acconciata alla maniera delle geishe. Aveva il volto completamente bianco, e il rossetto a forma di cuoricino. Indossava un kimono nero, aderentissimo, e una fascia rossa in vita. Ai piedi aveva degli scomodi zoccoli giapponesi, e in mano agitava un grande ventaglio con il disegno di una fontana, dei pesci gatto e degli alberi scuri. Per quanto sopra le righe, era perfetta. Andò verso il tavolo con dei passettini sensuali, si chinò su Babsy, mise il ventaglio davanti ai loro volti e le sfiorò le labbra con quel suo cuoricino rosso. Il cuore di Babsy, quello vero, si fermò per un istante.

“Avete finito di lesbicare, voi due? E io che ci faccio qui, reggo il moccolo?”

“Stan, quanto sei volgare! Reggiti il pistolino, piuttosto, che tra un po’ non ce la fa nemmeno a stare su da solo!”

Babsy rise a questa battuta di Rennah e fece cenno a tutti e due di sedersi sui cuscini accanto a lei. Rennah si accomodò alla sua destra, Stanley alla sua sinistra. E la cena ebbe inizio.

(fine dodicesima parte – continua…)

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