Sullo scrivere

Non mi sono mai piaciuti i manuali di scrittura creativa. Ne ho sempre diffidato, onestamente credo che per scrivere meglio, la prima cosa che uno deve fare è leggere molto. La seconda: scrivere molto. Li ho sempre visti come delle scorciatoie che, invece di esaltare la singolarità del potenziale scrittore, tendono a omologare la sua creatività, stringendola dentro regole che non è detto vadano bene per tutti. Ci sono dei consigli di scrittura che però, negli anni, ho imparato ad apprezzare. Ma questo, è ovvio, dipende da chi li scrive. Se a un potenziale scrittore piace la prosa “ampollosa”, ad esempio, è inutile che si legga i consigli di Raymond Carver. Se uno proprio deve leggere qualcosa che lo aiuti a scrivere, credo che debba cominciare da un autore che gli piace, per storie, temi, stili. Ad esempio, un paio d’anni fa, al clubbino di scrittura a cui partecipo, che ora ha un nome e si chiama QWERTY (e più non dimandare…), fu consigliato il manuale di scrittura creativa di Cotroneo. La prima obiezione che feci a chi lo consigliava fu questa: “Ma tu hai letto i libri di Cotroneo? Sono belli? Ti piacciono?”. Perché sennò è tutto inutile. Come faccio a leggere un manuale che vuole insegnarmi a scrivere bene quando a me non piace il modo di scrivere dell’autore? Io ad esempio, sono stato un ammiratore (e lo sono tuttora, ma in maniera minore) di Raymond Carver, ho letto tutti i suoi racconti, e quando mi dice la sua famosa frase sul modo in cui lui scrive: “Get in, get out. Don’t linger. Go on.” (Entra, esci. Non indugiare. Vai avanti), io gli credo. Cioè, credo che se uno ha la tendenza a scrivere con uno stile simile al suo, trarrà giovamento da questa frase. Ma attenzione, non è comunque detto che vada bene per tutti.

Lo stesso discorso vale per il libro di Stephen King  “On writing: autobiografia di uno scrittore”, che, come suggerisce il titolo, non è proprio un manuale, è più un’autobiografia sullo scrivere. Per anni ho avuto preconcetti su questo autore, forse per la sua fama di scrittore horror. Poi quattro anni fa ho letto, all’epoca della sua uscita in libreria, “La storia di Lisey”, non uno dei suoi romanzi più famosi, e neanche uno dei più apprezzati dai fans accaniti, e mi si è aperto un mondo. L’ho trovato bellissimo (e molto inquietante), forse anche perché è leggermente sui generis rispetto ai romanzi precedenti. Io, più che horror, lo trovo filosofico. E con un incedere narrativo che raramente mi era capitato di incontrare. Da lì ho cominciato a leggere altre cose (tutti i romanzi nuovi e qualcuno vecchio) e, sebbene vi trovi sempre qualche difetto, devo dire che King è un signor narratore, che riesce a tenere le fila di decine di personaggi come a me non riuscirà mai, di portare avanti la storia lasciandoti con il fiato sospeso. Sono qualità non facili da trovare. Nonostante molti critici con la puzza sotto il naso lo abbiano snobbato, io credo che non dobbiamo mai lasciarci guidare dal pregiudizio. D’accordo, King è uno scrittore “popolare”, ma ci sarà un buon motivo se ha venduto milioni di copie dei suoi romanzi in tutto il mondo. Questo non vuol dire che sia un bravo scrittore solo per questo, d’altronde anche Moccia ha venduto milioni di copie. E allora io vi dico: leggete e poi giudicate.

L’approccio che Stephen King ha nei confronti della scrittura creativa si basa sulla sua esperienza diiretta ed è molto semplice. Il primissimo consiglio che dà, e che io condivido in pieno, è quello di leggere molto. D’altronde è un tipo di consiglio che si può estendere a tutti i mestieri relativi all’arte: se uno vuol fare il regista di cinema, sarà il caso che si guardi molti film; se uno vuol fare il pittore, sarà il caso che si studi la storia dell’arte e si vada a vedere qualche bella mostra in un museo; se uno vuol fare l’attore, sarà il caso che si veda molti spettacoli; se uno vuol scrivere canzoni, sarà il caso che ascolti molta musica. E oltra a questo, ciascuno di questi potenziali registi/pittori/attori/cantautori dovrà leggere molto. Ah, e dovrà anche osservare (leggi: studiare, indagare) con attenzione la realtà che lo circonda. Anche questo è fondamentale.

Ma torniamo al libro di King.

La prima cosa che me lo ha fatto apprezzare è stato lo stile informale, si legge molto bene, anche perché infarcito di vicende autobiografiche che, si sa, piacciono molto agli impiccioni. Il primo, lungo capitolo, si intitola Curriculum vitae, e parla appunto della sua vita in relazione con la scrittura: come ha iniziato a scrivere da ragazzino, come ha insistito da ragazzo, i ripetuti rifiuti e i primi successi. Già in questa prima parte ci sono delle osservazioni che mi hanno fatto riflettere. Quando la madre, da bambino, gli chiede di scrivere una storia tutta sua, senza copiare o reinventare altri racconti o, nel suo caso, fumetti, c’è la descrizione del sentimento che King provò all’epoca, e che anch’io ho provato più volte:

Ricordo di essermi sentito infondere da un immenso sentimento di possibilità, come se mi fosse stato dato accesso a un enorme edificio pieno di porte chiuse con l’autorizzazione ad aprirle a mio piacimento.

Cioè, si può scrivere di tutto. E’ lo stesso sentimento che provo quando scrivo un racconto, una canzone, uno sketch o scatto una fotografia. Più avanti approfondisce questo concetto, parlando di come nascono le idee:

Vorrei chiarire subito un punto. Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano.

Questo concetto che una storia non nasce da un’idea ma dall’incontro/scontro di due idee separate torna spesso all’interno del “manuale”, e King lo approfondisce con esempi sulla nascita di qualche suo romanzo. Carrie, ad esempio, è la congiunzione tra la figura dello studente “sfigato”  e perseguitato in un college (ognuno di noi ha in mente questo personaggio nella scuola che ha frequentato da ragazzo; io ho addirittura il sospetto di esserlo stato) e il concetto di telecinesi, cioè la capacità di spostare gli oggetti con la mente.

La prima parte autobiografica prosegue con altre “chicche” tratte dalla sua esperienza, ma sono troppe e rischio di dilungarmi. Ma, tra queste, ne vorrei riportare almeno un’altra. Quando King era studente, collaborò con una rivista di sport. Il redattore gli corresse un articolo su una partita scolastica, anticipando, direi, le direttive carveriane di cui ho scritto poco sopra. E completò le correzioni con un consiglio al giovane King:

“Quando scrivi una storia, la stai raccontando a te stesso. Quando la riscrivi, il tuo compito principale è togliere tutto quello che NON è la storia. […] Scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla.”

E qui sono presenti due concetti che io ritengo fondamentali: il primo è la riscrittura, cioè il rileggere ciò che si è scritto e “correggerlo”, migliorarlo, apportarvi modifiche (“tagliarlo”, direbbe Carver); il secondo è un’idea che mi appartiene molto e che distingue le prime cose che ho scritto dalle ultime (perlomeno nell’intenzione): il fatto che ciò che si scrive lo si scriva per farlo leggere. E che quindi si deve sempre avere in mente il “lettore ideale”, l’idea che ci facciamo di colui o colei che leggerà il racconto. Uno può scrivere cinque pagine di descrizione (di paesaggi, di sentimenti, ecc.), e può anche scriverle bene, ma deve sempre chiedersi se il lettore sarà altrettanto interessato alla cosa, se non si rischia di annoiarlo. Mi è capitato di leggere cose inedite scritte da altri aspiranti scrittori, e spesso quello di cui difettano è proprio questa mancanza di immaginazione sull’effetto che il racconto produrrà nel lettore. Si scrive per noi stessi E per gli altri, io credo. Trovo infantile dirsi: “vabbè io l’ho scritto così, e secondo me va bene così, se piace agli altri, bene, sennò chissenefrega: vorrà dire che non mi capiscono”; non si può far finta che il lettore non esista o crogiolarci nell’idea di aver scritto qualcosa che a noi pare perfetto. Perché si sa, il mondo è bello perché è vario, e non è detto che ciò che piace a noi (che siamo parecchio di parte) possa interessare anche a qualcun altro. Questo però non vuol dire piegarsi a 90 gradi ai gusti dei lettori. Ci sarà sempre qualcuno a cui non piace quello che scriviamo. Pazienza. L’importante, come diceva anche Hemingway, è essere sinceri. Quella è una buona partenza.

Ci sono un altro paio di cose che vorrei citare dal primo capitolo di On writing. La prima è un’osservazione che scaturisce, credo, da tutte le critiche che King si è beccato negli anni per aver scritto romanzi (erroneamente) ritenuti “di genere”:

Credo di essere arrivato ai quaranta prima di rendermi conto che quasi tutti gli scrittori di prosa o poesia che abbiano mai pubblicato una sola riga o un verso sono stati accusati da qualcuno di aver buttato via quel dono di Dio che è il talento. Se scrivi (o dipingi o danzi o scolpisci o canti, immagino), ci sarà molto semplicemente qualcuno che cercherà di farti star male per aver osato tanto.

Questo mi fa venire in mente un grande genio della letteratura americana, Philip K. Dick, per lunghi anni sottovalutato per aver scritto romanzi fantascientifici (che poi molti suoi libri trascendono la fantascienza e, per me, diventano filosofici).

L’ultima citazione che vorrei fare del primo capitolo non è “manualistica” ma letteraria. King racconta di quando si trovava, assieme al fratello Dave, sul letto di morte della madre, malata di cancro. Riporto l’intero paragrafo, ma ciò che voglio farvi notare sono le ultime due frasi, che racchiudono un mondo intero:

“I miei ragazzi”, disse, poi cadde in un torpore che poteva essere sonno o incoscienza. Mi faceva male la testa. Presi dell’aspirina da uno dei molti flaconi che c’erano sul comodino. Dave le tenne una mano e io l’altra. Sotto il lenzuolo non c’era il corpo di nostra madre ma quello di una bambina denutrita e deforme. Io e Dave fumammo e parlammo un po’. Non ricordo che cosa dicemmo. La sera prima era piovuto, poi la temperatura era precipitata e la mattina le strade erano piene di ghiaccio. Sentimmo l’intervallo tra ogni suo roco respiro diventare sempre più lungo. Finalmente non ci furono più respiri e fu tutto intervallo.

Non male, per uno scrittore horror, no?

Questo di cui vi ho parlato finora era solo il primo capitolo (quello autobiografico) del libro di Stephen King. A questo ne seguono altri più specificamente dedicati alla scrittura, e che contengono molte altre riflessioni interessanti sull’argomento. Peccato però che dovrò interrompere qui il post, perché sto scrivendo da due ore filate e tra poco devo andare a pranzare. Quindi, se vi ha interessato l’argomento, non dovete far altro che tornare su questo blog e vedere se ci sono degli sviluppi. Tutti i vostri feedback, positivi o negativi, saranno ben accolti nei commenti. Certo, se sono positivi, fate un po’ meno la figura degli stronzi.

Scherzavo.

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