Mitte sud e Tiergarten: 3° fotoracconto berlinese

Il secondo giorno ci svegliamo alle 9e30, facciamo colazione a casa e ci prepariamo per il nostro percorso a piedi giornaliero, Mitte Sud e Tiergaten, che la nostra guida calcola (escludendo le deviazioni) in 7,7 chilometri. Usciti di casa, ci avviamo alla stazione metro di Frankfurter Tor, circondata da due enormi palazzi eleganti e gemelli, che vedremo tutti i giorni, almeno due volte al giorno, di cui qui sotto potete vederne uno.

Prendiamo la metro, cambiamo ad Alexanderplatz e scendiamo a Klossestrasse, prima tappa del nostro percorso.

In questa zona, sulle rive dello Spree (o Sprea, in italiano), è cominciata la storia della città, secondo un documento del 1237. La guida ci consiglia di dare un’occhiata al fiume e, poco più avanti, ammiriamo un panorama bellissimo, alquanto insolito per Berlino. Sembra quasi Venezia.

Ci fa poi soffermare sull’Ephraim-Palais (1766, demolito nel 1935 e ricostruito nel 1983, a qualche metro di distanza dalla posizione originaria) con facciata rococò e balconi in ferro battuto dorato: non per niente apparteneva al direttore della Zecca e gioielliere di Federico il Grande.

Subito lì vi è la Nikolaikirche, la chiesa dedicata a san Nicola e ritenuta la più antica della città, sebbene quasi del tutto ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

In fondo alla strada, poi, vi è il Marx-Engels Forum, un piccolo giardino con le gigantesche statue dei due comunisti che campeggiano al centro, vestigia del vecchio passato orientale.

Poco più avanti, il Berliner Schloss, il castello di Berlino, prima bombardato, poi raso al suolo nel 1951 dalle autorità comuniste per far posto al Palast der Republik, demolito anch’esso di recente. Tutta Berlino è la somma continua di ricostruzioni! Dell’edificio originario resta solo uno dei quattro portali.

Ancora più avanti, troviamo il barocco Berliner Dom, edificato alla fine dell’800 in sostituzione dell’edificio originario del 1750, che ospita le 94 tombe della famiglia reale.

Non ci azzardiamo ad entrare (questa è una delle zone più turistiche di Berlino, troppa gente! E poi sinceramente non è che ci freghi tanto delle tombe reali…) e proseguiamo costeggiando il verde del Lustgarden, il giardino dei desideri, nome che qualcuno ha voluto sottolineare lasciando una traccia nel prato di fronte.

Passiamo davanti all’Altes Museum, il palazzo neoclassico che ospita collezioni d’arte antica, ma anche qui non ci entriamo.

Giriamo a sinistra, lasciando la Museumsinsel (Isola dei musei) e imbocchiamo l’enorme e lunghissimo Unter den Linden, il Viale dei Tigli, una sorta di Champs Elisées  tedesco, lungo un chilometro e mezzo. La nostra guida ce lo fa percorrere tutto, con deviazioni in vie e piazze secondarie.

Tra tutti gli edifici segnalati, ci fermiamo davanti alla neoclassica Neue Wache (nuovo posto di guardia), con evidenti richiami alle antiche fortificazioni romane (così ci dice la guida).

Dentro dove ci attende una statua illuminata dall’alto da una specie di grande oblò.

Il tutto dà alla stanza e a chi la visita una luce molto particolare.

Proseguendo il nostro percorso, superiamo Bebelplatz e visitiamo la cattedrale di Sant’Edvige, simile al Pantheon di Roma, come si può capire dall’interno della cupola, prima chiesa cattolica nella Prussia protestante.

Girandoci attorno, ci troviamo in Gendarmenmarkt, la grande piazza che separa il duomo francese dal duomo tedesco, due edifici gemelli, un po’ come le chiese di piazza di Piazza del Popolo a Roma. Il primo ospita al piano inferiore il ristorante Refugium (ehm ehm…), in realtà molto chic.

Al centro li separa la Konzerthaus, con davanti una statua del grande poeta romantico Schiller (di cui, confesso, non ho mai letto niente…).

Imbocchiamo quindi Friedrichestrasse, piena di negozi di lusso e grandi centri commerciali sofisticati.

La guida ci consiglia di visitarli, se non altro per godere dell’architettura interna.

Questi grandi centri sotterranei prendono il nome  di Quartier 205, 206, 207 e, nel 205 c’è una grande scultura di John Chamberlain, un alto pilastro formato da materiali di riciclo e circondato da un arredamento mooolto lounge.

Qui sotto ci fermiamo a pranzare perché, come avrete capito da questo sintetico resoconto, abbiamo già fatto molta strada e i nostri stomaci (soprattutto quello di Ale) si fanno sentire. Optiamo per un pranzo thai (pollo speziato, riso e insalatina). Da bere Ale prende una bottiglietta di succo di mela, ma sbaglia tra Apfelsaft (succo di mela tradizionale, che è la sua bevanda preferita, non gassata) e Apfelschorle, che è succo di mela mischiato a gazzosa. Non gradisce, of course.

Usciti, percorriamo ancora un po’ le strade dello shopping di lusso, dando occhiate a destra e a sinistra. Cerco di catturare alcune scene di vita quotidiana, perché Alessandra mi dice sempre “che palle, con tutte queste foto d’architettura! Belle, sì, ma a me piacciono le facce delle persone.”

Entriamo in qualche edificio suggerito dalla guida, ad esempio il Palazzo Italia, un tempo l’albergo più lussuoso di Berlino e adesso sede di una concessionaria d’auto. E’ una specie di boutique dell’auto, ma la struttura interna ha ancora la parvenza del vecchio hotel.

Ritorniamo su Friedrischestrasse, come mostra la foto sottostante. In realtà ho scattato la foto per farvi vedere l’omino verde del semaforo. Lo vedete che ha un cappello? Ecco, quell’omino è originario della Berlino Est (nella Berlino Ovest, come in tutta Europa, gli omini dell’attraversamento pedonale sono tutti senza cappello). C’è stata una grossa polemica, riguardo a questi omini, perché l’amministrazione voleva omologarli al modello europeo (senza cappello). Le proteste si son fatte sentire e l’omino col cappello è rimasto, divenendo uno dei simboli di Berlino, tanto da creare un merchandising  di grande successo (ho visto saponi, tapppetini, spugne, lampade, sdraio, spilline, poster, ecc., tutte coi due omini – verde o rosso – col cappello).

Scopriamo che a Berlino c’è anche il Deutsche Guggenheim Museum, e decidiamo di farci una capatina. Si rivela deludente: c’è una mostra video temporanea sull’India. E’ piuttosto noiosa, stiamo cinque minuti, ne approfittiamo per un autoritratto allo specchio e ce ne andiamo.

Alessandra è stanca, e lo dimostra il fatto che, ai semafori, rimane sempre indietro.

Decidiamo di fare una pausa e in Pariser Platz  ci fermiamo a visitare l’AdK, Akademie der Kunste (accademia delle arti), non un granché all’esterno, ma con un bel caffè interno decorato da tutti i poster delle mostre che vi sono passate.

Non mi è concesso fare foto alle opere d’arte contemporanea, ma io riesco a rubarne almeno una.

Usciti dall’accademia, subito accanto troviamo il parallelepipedo della DZ Bank. Da fuori sembra una normale banca.

Dentro, però, nasconde un tesoro. Infatti è stata progettata dal celeberrimo architetto americano Frank O’ Gehry (quello della Dancing House a Praga – vista! – e del Guggenheim di Bilbao – manca!). Dentro troviamo un’impressionante installazione in vetro, legno e acciaio. Ieri sera mi sono accorto che è proprio su questa immagine di essa che si apre il documentario di Sydney Pollack (FRANK GEHRY: CREATORE DI SOGNI) sulla vita e sull’opera dell’architetto. E posso dire: io l’ho vista (e l’ho fotografata!).

Oltrepassiamo la Porta di Brandeburgo, costeggiamo a destra il Reichstag (che non visitiamo per l’enorme fila di turisti) e arriviamo a una serie di impressionanti edifici contemporanei (di cui non ho ricordo nella mia visita del 2002) sul fiume.

Si tratta del nuovo quartiere governativo, costituito dalla Paul-Lobe-Haus, collegata, con un doppio ponte che simboleggia la riunificazione delle due Germanie, alla Marie-Elisabeth-Luders Haus (sede della biblioteca del parlamento e dell’archivio federale).

Di fronte c’è il Palazzo della Cancelleria, soprannominato dispregiativamente (secondo me, invece, è bellissimo) “la lavatrice del cancelliere” (per il grande oblò) e dove Angela Merkel ha rifiutato di trasferirsi.

Camminando in direzione del fiume notiamo che anche i berlinesi sentono la mancanza del mare e, proprio come i parigini con Paris Plage (ombrelloni, sdraio e sabbia lungo alcuni tratti della Senna), fanno quel che possono sulle rive dello Spree. Il risultato è alquanto deprimente. Poveracci.

Attraversiamo il ponte pedonale Gustav-Heinemann-Brucke e vediamo da lontano l’imponente, nuova stazione centrale di Berlino, la Hauptbanhof, enorme edificio in vetro e acciaio completato nel 2005, in previsione dei mondiali di calcio del 2006.

Per capire la portata dei lavori (realizzati in poco tempo, altro che l’acquario o il nuovo fosso di Piazza del Logo Pio a Livorno), cito dalla guida: “per scavare le fondamenta sono stati rimossi 1,5 milioni di metri cubi di terra; 86.000 metri di cavo d’acciaio sono stati tesi per stabilizzare il tetto trasparente, mentre per realizzare il tunnel che convoglia verso la stazione il traffico automobilistico è stato necessario deviare il corso della Sprea. E non è ancora finita. i prossimi piani includono la costruzione di due nuove piattaforme per un treno a levitazione magnetica che dovrebbe collegare Berlino all’Europa del nord.” Strano, pensavo che la collegasse all’Italia!

Facciamo un giro dentro, in mezzo a folle indaffarate in partenza o in arrivo.

Usciamo dall’altro lato, sull’Humboldthafen, il piccolo porto che durante i lavori della stazione è servito per il trasporto dei materiali. E’ tutto un cantiere, qui, e riusciamo a vedere ben poco. 100 metri più avanti  ci aspetta un’altra stazione in disuso (in realtà abbiamo camminato un chilometro prima di trovarla, perché abbiamo preso quella che credevo una scorciatoia ma che in realtà ce l’ha fatta sorpassare circumnavigandola), la Hamburger Banhof, che adesso ospita il Museum fur Gegenwart (museo del presente), ma la stanchezza e il prezzo altino del biglietto (12 euro) ci scoraggiano dal visitare le due mostre temporanee, e ci accontentiamo di vedere le poche opere contemporanee esposte gratuitamente (che ne so, i soliti pezzi di metallo incastrati nel muro, tronchi d’albero in mezzo alla stanza e un video di Bill Viola) e il giardino esterno con una installazione coloratissima fatta coi container.

Proseguiamo, evitiamo il museo di storia della medicina  e quello di scienze naturali, e giriamo a sinistra in Hessiche Strasse, dove al numero 5 (e il numero 5 si vede proprio bene…) fotografiamo un bell’edificio in metallo, lo Slender-bender, della coppia di architetti Britta Jurgens e Matthew Griffith. I due hanno qui il loro miniloft-studio, poverini…

Da qui, ci imbrogliamo un po’ con le strade (la cartina non è molto chiara…), ma il percorso per arrivare alla fermata metro di Orianenburger Tor è ricco di edifici che, già al secondo giorno a Berlino, riconosco come caratteristici della città. Si tratta di palazzi o capannoni in mattoni gialli, originari della fine dell’ottocento e miracolosamente scampati ai bombardamenti. Ne vedremo molti altri, in questa settimana berlinese. Per questo, il colore che associo a Berlino, dopo il bianco e nero, è proprio il giallo scuro.

Ed eccoci arrivati all’incirca alle 5 del pomeriggio, il percorso chilometrico è finito, ma ci aspetta l’ultima tappa, la visita alla clinica dove Alessio è ricoverato per un paio di giorni. Passiamo un’ora in metropolitana, un po’ perché la clinica è dall’altra parte della città, un po’ perché ci sono varie stazioni metro chiuse sulla linea rossa che ci interessa, e facciamo avanti e indietro per qualche volta, prima di decidere la stazione alternativa in cui scendere. Alla fine riusciamo ad arrivare, ci facciamo un altro buon quarto d’ora a piedi e vediamo la piccola clinica indicataci da Alessio. Lo chiamo al cellulare e lui ci raggiunge nel parco con un tè caldo e l’immancabile pacchetto di Gitanes.

Ci sediamo su una panchina, nello spazio giochi per bambini (deserto), l’unico posto di tutto il parco in cui non si potrebbe fumare. Alessio sta bene, ma secondo noi è ancora rintronato dall’anestesia della mattina. Ha anche un bel labbro inferiore “alla Dellera”, colpa del cannello dell’anestesia. Ma neanche questo gli impedisce di fumare quelle dieci sigarette in un’ora, il tempo approssimativo che abbiamo passato con lui.

Lo salutiamo e ci avviamo di nuovo verso la nostra fedele amica U-bahn. La fermata più vicina è quella di Bulowstrasse, dove prendiamo il treno per tornare finalmente a casa.

E qui ci riposiamo. Ale, subito dopo cena, si addormenta sul divano (pensavate che abbandonasse le abitudini livornesi, una volta a Berlino? beh, vi sbagliavate), io mi guardo un paio di film hollywoodiani che trovo a casa di Thilo (gli unici non in lingua tedesca), uno con Kim Novak e Kirk Douglas, un altro con la Joan Crawford che fa la schizofrenica per amore. Verso le due non mi rimane che andare a letto. Ci sono pochissime zanzare, a Berlino e, quelle che ci sono, sono talmente rincotte che ti fa persino dispiacere schiacciarle, tanto non pinzano. La temperatura è giusta e il letto è comodo. Metto la sveglia verso le nove, che l’indomani ci aspetta il terzo tour de force berlinese.

Buonanotte.

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