Tutta la verità su Mantova

Chi ha seguito il blog in questi ultimi giorni, avrà letto i due articoli “di costume” da me scritti per il Corriere di Livorno sul Festivaletteratura di Mantova. La cosa più difficile, riguardo ai due pezzi, è stato quello di rientrare nelle venti righe, come mi era stato chiesto dal direttore del giornale, perciò molti degli incontri a cui ho partecipato sono stati omessi o ridotti a qualche riga. Mi accingo quindi a porvi rimedio con questo post, perché magari qualcuno vuol sapere qualcosa in più di alcuni autori letterari o delle peripezie (anch’esse solo accennate) avvenuti in quel di Mantova.

Innanzi tutto non ero da solo. Siamo partiti da Livorno in quattro: io, Alessandra, Riccardo e Virginia. Il piano era questo: partire giovedì pomeriggio per arrivare in serata al B&B poco fuori Mantova per cominciare l’attività di curiosoni letterari subito nella prima mattinata di venerdì. Saremmo rientrati la domenica pomeriggio. Fino a giovedì Virginia era in vacanza in Corsica, quindi avevamo previsto di andarla a prendere alle 17e30 al traghetto e partire da lì direttamente per il nord. Poco prima dell’ora prevista, però, Virgi manda un sms dicendo che la nave ha un’ora di ritardo. Io, Ale e Riccardo decidiamo di avviarci alla stazione marittima a prendere un caffè e aspettarla lì. Dopo un’ora, finalmente vediamo il traghetto entrare in porto, e proprio in quel momento, quando già pregustiamo l’avventura del viaggio, ci ferma la Guardia di Finanza per un normale controllo, come dicono loro. Il fatto è che siamo in zona doganale, e ci aggiriamo da un’ora senza doverci imbarcare, e questo a loro sembra sospetto. Quindi ci fanno svuotare le borse, perquisiscono la mia Micra, ci controllano i documenti a distanza. Quando Virginia scende dal traghetto, ci vede e l’unica cosa che può dire è: “si comincia bene!”. Il controllo dura una mezz’ora circa, ma naturalmente è tutto a posto, quindi carichiamo lo zaino di Virgi in auto e partiamo con quasi due ore di ritardo. Decidiamo di passare da la Spezia-Parma, anziché da Bologna-Modena, perché pare che l’autostrada sia migliore. Con noi, il fedelissimo Tom-Tom di mio suocero, a cui ci stiamo abituando un po’ troppo. Guido io, il viaggio dura circa 4 ore, e fila liscio quasi fino alla fine. Ale, infatti, nel programmarlo, non aveva escluso le “strade sterrate”, quindi gli ultimi 10 km li abbiamo fatti su una strada sterrata al buio in mezzo alla vegetazione, per arrivare al Laghèt, il B&B leggermente fuori mano. Situazione mooolto lynchana (come noterete nel videino finale). Andiamo subito a letto per svegliarci carichi di energia. La notte c’è un temporale.

Il mattino dopo, venerdì, dopo un’abbondante colazione al bel Laghèt, ci avviamo verso Mantova. Il sole risplende e sono ottimista. Mettiamo l’auto in un parcheggio a pagamento vicino al centro e vado subito alla sala stampa per raccattare il benemerito pass da giornalista, quello giallo, che tutti quanti mi invidiano. Non solo perché gli incontri costano in media 4,50 euro l’uno (che esosi! con tutti quegli sponsor…), ma anche perché molti degli incontri sono già esauriti uno o due giorni prima, e chi non ha il biglietto o il pass non può accedervi. Oltre al pass mi regalano una borsina di stoffa contenente la guida del Festival, la cartina di Mantova, la guida agli scrittori, un’agendina tipo Moleskine e varie trattopen (sponsor dell’evento). In sala stampa non c’è quasi nessuno e i computer (dei bellissimi apple con schermo gigante) sono tutti liberi. Resisto alla tentazione e con Ale e Virgi mi avvio verso il primo incontro, quello con Michela Murgia (Einaudi, freschissima vincitrice del Premio Campiello) e Francesco Abate (giornalista e cronista di nera) che parlano del rapporto tra letteratura e realtà.

L’incontro è piacevole, i due sono amici e si rimpallano domande e risposte con grazia e intelligenza. La Murgia (che per l’occasione sfoggia un abbondante decolleté, un sorriso dolce e un forte accento sardo) l’avevo vista in TV qualche sera prima alla premiazione del Campiello, quando, alla domanda di Bruno Vespa se si considerasse ancora una precaria, gli aveva risposto, con molta calma, qualcosa del tipo: “guardi che siamo tutti precari, anche lei, signor Vespa!”, facendo slittare il significato del discorso dall’ambito lavorativo a quello metafisico. Brava, bella risposta. Sia lei che Abate (che a un certo punto dell’incontro ingoia due pilloloni che danno l’impressione di essere dei medicinali salva-vita) sostengono che la letteratura (e in particolare la loro) non può prescindere dalla realtà, ma a questo punto mi sorge un dubbio: cosa intendono loro per realtà? A quanto intuisco, intendono il contesto sociale-economico-politico in cui siamo inseriti, e trattano un po’ con sufficienza la letteratura di “intrattenimento”, quella che non parla dei problemi “reali”. Ricordiamoci che Abate è in origine cronista di nera e la Murgia ha esordito con un blog – poi diventato libro – poi diventato film di Virzì – sulla vita di una precaria in un call-center. Per fortuna alla fine la Murgia afferma che comunque, anche la letteratura slegata dalla realtà, che esiste a prescindere dalla realtà, che apparentemente non serve un “reale” è da assolvere. Per grazia ricevuta. Ripeto, io non credo che esista una letteratura slegata dalla realtà, perché anche un romanzo, poniamo, psicologico, è ancorato alla realtà del personaggio che riflette idee e sentimenti di un autore che è calato in una sua realtà sociale e storica. Quasi quasi faccio una domanda, ma poi rinuncio, visto che parlare del concetto di “realtà” comporterebbe forse un’altra mezz’ora di discussione. Una delle ultime domande del pubblico è rivolta alla Murgia, e le chiede del finale sospeso del suo ultimo romanzo, Accabadora. Lei riporta la frase di un suo amico, secondo il quale le scrittrici (donne) tendono a lasciare i finali aperti, mentre gli scrittori (uomini) tendono a chiudere tutto. Ciò mi fa riflettere, e se penso ai miei racconti de La Fine Soltanto, ne deduco che sono molto, ma molto macho. Hahahahahahahah!!!

Esco dopo quasi due ore e sono soddisfatto. L’incontro è stato interessante e per niente noioso. Decidiamo di mangiare qualcosa al volo e, come già riportato nell’articolo, finiamo al tavolino di un caffè (devo scriverlo, il nome, così vi evito di andarci), il Caffè alla Pace, sotto le logge. Ordiniamo un primo ciascuno, e la cameriera ci invoglia a prendere una bottiglia di lambrusco. Chiediamo quanto costa, e lei ci dice, “oggi decido, io, con 4 euro ve la cavate”. Quando arriva il conto ci accorgiamo che c’è segnato un primo in più e che il vino ci è costato 10 euro. Chiamiamo quello che sembra il padrone e protestiamo per l’accaduto. Lui ci cancella il primo aggiunto, ma dice che il vino costa 10 euro. Ne costa 4 solo se uno lo compra e non lo consuma al tavolino. Bel discorso… Siamo in presenza del tipico commerciante furbetto. Facciamo chiamare la cameriera che però, evidentemente imbarazzata, non proferisce parola. Decidiamo di non infierire su di lei e lasciamo correre. A voce alta però dico al padrone: “vedrà che le faccio una buona pubblicità sul mio giornale!” Purtroppo non ho descritto dettagliatamente questo episodio nell’articolo per mancanza di spazio, ma lo faccio qui: se andate a Mantova, NON mangiate al Caffé alla Pace. Ecco, l’ho detto.

Alle 15 io e Ale andiamo a uno degli incontri dal titolo “Vocabolario europeo”. In pratica, due autori presenti al festival portano “in dono” una parola tipica della loro cultura e ne discutono diffusamente. L’idea è carina, ma un’ora di discussione su due parole sembra francamente troppa, tanto che qualcuno, nel pubblico, si abbiocca di brutto (vedi finale del videino). Gli autori sono l’ungherese Agnes Heller (con la parola “panaszkodàs”, lamento) e lo scozzese Ian Rankin (con la parola “scunnered”, esasperato). La traduttrice è molto brava ma fa una fatica immane, secondo me perché la Heller è un po’ sorda. Tra le altre cose scopro che le uniche parole che l’italiano ha ereditato dall’ungherese sono Paprika, Tocai e Pussa (pussa? come in pussa via?), mentre l’unica derivata dallo scozzese è Salacca/Saracca, che pare sia un’acciuga o anche uno “storcione” tra capo e collo. Apporti fondamentali, direi.

Esco un po’ deluso ma mi sollevo incontrando il mio amico Roberto, che abita a Verona e mi ha raggiunto a Mantova per prendere un caffè con me. Poi, tutti insieme, assistiamo alla lezione culinaria di Fabio Picchi, chef fiorentino, proprietario del Cibreo e Cibreino, che si vede spesso in TV a proclamare le virtù della frittata o dell’olio extra-vergine. L’incontro, al tendone Sordello, è gratuito, e quindi molto affollato. Attendiamo la fine e poi io e Ale andiamo a salutarlo, avendolo conosciuto bene qualche anno fa per delle esibizioni coi Loungerie nel suo Teatro del Sale. Fabio, con quei baffoni da brigante e la faccia da babbo natale buono, sembra contento di vederci e ci propone un’altra data al Teatro. Elenina, la nostra cantante, sarà contenta.

Il mio amico Roberto torna verso Verona, io saluto tutti e, forte del mio pass da giornalista, mi dirigo verso uno degli incontri più attesi della giornata, quello con Niccolò Ammaniti. Gli altri non possono parteciparvi perché è tutto esaurito. C’è una folla enorme, gruppi di ragazzine venute a sostenerlo, e lui se la cava bene. Racconta qualche aneddoto legato al viaggio (“venendo a Mantova ho sentito per tutto il tragitto una puzza terribile. Solo all’arrivo mi sono accorto che qualcuno aveva messo la spazzatura in macchina per buttarla via, ed era rimasta lì”), fa battute (“è solo quando ho letto i minimalisti che ho capito che anch’io potevo scrivere qualcosa”), ci dice in anteprima che nell’estate ha completato il suo ultimo romanzo “Io e te”, fa il modesto e strappa qualche risata. Ma c’è qualcosa che non mi convince. Sarà l’aria da bravo ragazzo, sarà l’impressione che mi trovo davanti a un figlio di papà che ha sudato poco in vita sua, o forse sarà il suo qualunquismo davanti alle domande sulla vicenda Mondadori. A questo proposito apro una parentesi: a molti autori della Einaudi/Mondadori è stato chiesto di lasciare la loro casa editrice perché appartiene a Berlusconi e perché, recentemente, pare abbia avuto delle agevolazioni fiscali non troppo legali; gli autori in questione, su questo argomento, sono molto compatti, e la risposta comune è che non bisogna confondere l’Einaudi con Berlusconi, che sono due cose diverse; Ammaniti, in particolare, fa un po’ lo gnorri, sostenendo che le sue idee sono diverse da quelle del premier, ma che lui non è mai stato censurato. Ora io dico: non è mai stato censurato perché nei suoi libri non c’è niente da censurare. Mi pare che per Saramago non sia andata così, ad esempio. E poi dice che è grave che Berlusconi abbia detto “quelle cose” su Saviano (ricordate?), ma che secondo lui Berlusconi non sa neanche che Saviano pubblica con Mondadori. Ora, non è un po’ un discorso a c**zo? Insomma, non mi convince proprio, questo Ammaniti. Meglio lasciar parlare i suoi libri, forse.

L’incontro finisce intorno alle 20, e io raggiungo gli altri all’Osteria Ai Ranari, con tipica cucina mantovana, semplice e anche economica. Ci sono vari VIP. Al tavolo accanto al nostro c’è uno scrittore straniero un po’ anzianotto che, consultando la guida degli scrittori al Festival, scopriamo essere il pittore, critico e scrittore londinese John Berger. Lo vedrete ridere nel videino in fondo al post. Pochi tavoli più in là riconosciamo l’ex magistrato Gherardo Colombo, una delle facce più note ai tempi di tangentopoli. Chissà perché, intuisco che si tratta di un’osteria dove si mangia bene. Purtroppo però devo accontentarmi di un primo in fretta, perché dobbiamo lasciare il tavolo per quelli del secondo turno (20e40). Torniamo in centro al tendone vicino alla sala stampa, dove c’è un incontro con tre scrittori giovani (tra cui di nuovo la Murgia), ma non seguo per niente perché mi metto a scrivere il mio articolo per il giornale. La sala stampa però è già chiusa, quindi lo spedirò per prima cosa l’indomani mattina. Avrò il tempo di riguardarlo nella camera del B&B. Raggiungiamo Riccardo a un bar ed è lì che vediamo Charles Aznavour passeggiare al fianco di una giovane biondona. Nessuno di noi ha il coraggio di fermarlo (nemmeno Alessandra!) e lo lasciamo andare, tanto so che lo rivedrò domani all’incontro pomeridiano. Prima di tornare al Laghét scopriamo che poco fuori dal centro c’è un concerto collaterale di alcuni gruppi rock, tra cui i Criminal Jokers, giovane e talentuosa band pisana già ospite, lo scorso inverno, al Teatrofficina Refugio. Decidiamo di assistere alla loro bella performance (il cantante-batterista è una forza della natura, sul palco) e poi ce ne andiamo a dormire. Rimarrò sveglio fino alle due per correggere, scorciare e rivedere il mio articolo. Sono stanco ma soddisfatto. E domani si ricomincia.

Come ciliegina finale, posto il videino montato da Alessandra sui giorni del festival. Come dice Virginia, molto indy…

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