Impara l’arte (sedicesima puntata)

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Sesta puntata

Settima puntata

Ottava puntata

Nona puntata

Decima puntata

Undicesima puntata

Dodicesima puntata

Tredicesima puntata

Quattordicesima puntata

Quindicesima puntata

Impara l’arte (sedicesima puntata)

Non si aspettava tutto quel sole di mattina. Filtrando dalla finestra, la luce tagliava l’ombra nella stanza con geometrie simmetriche e spietate. Per un attimo le sembrò di essere a Capri, il corpo di Rupert abbandonato accanto al suo, mentre aspettava la colazione nella suite dell’albergo. Sorrise al ricordo e sentì un dolore che dalle labbra indolenzite si estendeva alle mascelle. Si accorse di digrignare i denti. Si voltò verso il comodino e afferrò una bottiglietta d’acqua ormai calda. Con un sorso ne bevve la metà, poi gettò lo sguardo alla radiosveglia che segnava mezzogiorno. Era sola nella stanza chiusa. Scostò le lenzuola umide di sudore e solo quando si mise a sedere sul bordo del letto si rese conto della sua nudità. D’istinto si portò le braccia ai seni e cominciò a guardarsi intorno in cerca della biancheria. Vide il reggiseno appeso a uno degli angoli dello specchio. Lo raccolse e se lo mise, evitando di guardare la sua immagine riflessa, i capelli scomposti e bagnati intorno al viso, le tracce pallide di rossetto sbavato. Per le mutandine fece più fatica, le toccò inginocchiarsi e guardare sotto al letto, il sangue le andò alla testa pulsando violento nelle tempie, e a lei prese il desiderio irrefrenabile di tornare a letto completamente al buio. Voleva andare in letargo, ma riuscì a resistere. Dall’armadio a muro prese una delle camicie di Stanley e se la infilò, era abbastanza lunga da arrivarle a metà coscia. Aprendo la porta la investì un aroma disgustoso di cibo e uno appena più accettabile di caffè. Si avviò verso la cucina, la tavola era apparecchiata, al centro c’erano un piatto pieno di frittelle e una caraffa di sciroppo d’acero, accanto un bricco con del latte freddo e una ciotola di cereali. La moka col caffè era ancora sul fornello spento. Ne versò l’intero contenuto nella prima tazza che trovò. Sopra c’era scritto: ‘Ebbene sì, è un nuovo giorno’. Forte di questa inaspettata rivelazione, decise di farsi una doccia. Aprì la porta del bagno e vide il corpo nudo di Stanley che si insaponava nella cabina aperta. Lui, vedendola, si voltò di scatto offrendole la visione delle sue spalle muscolose e delle natiche sode e bianche, in un gesto inaspettatamente pudico. Anche lei si voltò dall’altra parte.

“Ciao.”

“Ciao.”

“Ho quasi finito.”

“D’accordo, aspetto in cucina.”

“C’è qualcosa da mangiare, se vuoi.”

“No, grazie, mi basta il caffè.”

Dopo cinque minuti Stanley comparve in cucina avvolto in un accappatoio azzurro. Babsy era al tavolo che affogava i cereali nel latte, uno per volta, spingendoli verso il basso col cucchiaino. Non aveva nessuna intenzione di mangiarli.

“Tra dieci minuti devo uscire. Fa’ come se fossi a casa tua.”

“Grazie, ma anch’io mi faccio una doccia ed esco.”

“Vuoi un passaggio da qualche parte?”

“No, grazie, prendo la metro.”

“D’accordo.”

Ci fu un silenzio. Poi Babsy si alzò. Rimase ferma, una mano appoggiata allo schienale della sedia, lo sguardo sui cereali che si gonfiavano.

“Rennah?”

“È uscita poco fa. Ti ha lasciato un messaggio di là in salotto. Ha detto di non scordarti il kimono.”

“Ok.”

“Ricordati che domani pomeriggio avete l’aereo per Chicago. Ti ho messo il biglietto nella borsa, così non te ne dimentichi. Ha detto Rennah che vi trovate direttamente all’aeroporto alle quattro.”

“Va bene.”

“Vi vengono a prendere quelli dell’organizzazione e vi portano in albergo. La sfilata a Milwaukee è dopo due giorni. Poi avete qualche altro giorno libero per visitare tutti i musei che volete. Dovreste tornare a Londra per venerdì.”

Babsy si mosse verso il bagno.

“Per qualsiasi cosa chiamami al cellulare.”

“Ok, Stanley.”

“Ciao bellezza.”

“Ciao.”

Babsy chiuse dietro di sé la porta del bagno, girò la chiave, entrò nella cabina doccia, aprì l’acqua fredda e vi si buttò sotto. Troppo tardi si accorse che non si era tolta né la camicia, né la biancheria. Lasciò che si inzuppassero completamente. Dopo poco sentì la porta d’ingresso che si chiudeva. Si tolse i vestiti di dosso e lasciò che l’acqua le dissetasse il corpo, alzò la faccia, aprì la bocca e bevve. Quando fu sazia, guardò verso il basso. Aveva un livido rossastro su un fianco, uno sulla gamba sinistra e altri due intorno ai polsi. La piccola ferita era ancora lì, un taglio così sottile che le ricordò la bocca di sua madre. Si insaponò dappertutto usando la spugna naturale e ruvida e sentì del dolore quando portò le braccia dietro la schiena. Si risciacquò e rimase immobile sotto il getto di acqua fredda per dieci minuti buoni. Infine chiuse il rubinetto, si avvolse un grande asciugamano bianco intorno al corpo, un altro se lo mise in testa a mo’ di turbante e, scalza, andò in salotto. Accanto al tavolino ancora ingombro della sera precedente, vide il kimono rosso piegato con cura e, appoggiata sopra, una piccola busta bianca. La aprì e per la prima volta conobbe la grafia leggermente infantile di Rennah. ‘È bello lasciarsi andare ogni tanto, no? Sei stata fantastica. TVB. Rh.’

Babsy richiuse la busta e le perdonò anche questa banalità.

(fine sedicesima parte – continua…)

Advertisements