La serata popolare e gli incontri inaspettati

Sto metabolizzando il ritorno. Sto sistemando e selezionando le numerose foto fatte a Berlino. Ieri sera ho passato una serata strana, molto popolare, piena di incontri inaspettati. Prima siamo andati a cena al ristorante etnico alla festa dei democratici (sulla quale non mi soffermerei…). Prima di arrivare al ristorante, abbiamo incontrato D., e abbiamo parlato un po’ di cambiamenti e amicizie incerte, di Alzheimer e religioni. In fila per il tavolo, a sorpresa, si è unita a noi B., per un cous-cous veloce. Si è parlato di Cuba, di Carlo Giuliani, di teatro e del nuovo ospedale. Dopo, in libreria, abbiamo comprato la raccolta completa delle poesie della Szymborska, che mi ispirano molto. Mentre guardavo gli altri libri, una donna di fronte a me mi fa: Scusa, ti chiami Emiliano? E io: Sì. E lei: Da piccolo sei stato a Vallombrosa? E io (cercando di riconoscere velocemente ma inutilmente la faccia): Sì. E lei: Infatti ti ho riconosciuto subito, ti avevo già visto un’altra volta ma non te l’avevo chiesto. E io: Scusa, io non ti riconosco, sono passati più di trent’anni (Vallombrosa era il luogo di campeggio delle elementari, c’è anche un racconto, su quell’esperienza, ne “La fine soltanto” che originariamente si intitolava Vallombrosa ma che ho poi cambiato ne Il cinghiale). E lei: Sono Susanna. E io: Mmmm… ma eri bionda? (perché adesso è rossa…) E lei: Sì, sono ancora bionda. E io: Ah, allora ho capito… Dalla mia espressione, lei avrà pensato che non era vero e difatti è così. Mi ricordo vagamente di una Susanna (avevamo 9 anni, siamo stati a quel campeggio per 2 settimane e poi non ci siamo più visti), mi sa che l’ho anche citata nel racconto di cui sopra, ma proprio non ce l’ho fatta a a ricollegare i volti. Dopo averla salutata, ci ho pensato per un’ora, ma niente. Avrei voluto ritrovarla per chiederle più informazioni, ma non ci sono riuscito. Eppure sono bravino a ricordarmi di fatti e persone, si vede che l’età comincia a fare brutti scherzi. Oppure che la mia faccia, rispetto agli altri, è cambiata poco. Fuori dalla libreria ti incontro Silvia, mia compagna delle elementari, che invece riconosco perché è uguale spiccicata a quand’era piccola, con quei riccioloni biondi, e poi la intravedo ogni tanto nel negozio dove lavora. Con lei è stato tutto un tornare ai vecchissimi tempi, parlare dei vecchi compagni (ha parlato soprattutto lei, e infatti mi ha fatto venire in mente che alle elementari era soprannominata Mister Bla-bla), mi ha presentato sua figlia, e mi ha fatto rivedere suo fratello maggiore e sua mamma, che si ricordava benissimo di me. Ha raccontato a Ale un episodio che le è rimasto bene impresso, cioè quando io, in seconda o terza elementare, per San Valentino, regalai una scatola di cioccolatini alla mia fidanzatina dell’epoca, Cristina, un fidanzamento lunghissimo che durò dall’asilo fino a tutte le elementari. La cosa buffa è che lei era ricchissima e io poverissimo (misi da parte i soldi, per i cioccolatini), e questo fa ancora più tenerezza. Cristina è poi morta intorno ai venti anni per un incidente stradale. Aggiungo questo particolare perché è sempre bene tenere presente che “oggi a me, domani a te”. Salutata Silvia, facciamo un giro al premio rotonda, parliamo con un paio di pittori particolari, poi ricevo una telefonata da vecchi amici di Università che mi dicono che a Livorno c’è un nostro comune amico, Roberto, che non vedo da molti anni, abitando lui a Verona. Mi metto d’accordo per incontrarci in Venezia. Andiamo al parcheggione della Rotonda e noto subito che la mia auto, parcheggiata accanto alle baracchine degli hamburger, è incastrata non da una, bensì da due peugeot, senza neanche le doppie frecce. Comincio a suonare il clacson, ma nessuno si fa vivo. Mi armo di pazienza e comincio a chiedere a tutti quelli seduti al tavolino se hanno una peugeot parcheggiata male. Niente da fare. All’ultimo tavolino della seconda baracchina, finalmente, due coppie di ragazzi mi rispondono affermativamente, liberano l’auto e posso uscire per incontrare i miei vecchi amici. Sulla strada per la Venezia, in anticipo rispetto all’appuntamento, notiamo che il Duomo è aperto. Non resistiamo, fermiamo l’auto in piazza grande e ci avviamo dentro, dove era appena finita la veglia di preghiera per il vescovo Ablondi, la cui salma era al centro della chiesa per gli ultimi saluti. Lo so, siamo matti.

Finalmente in Venezia incontro i miei amici e passiamo la serata a chiacchierare agevolmente. Roberto, grande lettore e critico, ha letto il mio libro e gli è piaciuto, pur con qualche riserva. Ci aggiorniamo sui reciproci cambiamenti, ma non è facile, in poche ore, recuperare anni di separazione. Eppure ho rivissuto l’agio dei vecchi tempi, di chi ha condiviso momenti che sono rimasti impressi nella mente, perché pieni di speranza, perché era l’epoca in cui si cominciava a capire qualcosa della vita e del mondo, ma io ci ho messo un po’ di più.

Stanotte ho fatto un sogno stranissimo, fatto di due realtà separate, in pratica un sogno fantascientifico nel sogno. E’ strano, perché appena è finito il secondo sogno mi sono svegliato. Erano le cinque del mattino, e per non scordarmelo (io i sogni non me li ricordo mai) me lo sono scritto su un taccuino che ho trovato accanto al letto. L’ho riletto stamani e fa abbastanza ridere.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

Per adesso vi bastino i ricordi.

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