Il triste ritorno (da Berlino a Livorno)

E’ finita. Siamo tornati dalla nostra settimana berlinese. Come avrete notato, ho mantenuto il silenzio stampa per tutta la settimana. Alessandra s’era anche portata il computerino, ma a casa nostra non c’era connessione, e abbiamo così deciso di staccare completamente per una settimana. Oltretutto non avevamo neanche la tv, quindi abbiamo proprio isolato i cervelli dalla comunicazione attiva o passiva col resto del mondo. E ci ha fatto bene.

Il tempo è stato clemente, ha piovuto solo una volta mentre eravamo in giro per la città (praticamente tutti i giorni dalla mattina alla sera) e ci siamo infilati in un paio di musei. Niente sole, ma meglio così. La nostra guida Chatwin è stata preziosa, abbiamo esplorato a piedi tutta Berlino, con percorsi giornalieri dagli otto (ma secondo noi erano di più) ai diciotto kilometri. C’era qualche inesattezza, nella guida, ma perlopiù dovuta ai veloci cambiamenti della città: un palazzo che veniva descritto come uno dei pochi rimasti a testimonianza di un passato diviso è in piena ristrutturazione unificata, una stazione della metro (Unter den Linden) ha cambiato nome (Brandeburger Tor), qualche negozio non esiste più (considerate che la guida è del 2009…). E la prima frase con la quale effettivamente siamo sicuri di descrivere la città è: Berlino è un enorme cantiere. Ancora, dopo vent’anni dalla riunificazione. E’ tutto in rifacimento, strade, piazze, negozi, palazzi… dall’ultima volta che l’avevo visitata, circa 8 anni fa, è cambiata tantissimo. Alexander Platz, ad esempio, me la ricordavo come un’enorme piazza vuota, piena di cemento, con palazzoni grigi tutt’intorno e l’altissima torre al centro. Quando l’ho rivista, tranne per alcune cose, stentavo a riconoscerla, perché intorno e al centro, o almeno così m’è parso, sono sorti tutta una serie di edifici nuovi.

Cosa dire di questa vacanza? Che ho camminato tutti i giorni, tutto il giorno, ho mangiato bene, ho fatto più di 1600 foto, e che mi ci vorrà qualche mese prima di sistemarle e selezionarle. Che eravamo ospiti in una casa tutta per noi a Friedrichshain, vicino alla stazione metro di Frankfurter Tor, e che Alessandra, quando non andavamo a cena con Alessio e Thilo, si addormentava sul divano mentre io mi sono visto tutta una serie di film hollywoodiani in dvd. Che subito all’andata ci hanno rotto la maniglia del grosso trolley alla consegna bagagli, quindi è stata una pena trascinarlo per arrivare a casa e tornare, ieri, all’aeroporto. Che abbiamo visto dei bei musei d’arte contemporanea e una bella mostra fotografica di Marianne Breslauer alla Berlinische Galerie, tanto che Alessandra s’è comprata il poster (anche se non abbiamo posto per appenderlo alle pareti della nostra mansarda). Che Berlino, per usare le parole di Ale, è tutta centro, ogni volta che vai in un quartiere da visitare ti sembra il centro, tanto pullula di vita. Che la parte est è molto più interessante della parte ovest (come architettura e vita in generale). Che abbiamo fatto un impegnativo percorso a piedi, in due tappe, lungo la linea che divideva l’est dall’ovest, e finalmente abbiamo capito qualcosa di più (rispetto alla volta  scorsa) sulla struttura della città. Che abbiamo visto (dopo averla cercata per quasi un’ora) la tomba di Brecht, che di teatro ci capiva qualcosa. Che, anche questa volta, non abbiamo visitato il Pergamum, né siamo saliti sulla torre di Alexanderplatz (almeno abbiamo qualche ragione per tornarci…). Che la nuova stazione principale di Berlino, la Hauptbanhof, è enorme e non esisteva la prima volta che ci siamo stati, e ciò ha dell’incredibile (se penso, ad esempio, ai decenni per rimettere in piedi l’acquario di Livorno). Che Berlino è piena di italiani e, credo anche, di livornesi (per quanto soltanto una volta abbiamo sentito l’intercalare labronico). Che il tedesco è una lingua proibitiva. Che Alessandra ha avuto terrore del volo sia all’andata che al ritorno (e se ci aggiungete che al ritorno le erano appena venute le mestruazioni, potete immaginarvi l’umore…). Che, in confronto a una città come Berlino, Livorno è una barzelletta, e la vita è un’altra. Che ci vuole ben più di una settimana solo per vederla in modo decente, figuriamoci per capirla. Che, tornati a casa, abbiamo trovato un’invasione di zanzare e pure una vespa che sta facendo il nido nel nostro scaldabagno. Che stamani, in macchina, avrei insultato più di una persona, e alle poste per pagare le bollette, avrei schiaffeggiato qualche lenta impiegata. Che tra dieci giorni rientro a lavorare.

Che sarà dura combattere contro la depressione del ritorno. A Livorno.

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