Pierre e Jean

Vorrei scrivere un breve post per dirvi quanto è bravo Maupassant. Ho appena finito di leggere, nell’arco di due pomeriggi, Pierre e Jean, un breve romanzo del 1889, e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla bravura di questo autore che trovo modernissimo. La storia, compatta e perfetta, è incentrata su due fratelli, Pierre, 30 anni, nervoso e pessimista, e Jean, più giovane e mite, e sulla loro rivalità. Attorno a loro gravitano la madre, sensibile creatura, il padre, grossolano e volgare, e qualche altro personaggio secondario. La rivalità tra i due fratelli si intuisce subito dalla prima scena, una gita familiare in barca dove, per fare buona impressione su una giovane vedova che si è unita a loro, i due fratelli si sfidano a chi rema più veloce. Ma è quando, giunti a casa, arriva la notizia che Jean ha ereditato una grossa somma di denaro da un vecchio amico di famiglia, che comincia la crisi vera e propria di gelosia, invidia e sospetti da parte di Pierre. Non vado oltre con la trama per non rovinare la sorpresa a chi volesse leggerlo, ma è nell’analisi psicologica dei personaggi che sta il punto di forza di Maupassant, e nella naturalezza con cui la narrazione viene portata avanti, tenendo il lettore incollato alle pagine per capire fin dove possano arrivare le bassezze umane. In questo senso è mirabile un altro suo romanzo che ho letto qualche anno fa, Bel Ami, dove si racconta l’ascesa sociale del protagonista che, incurante dei sentimenti altrui, sfrutta gli altri (in particolare le donne) per giungere ai suoi scopi. Maupassant è considerato uno degli autori francesi più pessimisti di tutti i tempi; io lo trovo realista, col suo modo di analizzare l’animo umano quasi scientificamente, nell’intento di provare che “bisogna essere ciechi e ubriachi di stupida fierezza per crederci altra cosa che una bestia appena superiore alle altre… Le idee degli uomini, le loro idee più alte, più solenni, più rispettate, non sono forse l’irrefutabile prova dell’universale, eterna, indistruttibile e onnipotente stupidità?”

Ciò non vi inganni: Maupassant è narratore godibilissimo, tutt’altro che noioso, e leggendolo ho come la sensazione che le sue pagine siano sempre ispirate, che ci sia una profonda naturalezza (non so come altro esprimermi) nell’analizzare il mondo che lo circonda e una incredibile facilità nel metterlo per iscritto.

C’è chi dice che siano i racconti brevi, il suo punto di forza. Io li ho letti (due anni fa, ad alta voce, con altre due persone, sul moletto della Terrazza Mascagni, mentre prendevamo il sole, pensa te come si può essere romantici e fuori di testa…), e alcuni mi sono piaciuti molto, altri meno, pur avendo ciascuno sempre qualcosa che valga la pena di leggere, qualche annotazione su cui soffermarsi.

Maupassant ha avuto una carriera letteraria fortunata ma relativamente breve, in dieci anni ha scritto sei romanzi e centinaia di racconti, finché poco dopo il 1890 la sua indole pessimista prese il sopravvento, tentò il suicidio, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico e vi rimase per diciotto mesi, fino alla morte, a soli 43 anni.

Vi lascio con una citazione tratta dal suo diario, Sur l’eau, scritto in un periodo di particolare solitudine:

…In certi giorni provo l’orrore di quello che esiste, al punto di desiderare la morte. Sento, in una sofferenza sovreccitata, la monotonia invariabile dei paesaggi, dei visi, dei pensieri. La mediocrità dell’universo mi stupisce e mi rivolta, la piccineria d’ogni cosa mi riempie di disgusto, la povertà di certi esseri umani mi annulla… Certe altre volte, invece, godo di tutto, come un animale. Se la mia mente inquieta, ipertrofizzata dal lavoro, corre verso speranze che non appartengono più alla nostra razza, e dopo ricade nel disprezzo di tutto, dopo averne accertato la nullità, il mio corpo d’animale s’inebria di tutte le ebbrezze della vita…”

Quindi, tre risoluzioni per me: leggere Una vita, il suo primo romanzo; scrivere in modo sincero e ispirato; andare a fare un bel tuffo in mare.

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