Impara l’arte (tredicesima puntata)

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Sesta puntata

Settima puntata

Ottava puntata

Nona puntata

Decima puntata

Undicesima puntata

Dodicesima puntata

Impara l’arte (tredicesima puntata)

La conversazione, come ci si poteva aspettare, fu monopolizzata da Rennah che, pur essendo stata soltanto due giorni in Giappone, aveva decine di aneddoti da raccontare:

“I giapponesi non si soffiano mai il naso. Quando hanno il raffreddore portano queste mascherine bianche, ma il naso non se lo soffiano. Chissà che schifo, alla fine della giornata, chissà cosa ci trovano dentro quelle mascherine.”

“Le giapponesi si vestono in modo assurdo, per strada sembra che vadano a fare una sfilata, e in questo mi sentivo proprio a casa. A Shibuya ho visto gruppi di ragazzine lampadate coi capelli bianchi, altre coi vestiti fosforescenti e gli zatteroni. E ce n’è qualcuna che vende a prezzi d’oro le mutandine sporche. Ma vi rendete conto?”

“Ogni giapponese nuovo che conosci ti dà il suo biglietto da visita. Così sai subito quanto ti devi inchinare. Più uno è importante, più l’altro si deve inchinare.”

“In una stazione della metro di Tokyo una volta all’anno fanno a gara a chi urla più forte. Sono talmente compressi che ogni tanto hanno bisogno di una valvola di sfogo. Dovresti provare anche tu, Babsy.”

Tra un aneddoto e l’altro Stanley tracannava a più non posso il vino bianco che si era fatto arrivare qualche settimana prima dal Veneto, unica eccezione concessagli a una cena in stile giapponese. Babsy spelluzzicava le polpettine di riso e pesce versandosi il tè verde nella tazzina nera, mentre si chiedeva quante, delle cose che ascoltava, Rennah le avesse viste davvero e quante le avesse lette su internet. Rennah, dal canto suo, non toccò cibo, tranne una ciotola di riso bianco condita con del ketchup preso dalla dispensa di Stanley. Ogni tanto Babsy interveniva con una domanda.

“Hai avuto il tempo di visitare qualche museo?”

“Soltanto il museo nazionale, ma l’ho trovato parecchio palloso, tutto sulla storia dell’arte giapponese, saloni interi pieni di vasi e piattini, l’unica cosa bella era una mostra sul Kamasutra, quella sì che è stata istruttiva.”

Stanley non seppe trattenersi.

“Allora ci dai una dimostrazione, dopo?”

“Ti piacerebbe, vecchio porco, eh?”

“Così, facevo per dire…”

Babsy si versò l’ennesima tazza di tè e si accorse che era finito.

“C’è da rimettere l’acqua per il tè.”

“Basta con questo cazzo di tè! Beviti un po’ di vino, senti buono! Vedrai che poi mi ringrazi. Anzi, propongo un brindisi: alle due modelle più sexy in circolazione, se ci fosse la bigamia, vi sposerei tutte e due. Anche se una è frigida!”

“Smettila, Stanley, non è frigida, è solo meno puttana di me!”

Stanley alzò il calice e fece l’occhiolino a Rennah, mentre Babsy buttò giù il vino tutto d’un fiato.

“Ooooora sì che mi piaci!”

Alla seconda bottiglia l’atmosfera si fece più vivace. Nessuno aveva più voglia di mangiare, ma rimasero tutti e tre seduti intorno al tavolo a chiacchierare e bere. Rennah si era tolta la parrucca e aveva raccolto i capelli biondi in alto con due bacchette, proprio come Babsy.

“Senti, Babsy, e tu cosa hai visto a Parigi?”

“Solo quello che non volevo vedere. Non te l’ha detto Stanley? Sono scappata subito dopo la sfilata.”

“Per via di Rupert?”

“E di quella baldracca americana.”

“Allora non è vero che non l’avevi visto.”

“Sì che l’avevo visto. Ma non è stata l’emozione a farmi intrampolare. È stata la rabbia.”

“Ancora non ti è andata giù, eh?”

“No, mi sa proprio di no. A proposito, Stan, lo sai che stamani mi è arrivato un mazzo di fiori?”

“Erano di Rupert?”

“E di chi, sennò? Sono arrivati con l’Interflora, un mazzo di calle e rose rosse. A parte te, solo lui sa quali sono i miei fiori preferiti, e in tutti questi anni tu di fiori non me ne hai mandato neanche uno, sicché erano per forza i suoi.”

“C’era un biglietto? L’hai letto?”

“Sì, c’era un biglietto, ma l’ho buttato nel cesso senza aprirlo.”

“E i fiori?”

“Li ho regalati alla mia vicina di casa che ha partorito da poco. Mi sa che mi ha presa per matta.”

Su questa frase Rennah cominciò a ridere sguaiatamente, guardando Babsy e facendo segni d’intesa con Stanley. Babsy non capiva.

“Rennah, ma cosa ridi? È per la vicina di casa?”

Ma Rennah non ce la faceva a smettere. Indicava Stanley come a intendere: fattelo dire da lui.

“Stanley, perché Rennah…?”

“Mi sa che hai frainteso il mittente. È stata Rennah a mandarteli, mi sa. Il giorno prima mi aveva chiesto quali erano i tuoi fiori preferiti.”

“Cosa? Rennah, erano tuoi? Scusa, io…”

Rennah continuava a ridere, accompagnata da Stanley, ma piano piano la risata scemò e lei riuscì a rispondere.

“E’ tutto a posto, è solo che mi hai fatto scompisciare, con questa storia della vicina.”

“Almeno dimmi cosa c’era scritto nel bigliettino…”

“Perché non vai a cercarlo nelle fogne?”

La risata riprese più fragorosa che mai, mentre Babsy, mortificata, bevve un altro bicchiere di vino tutto d’un fiato.”

“Babsy, non ti preoccupare, era solo un gesto carino dopo che ho saputo della sfilata. E comunque non voglio dirtelo davanti a questo scimmione. Posso solo dirti che c’era scritto quello che volevi tu.”

“E allora io propongo un brindisi”, disse Stanley alzandosi in ginocchio, pur con l’equilibrio instabile, “propongo un brindisi ai segreti, che sono il sale e il cemento delle relazioni!”

Anche Rennah si alzò in ginocchio e ripeté il brindisi di Stanley.

“Ai segreti!”

Babsy sembrava più incerta, ma poi decise di unirsi al coro, aggiungendovi una postilla.

“Ai segreti, tranne a quelli di Rupert, che possa marcire nella fogna insieme al bigliettino di Rennah!”

E giù, altri tre bicchieri tracannati in due secondi, e giù, altre risate, come se la vita non dovesse finire mai, come se l’amicizia fosse una stupida cosa seria.

“E adesso che ne dite di un bel cocktail after dinner? Ho tuuuuutto quello che serve nel mobile bar.”

“Io ci sto!”

“Forse è meglio di no, ho già bevuto tanto di quel vino, non ci sono abituata…”

“Che lagna che sei, Babsy, sempre a rovinare l’atmosfera! E dài, che il tuo Stanlino ti prepara una cosa buona buona.”

“Lasciala in pace, Stan, se ha detto che non le va, non le va. Vorrà dire che beviamo noi anche per lei.”

“No, d’accordo, ci sto anch’io. Che male potrà mai farmi un cocktail? Tanto ormai…”

“Bene, così mi piaci. Allora mentre Stanley lo prepara, io vado a prenderti una cosa di là.”

“Che cosa?”

“Una sorpresa!”

“Un’altra? Ma non era la cena giapponese, la sorpresa?”

“Non solo. Aspetta e vedrai.”

(fine tredicesima parte – continua…)

Annunci

About this entry