Kreuzberg e l’uscita notturna: 4° fotoracconto berlinese

Continua il racconto fotografico della nostra vacanza a Berlino. Siamo rimasti a venerdì 13 agosto, in questo post vi racconterò di sabato 14, quando era previsto il giro Tempelhof-Kreutzberg. Dico “era”, perché la mattina ci siamo svegliati in un giorno di pioggia pesante (venerdì 13…), e il percorso prevedeva 12,3 km a piedi (escluse deviazioni), e ci scoraggiava un po’ il fatto di dover camminare sotto l’acqua così a lungo. Allora abbiamo avuto un’idea: guardando la cartina del percorso, ci siamo accorti che a metà c’era una lunga deviazione verso la Berlinische Galerie e il Judisches Museum. E che fare in vacanza quando piove a dirotto? Si va nei musei, sperando che il tempo si rimetta e si possa continuare il percorso a piedi nel pomeriggio. Quindi, armati di cappauèi, abbiamo preso la metro e siamo scesi, anziché a Gleisdreick, inizio ipotetico del percorso, alla stazione di Gneisenau Strasse, lungo la Zossener Strasse. Dopo averla percorsa tutta, arriviamo al Museo ebraico che, come tutti i monumenti/musei/sinagoghe ebraiche, ha sempre la polizia davanti.

Evidentemente la pioggia ha suscitato in molti la stessa idea, creando una fila lunghissima davanti al museo. Decidiamo per ora di proseguire per cominciare dalla Berlinische Academie. Qui, oltre alla collezione permanente d’arte contemporanea, c’è anche una mostra fotografica di cui avevamo visto il poster sui muri di Berlino il primo giorno della nostra permanenza. Un poster che aveva colpito molto Alessandra, sia per la foto, che per la veste grafica.

Abbiamo scoperto che Marianne Breslauer (1909-2001) era una fotografa berlinese all’avanguardia, amica di artisti importanti (tipo Man Ray), e che la persona ritratta nel poster non è lei, né un ragazzo, ma è la scrittrice, fotografa e giornalista svizzera Annemarie Schwarzenbach, personaggio ribelle e interessante, amica intima dei gemelli Mann (figli di Thomas), grande viaggiatrice e anima inquieta. Appena tornati a Livorno, abbiamo ordinato vari libri della Schwartzenbach, perché ci ha intrigato molto il personaggio (tra l’altro, su di lei, la Mazzucco ha scritto il romanzo Lei così amata, che Ale sta leggendo e detestando, perché è in pratica la storia della vita avventurosa della Schwarzenbach ma infarcito di descrizioni e annotazioni pompose e noiose. Mentre la legge, Ale dice: mammia mia, la Mazzucco, la batterei nel muro…). Qui sotto, un autoritratto della Breslauer.

La mostra fotografica è tutta al pianterreno, e non è solo della Breslauer, ma di una serie di fotografe berlinesi degli anni ’30. Molto interessante. Finiamo di vedere la mostra e ci avventuriamo al primo piano per la permanente. Stiamo nella galleria circa un’ora. Finito il giro – dove, come al solito, cerco di rubare qualche scatto – mi viene un dubbio. Vado da una delle guardiane e le chiedo se è possibile scattare foto. Lei, molto seraficamente, mi dice che pagando 2 euro, alla cassa mi danno un tesserino di riconoscimento, e con quello posso scattare tutte le foto che voglio. La mostra l’ho già vista tutta, ma la tentazione è troppo forte: scattare indisturbato tutte le foto che voglio  in un museo. Pago 2 euro, prendo il tesserino e ricomincio il giro.

Scatto centinaia di foto, sia alle opere esposte, che alle persone che le guardano. E quella che vedete sotto è solo una selezione.

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A un certo punto, mentre sono intento a scattare foto a tutto quanto mi circonda, mi sento battere sulla spalla. Una ragazza carina e sorridente mi fa, in inglese: “scusa, a cosa fai le foto?”. E io, col mio tesserino bene in vista sulla felpa: “un po’ a tutto.” E lei: “ma le pubblichi da qualche parte?”. E io (credendo che mi dicesse che, in quel caso, non avrei potuto scattare foto): “no, non credo, le tengo per me. Perché?”. E lei: “perché prima ho visto che hai scattato una foto alla mia amica, mentre guardava la mostra.” E io (gentilissimo, ma non sapendo dove questa andava a parare, e presagendo magari una scenata di gelosia): “la vuoi vedere?” E lei: “sì, grazie.” Quindi mi metto a scorrere con lei il display della Nikon, e lei mi fa: “ecco, è questa!” E io: “ma perché ti interessava?” E lei: “niente, pensavo che la pubblicassi su un giornale, ed ero curiosa.” E io: “ah, ho capito. No, non sono un giornalista, faccio il fotografo per passione.” E lei: “va bene, grazie.” La foto in questione è questa sotto. Se avessi fatto il fotografo di un giornale, non l’avrei certo scelta per un articolo sulla galleria…

Continuo a scattare foto all’impazzata, andando su e giù per le scale della galleria, mentre Alessandra, che ha già visto tutta la mostra, attende pazientemente che mi passi l’invasatura da free photos.

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Alessandra propone di andare, io la seguo. Scatto una foto all’esterno della Berlinische Galerie, con tutte quelle belle letterone gialle sul pavimento, che Alessandra ci va matta.

Fuori piove ancora, anche se non fortissimo. Decidiamo di dirigerci al museo ebraico. La fila, nel frattempo, si è diradata, e riusciamo a entrare in cinque minuti, dopo i rigorosi controlli al metal detector. Il museo è molto grande, architettonicamente bello e cupo, progettato da Daniel Libeskin e inaugurato nel 2001. Questo è l’esterno:

E questo è un dettaglio dell’interno:

A un certo punto, mentre guardiamo la storia del popolo ebraico dalla nascita ai giorni d’oggi (ed è storia lunga e tormentata…), sentiamo un rumore metallico, un clangore che colpisce le orecchie. Ci avviciniamo verso la fonte di quel suono e giungiamo a una bellissima installazione sulle vittime dell’olocausto:

Ci sono migliaia di facce urlanti per terra, circondate da alti muri di cemento. Le persone possono camminarci sopra, provocando quel suono assordante che si propaga per le altre stanze del museo. Molto inquietante e suggestivo. La cosa più bella del museo.

Terminiamo il giro e usciamo di nuovo all’aperto. Ha smesso di piovere e, dopo una foto a una ragazza seduta che aspetta (qualcuno? qualcosa?) fuori dal museo, continuiamo il nostro percorso in direzione Kreutzberg.

Mangiamo qualcosa al volo e ritorniamo su Zossenerstrasse.

Qui, dopo il grigio del museo ebraico, un bell’edificio colorato attira la mia attenzione. Scatto una foto che avrà molto successo su Flickr.

Giriamo poi su Bergmannstrasse, dove ci attendono i cimiteri omonimi. Decidiamo di non addentrarci, fiancheggiandoli sulla strada.

Svoltiamo in Fichtestrasse e troviamo il Fichtebunker, un gasometro del 1874 che permise di illuminare le strade di Berlino fino al 1922, quando al gas subentrò l’energia elettrica. E’ stato un bunker che diede rifugio a 30000 persone durante i bombardamenti del 1945, e ora vi sono dei lavori di rinnovamento (ve l’ho già detto che Berlino è una città in perenne cambiamento?) che vedranno la costruzione di appartamenti (economici, immagino!) sul tetto.

Ci dirigiamo in Grimmstrasse, dove troviamo una fontana del 1877 con quattro statue che rappresentano i fiumi Reno, Elba, Oder e Vistola. Le statue non sembrano molto contente di stare mezze ignude all’umido.

Siamo sempre più vicini al cuore di Kreutzberg. Alessandra si ferma per azionare una delle grandi fontane verdi perfettamente funzionanti che si trovano un po’ dappertutto ai lati delle strade, peccato che l’acqua non sia potabile.

Più avanti, in Admiralstrasse, la guida ci fa notare la grande statua a forma di clessidra che simboleggia lo scorrere del tempo (che fantasia…).

Ai suoi piedi, due personaggi: un suonatore di armonica e un punk vecchio stile, ormai conciato malino.

Poco dopo, passiamo sotto un grande palazzo mooolto popolare, che ricorda un po’ i vecchi quartieri nord della nostra città (Alessandra ha sempre sostenuto che Berlino Est ai tempi d’oro doveva sembrare, architettonicamente, la Shangay di Livorno).

Proseguendo dritto ci troviamo in Kottbusser Tor (detto “Kotti”), il vero centro di Kreutzberg e ci rendiamo subito conto del perché Kreutzberg venga anche chiamata Little Instambul. Superiamo la grande insegna verde con scritto Kreutzberg Zentrum e ci ritroviamo davanti a un lunghissimo serpentone di cemento risalente agli anni ’60-’70, una specie di Corviale in pieno centro (il Corviale è un complesso di palazzi senza interruzioni alla periferia di Roma).

Ovviamente è pieno di parabole satellitari. I discorsi di Pasolini sulla nefanda influenza della televisione valevano anche per Berlino, evidentemente. Entriamo in una libreria che ci pare molto cool, e infatti all’interno troviamo una bella mostra sui movimenti antagonisti degli anni ’60, con poster originali dell’epoca.

Usciti di lì, la nostra guida ci fa notare, poco più avanti e sul lato opposto della strada, il SO36, un locale storico, punto di incontro della vecchia scena punk, in cui suonarono David Bowie e Iggy Pop durante il loro soggiorno berlinese negli anni ’70. Che tempi! Che menti! Che infatuazioni! Che creazioni! Però, visto da fuori, il locale non sembra un granché.

Proseguiamo il nostro percorso e arriviamo a una piazzetta con al centro una fontana dedicata ai pompieri, con tanto di nasoni e espressioni caricaturali.

Poco più avanti, intravediamo due torri ottagonali. La nostra guida ci consiglia di entrare. La Kunstraum Kreuzberg Bethanien era in origine una chiesa con attorno una struttura ospedaliera, dove tra l’altro lavorò come farmacista Theodore Fontane. Adesso è sede di un ristorante e ospita esposizioni d’arte contemporanea.

Poco più in là terminiamo il nostro percorso pomeridiano dirigendoci alla U-bahn 1 di Gorlitzer Banhof, dove troviamo, sull’altro binario, un musicista lettore, perfetto per un’ultima foto.

Siamo in anticipo rispetto al solito, questo perché la mattina abbiamo saltato mezzo percorso a causa della pioggia. Ma ci riproponiamo di recuperare nei prossimi giorni, se il tempo (atmosferico e cronologico) ce lo consentirà. Intanto continuiamo il nostro viaggio verso casa, cambiando alla stazione di Warschauer Strasse, sempre molto viva.

Da qui, poi, un ulteriore cambio ad Alexanderplatz, per arrivare finalmente a Frankfurter Tor, dove ci attendono le nostre personali torri gemelle, languide nel crepuscolo.

Visto che siamo a casa presto, decidiamo di farci una cenetta e io lancio l’idea di uscire dopo, per dare un’occhiata alla città notturna. Potete immaginarvi l’entusiasmo di Alessandra. Alle nove è già lì che sonnecchia sul divano, pur senza televisione. Mi sono detto: “O adesso o mai più”. Quindi decido di uscire subito, senza tergiversare, usando la frase “Guarda che io vado anche da solo, se non ti va, rimani pure a casa”. Lei allora si alza, si infila scarpe e giacchetto ed esce con me, ma non vi dico quanto me la fa pesare.  Sbuffa lungo tutta la strada che porta alla metro. Decido una destinazione facile, per non incombere nelle sue ire di stanchezza. Andremo ad Alexanderplatz, di cui finora abbiamo visto solo la metro sotterranea.

E’ uno dei posti che mi ricordo meglio, del nostro precedente viaggio a Berlino, e secondo me in foto rende bene, tutta quella piazza sterminata… E difatti credo d’aver avuto ragione.

L’atmosfera notturna le dà un fascino tutto particolare, l’unico problema è che non me la ricordavo affatto così. Sarà il buio, sarà che è sabato e c’è parecchia gente, ma in realtà è proprio che architettonicamente me la ricordavo diversa. Decido di indagare in seguito, e mi accontento di fare il maggior numero possibile di foto, prima che Ale si addormenti in piedi o subisca una trasfigurazione per l’odio che nutre nei miei confronti per averla trascinata fuori di casa dopo il tramonto. In un certo senso, Alessandra è il contrario dei vampiri. Questa sotto, comunque, è Alexanderplatz, vista da varie prospettive.

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Tutte queste foto (e molte altre) le ho scattate nel giro di mezzora. Alessandra minaccia di crollare a terra ed è quindi con grande spirito di sacrificio che decido di riportarla a casa.

L’arte soccombe alla stanchezza (altrui).

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