Sullo studiare

Sto studiando.

Ho studiato per tanti anni, e quasi sempre con molto piacere. Non mi fa fatica, la mia curiosità mi fa leggere, sottolineare, fare riassunti, con una certa leggerezza d’animo. L’università mi ha dato modo di leggere libri e saggi che altrimenti non avrei mai aperto, mi ha allargato la mente, ed è questo il motivo principale per il quale sono contento di averla fatta. Gli esami che studiavo più volentieri erano quelli di letteratura (italiana, inglese, spagnola o angloamericana), di cinema e di teoria della letteratura (quest’ultima con due professori che hanno lasciato il segno, Remo Ceserani e Salvatore Orlando, quest’ultimo scomparso da pochi giorni). Ricordo il piacere con cui ho studiato le 12 categorie dai nomi evocativi e affascinanti (tra cui “il magico-superstizioso”, “lo sterile-nocivo”, “il pretenzioso-fittizio”) del corso monografico di Orlando sugli oggetti desueti nella letteratura occidentale (corso che sarebbe poi diventato un libro); l’entusiasmo nel proporre al Ceserani L’antologia di Spoon River come testo da analizzare per il suo corso sul treno e sulle innovazioni tecnologiche nei romanzi; la gioia nell’analizzare semiologicamente i film di Joseph Losey e le sceneggiature di Harold Pinter; la delusione del mio primo 29 (dopo una sfilza di 30 e 30 e lode) a letteratura spagnola, quando usai l’infelice aggettivo “intimista” per descrivere la poesia di Lorca;  l’invasatura di leggere 4 opere di Shakespeare in lingua originale alla settimana, durante un seminario intensivo in Erasmus. Sono molti i ricordi che ho ancora di quegli studi, e se la maggior parte delle nozioni sono svanite, i concetti rimangono, così come le belle sensazioni legate allo studio.

Non ho mai visto lo studio come un peso, ma come un privilegio – per me che venivo da una famiglia molto modesta e poco acculturata – concesso al mio intelletto. Ricordo sempre quando, avrò avuto sette o otto anni (erano i “mitici” anni ’70), lessi sul diario di mia sorella Monica (già alle superiori) una frase di Che Guevara che mi è rimasta impressa: “El nino que no estudia no es un buen revolucionario”. E poi avevo un libro di lettura intitolato “Devi sapere”, e riportava in copertina una poesia di Brecht:

“Impara bambino a scuola

impara uomo in carcere

impara donna in cucina

frequenta la scuola, senza tetto

procurati sapere

tu che hai freddo

affamato, impugna il libro

è come un’arma.

Non temere di fare domande

verifica le cose che leggi

ciò che non sai di tua scienza

in realtà non lo sai.”

Ricordo ancora bene quel libro, le sue letture che oggi, credo, sarebbe impensabile ritrovare in un testo scolastico: c’era la trascrizione dell’ultimo discorso di Allende alla radio prima che venisse assassinato; le testimonianze sulla guerra del Vietnam; la pluralità di visione nel descrivere le religioni presenti al mondo… Si sa, erano altri tempi.

E ringrazio il mio professore di psicologia delle superiori, che mi convinse a fare l’università dicendomi che c’erano delle borse di studio per i più meritevoli e i meno abbienti, poiché altrimenti, nell’ordine naturale (e ingiusto) delle cose e della scala sociale, sarei dovuto andare a lavorare subito dopo il liceo.

Ho fatto l’università, ho fatto il dottorato di ricerca, ho mollato la carriera universitaria, disgustato da quell’ambiente soffocante, meschino e reazionario. L’ultima occasione in cui ho studiato (ma neanche tanto) è stata per il concorso da insegnante, ormai dieci anni fa. Un concorso che ho fatto quasi per caso, perché non ero interessato alla carriera scolastica , ed è forse proprio per questo ho vinto immediatamente il ruolo e ho cominciato a stare dall’altra parte della cattedra, senza neanche un giorno di supplenza o tirocinio. Così, BUM!, preso e messo lì, con mio iniziale terrore. Ma questa è tutta un’altra storia.

In realtà quello che ho scritto finora avrebbe dovuto essere una breve introduzione dell’argomento di questo post, ovvero il fatto che negli ultimi due giorni, dopo dieci anni, ho ritrovato la gioia di studiare e di imparare, di sottolineare, scrivere le frasi a margine, fare i riccioli alle pagine più importanti per ritrovarle subito (lo so, qualcuno inorridirà a questa storia dei “riccioli”, cioè delle “orecchie” alle pagine). E tutto questo grazie a un libro sulla scrittura, ovvero On writing, autobiografia di uno scrittore, di Stephen King. Un testo che mi era stato consigliato da Manrico due o tre anni fa ma che io, proprio per questa disabitudine allo studio e per una mia ritrosità verso i manuali sulla scrittura, avevo tralasciato di leggere. Ebbene, l’ho divorato in due giorni, grazie anche allo stile informale di King e al suo non-accademismo. E ho diverse osservazioni da fare, riguardo a questo libro e riguardo alla scrittura. Ma, visto che questa introduzione è stata già parecchio lunga, credo che gli dedicherò un post tutto suo nei prossimi giorni.

Advertisements

About this entry