Impara l’arte (quattordicesima puntata)

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Sesta puntata

Settima puntata

Ottava puntata

Nona puntata

Decima puntata

Undicesima puntata

Dodicesima puntata

Tredicesima puntata

Impara l’arte (quattordicesima puntata)

Mentre Rennah si allontava a piccoli passi verso un’altra stanza, Stanley si avviò al mobile bar a preparare il cocktail. Babsy rimase seduta al tavolo, indecisa. Avrebbe potuto sparecchiare, ma le faceva fatica, il vino le dava quella sensazione di placidità che, alzandosi da tavola, sarebbe scomparsa. Decise di guardare Stanley all’opera. Fino a quel momento non aveva notato che anche lui fosse elegante, quella sera. Di solito si vestiva così per le occasioni importanti, a casa preferiva stare più comodo. E invece indossava un bel completo Armani con delle sottili righe azzurre, cravatta e calzini intonati, camicia bianca e scarpe lucide. Ed era elegante anche nel modo in cui metteva i cubetti di ghiaccio nello shaker (usando le pinze, invece delle solite manacce luride) e vi aggiungeva via via la vodka, l’Amaretto di Saronno e il Cointreau. Scecherò per qualche secondo (Babsy notò la cura meticolosa del gesto) e versò direttamente nei bicchieri. Con un tempismo perfetto, Rennah ricomparve dall’altra stanza con una grande borsa di carta bianca e rossa, sulla quale spiccavano degli ideogrammi giapponesi belli come opere d’arte.

“Ta-tà! Ecco qua, per la mia regina di bellezza!”

Rennah si avvicinò a Babsy, si chinò su di lei e le porse la borsa. Quando Babsy la prese, lei non si tirò subito su.

“Come? Nemmeno un bacetto di ringraziamento?”

“Grazie”, balbettò Babsy, “ma davvero non dovevi.”

Si allungò per darle un bacio sulla guancia, ma Rennah si voltò all’ultimo istante e accolse il bacio sulle sue piccole labbra giapponesi.

“Di niente, tesoro, grazie a te.”

Stanley si unì a loro mentre Babsy scartava il regalo.

“Rennah, ma è bellissimo!”

“Ti piace? L’ho scelto apposta per te.”

Babsy si alzò in piedi facendosi aderire al corpo il kimono rosso. Lo lisciò con la mano destra e la perfezione della seta le ricordò la pelle di Rennah.

“Grazie, non ho parole!”

“Perché non lo provi subito? Voglio vedere come ti sta. Dentro la borsa c’è anche la fascia da legare in vita.”

Babsy si diresse in camera da letto, ma prima di scomparire nel corridoio si voltò verso Rennah.

“Mi dai una mano?”

“Mi stavo appunto proponendo. Stanley, tu rimani qui e non azzardarti a bere il cocktail. Appena siamo pronte facciamo un brindisi insieme.”

“E io cosa faccio, nel frattempo?”

“Perché non scegli un po’ di musica adatta?”

“Non ho niente di giapponese. Che ne dici dei Rolling Stones?”

“Magari qualcosa di più moderno, eh? Mi fido di te.”

Stanley aveva un grande assortimento di CD lungo la parete, accanto al nuovissimo Bang&Olufsen. Quanto gli piaceva muovere la mano davanti allo stereo e vedere gli sportelli che si aprivano automaticamente! Lo faceva sentire un figo della madonna, gli pareva di essere il chirurgo plastico di Nip/Tuck. Dopo molto pensare scelse uno dei suoi album preferiti. Non c’entrava niente col Giappone, ma la voce di Amy Winehouse era così sensuale che la ritenne adatta alla serata. In camera da letto, Babsy e Rennah si misero a ridere sentendo la voce di Amy che diceva di non voler andare in riabilitazione. Era il pezzo perfetto per Stanley.

Babsy, col mestiere che faceva, era abituata a spogliarsi di fronte a chiunque, ma lì, davanti a Rennah, ebbe qualche esitazione. Si voltò verso la parete per sfilarsi il vestito, ma la cerniera non voleva saperne.

“Aspetta, ti aiuto io.”

“Grazie.”

La udì avvicinarsi di qualche passo, poi sentì le sue mani leggermente fredde proprio sotto al collo. Un lungo brivido le partì da quel punto e si irradiò su per la nuca, fino all’attaccatura dei capelli. Dopo aver tirato giù la zip, Rennah non si allontanò, ma appoggiò le mani sulle spalline del vestito e fu lei a farlo scivolare verso il basso. Una volta a terra, Babsy lo scavalcò con i piedi e, girandosi leggermente verso sinistra, notò che nello specchio sulla parete di lato poteva osservare il profilo di Rennah dietro di lei, la bocca dipinta che si avvicinava al suo collo. Distolse lo sguardo e sentì le labbra dell’altra che la baciavano delicatamente proprio sotto la nuca, dove la soffice peluria ricorda i capelli dei neonati. Non si spostò e si lasciò baciare, sentendo l’alito caldo di Rennah sulla pelle. Per un attimo pensò che Stanley avrebbe notato immediatamente la stampa del rossetto e d’istinto si chiese come pulirla senza dare troppo nell’occhio. C’era un silenzio strano, Babsy pensò che forse avrebbe dovuto bere qualche bicchiere in più. Fu Rennah a rompere l’incanto, con un tono di voce così naturale che la stupì.

“Di solito sotto il kimono bisogna mettere una fascia molto stretta per contenere le tette, ma né tu né io abbiamo di questi problemi, andrà bene il reggiseno che hai.”

Dopo il kimono, Rennah la aiutò a fissare la fascia nera in vita. Poi la guidò davanti al grande specchio a figura intera, rimanendo dietro di lei. Babsy guardò il suo corpo fasciato da quel rosso fiammante e, sopra la sua spalla, il volto sorridente di Rennah. Poi Rennah si spostò da dietro e le andò accanto, e solo in quel momento Babsy si rese conto che i due kimono erano perfettamente uguali, ma con i colori all’opposto. Quello di Rennah, nero con la fascia rossa, faceva risaltare ancora di più la sua pelle bianca e i capelli biondissimi. Il suo, rosso con la fascia nera, esaltava la sua carnagione bruna, i capelli più scuri della notte. Babsy non aveva notato, fino a quel momento, che lei e Rennah avevano la stessa identica altezza, e anche il loro fisico era molto simile. Con i capelli tirati all’insù erano allo stesso tempo uguali e complementari, lo yin e lo yang, per dirla all’orientale.

“Ora ti manca solo un po’ di trucco alla giapponese e il gioco è fatto. Vedrai che Stanley, a vederci così, ci rimane secco.”

In effetti Stanley, quando le vide tornare nel salotto, sembrava aver perso le parole. A bocca aperta le guardò avanzare fino al tavolo, sedersi, aprire contemporaneamente i ventagli e agitarli a tempo con la musica. Era una coreografia perfetta, sublime, un dono che sentiva di non meritare, non fino in fondo. Tentò si smorzare l’eccitazione con una battuta.

“E adesso come faccio a scegliere tra Marilyn e Jane Russell?”

“Tra chi?”

“Babsy, spiegaglielo tu, a quell’ignorantona. Non hai mai visto Gli uomini preferiscono le bionde?”

“Cos’è, un altro dei vostri film dell’essai?”

“Vaaaaabbè, vai, lascia perdere, testina di cazzo. Siete pronte per il cocktail?”

“Cosa ci hai preparato?”

“Per l’occasione vi propongo un Anna Bolena.”

“Mmmm, buono, cosa c’è dentro?”

“Fattelo dire da Babsy, che mi ha guardato tutto il tempo mentre lo preparavo.”

“Mi pare Cointreau, Amaretto di Saronno e vodka.”

“Non una vodka qualsiasi. La ricetta originale è solo con la Keglevich.”

“Quanto sei pignolo!”

“Io, le cose, o le faccio per bene o non le faccio.”

“Sì, d’accordo, ma adesso brindiamo. Qualcuno ha un brindisi da proporre?”

“Io!”, rispose Babsy. “Alla libertà, che è la cosa più importante!”

“Solo dopo i soldi e la fica!”

“Quanto sei bestione, Stan! Io sono d’accordo con Babsy. Alla libertà!”

“Alla libertà!”

Il cocktail andò giù come il fuoco, ma a Babsy non dispiacque. Stanley ne preparò subito un altro, mentre Rennah ricominciò a parlare del Giappone.

“La seconda sera che ero lì sono andata a un mega-party in un grattacielo, dalla parete a vetro si vedeva tutta Tokyo. Ho fatto amicizia con un tipo di Singapore, per il resto lo sapete come sono queste feste, piene di di gente che fa finta di divertirsi. La musica però era bellissima, avevano fatto venire dei DJ da Berlino. A un certo punto il mio amico deve essersi accorto che mi annoiavo. Ha tirato fuoti una boccettina con del liquido trasparente. Ne ha versata un po’ nel suo cocktail. Ti vuoi divertire?, mi ha detto. E io: che cos’è? E lui: fidati. Tra un po’ qui la prenderanno tutti. E allora sì che ci divertiamo. Ho fatto cenno di sì con la testa. Lo sapete come sono, le novità mi attirano sempre.”

“Che cos’era?”

“Boh, forse MDMA sciolta nell’acqua. Mi era già capitato di prendere l’ecstasy in discoteca, ma quella era tutta un’altra storia. Per la prima volta mi sono sentita totalmente felice. Ho ballato con Jonathan per non so quante ore. Sentivo la musica nelle unghie, nei capelli. Non sentivo la stanchezza. Per fortuna che mi sono tolta le scarpe, per ballare, altrimenti il giorno dopo non sarei stata neanche in piedi. Lui è stato molto premuroso. Ha chiamato la reception e si è fatto portare una cassa di bottigliette d’acqua minerale solo per noi. Erano stupende. Ognuna diversa dall’altra, nel colore e nella forma. Sembravano boccette di profumo, da quanto erano belle. Credo di averne bevute almeno dieci. A un certo punto mi ha preso per mano e mi ha portata in un’altra stanza. Era tutta rossa, con al centro un grande letto rotondo, col materasso ad acqua. Ero innamorata. Avrei fatto di tutto. E probabilmente l’ho fatto, il mondo mi sembrava bellissimo. Ho pensato che ci saremmo sposati il giorno dopo. Ve lo dico, un figata totale.”

“E poi?”

“E poi niente, ce la siamo spassata per un bel po’. Il giorno dopo mi sono svegliata nel pomeriggio, ero distrutta. Mi faceva male la bocca, non voglio neanche sapere perché. Lui non c’era più, ma mi aveva lasciato un biglietto. Dolcissimo. E accanto al biglietto c’era questa.”

Rennah afferrò la borsa che aveva posato lì accanto e ne estrasse una piccolissima bottiglia.

“Ma sei pazza? Te la sei portata in aereo?”

“Certo, basta che non superi i 100 millilitri. L’ho messa in una bustina trasparente, insieme a qualche boccetta di profumo e di shampoo. Me l’hanno fatta passare col bagaglio a mano. Ho pensato di condividerla con i miei amici. Ve lo giuro, è un’esperienza strabiliante. Altro che coca, Stan.”

“A me mi hai già convinto. Anch’io sono per le novità, lo sai, nooooo? Il problema è Babsy.”

“Grazie, io passo.”

“Ecco, la solita moralista.”

“Vaffanculo, Stan, non c’entra niente il moralismo, lo sai bene. Quella roba ti spappola il cervello, e non mi dite di no. È l’unica cosa a cui tengo.”

“Ma cosa vuoi che ti faccia per una volta! Non sei curiosa di provare? Secondo me hai paura che poi ci prendi gusto.”

“Pensate quello che vi pare. Voi siete liberi di prenderla, non sono mica contraria. Non abbiamo brindato alla libertà, prima? Io però sono libera di non prenderla.”

“Certo, cocca, certo, mica ti obblighiamo.”

“Stan, smettila di chiamarmi cocca, non lo sopporto.”

“Stan falla finita, lasciala stare. Se ha detto di no è no, non c’è bisogno di insistere.”

“Grazie Rennah.”

“Facciamo così. La dividiamo equamente nei tre bicchieri del cocktail. Il tuo lo lasci lì, se poi ci ripensi, oppure se io e Stanley vogliamo fare il bis, ci ritorniamo. Forza Stan, metti qualcosa da ballare. Anzi, no, ci penso io. Ci vuole la musica adatta. Tu sei capace di mettermi Frank Sinatra. Ho un Cd di quel DJ di Tokyo. Babsy, tu comunque balli con noi, no? Non ti ho mai vista ballare, sono proprio curiosa.”

“Certo che ballo. Mica voglio fare la guastafeste!”

Rennah andò allo stereo, mise il suo Cd e tornò al tavolo. Versò il contenuto della boccetta nei tre cocktail, agitò il liquido con una bacchetta, poi bevve il suo tutto d’un fiato. Stanley fece lo stesso. Il bicchiere di Babsy, invece, rimase intonso accanto agli avanzi del sushi.

“Stan, prendi dell’acqua in cucina, che poi ne abbiamo bisogno.”

(fine quattordicesima parte – continua…)

Annunci