Le ragioni di un rifiuto

Se vi ricordate, durante l’estate, Il Tirreno ha avuto un inserto di raccontini dal tema “Le parole che non ti ho detto”, o qualcosa di simile. Il mio gruppo di lettura, Qwerty, ha partecipato in qualità di outsiders, nel senso che c’era una selezione di racconti nostri che però non partecipavano al concorso (in palio c’era, se non sbaglio, un weekend romantico per due; a giorni si saprà chi l’ha vinto). Io ho scritto due racconti, entrambi pubblicati, dal titolo La conversazione e La lettera, prontamente ribattezzati, dal Tirreno, La conversazione a senso unico e Caro Riccardo, allora sposiamoci, entrambi scelti, manco a farlo apposta, per rovinare la sorpresa finale. Se vi ricordate, ho già ironizzato a tal proposito su questo blog (se non vi ricordate, basta che clicchiate sui link ai titoli dei racconti).

Durante l’estate, il gruppo Qwerty è andato in vacanza, ma qualcuno di noi ha continuato a scrivere mini-racconti in tema da spedire al Tirreno. Anche a me era venuta un’idea, allora ne ho scritto uno e l’ho spedito sotto pseudonimo (era firmato Ginger). Lo spunto era carino, secondo me, e di sicuro riconoscerete il mio stile. Il racconto però non è stato selezionato, e mi è parso un po’ strano perché, diciamocelo, la qualità media di quelli pubblicati non era molto alta. Il mio non avrebbe sfigurato, credo, eppure è stato scartato. Mi ero anche premunito, inventando un titolo piuttosto lungo che occupasse più spazio (riflettendo coi Qwertyni, infatti, eravamo arrivati alla conclusione che i titoli malamente cambiati erano stati “gonfiati” per occupare almeno due righe, per motivi di impaginazione).  Il titolo col quale l’ho inviato era qualcosa del tipo Una notte al monastero di Creta, ma quello originale è semplicemente Creta. Insomma, ci ho pensato un po’ a quale potessero essere le ragioni del rifiuto (ho sbagliato pseudonimo? Non gli ho dato la soddisfazione di allungare il titolo?). Infine mi sono semplicemente detto che forse non era piaciuto (de gustibus…).

Il gruppo Qwerty, nel frattempo, si è ritrovato dopo le vacanze, e ne abbiamo approfittato per leggere i racconti scritti durante la pausa estiva. Io ho portato il mio Creta e l’ho letto davanti a tutti. Loro non hanno avuto dubbi sul perché non fosse stato pubblicato; io, ingenuamente, non ci avevo pensato. Mi scordo sempre a che livello di arretratezza culturale siamo in Italia.

Voi che ne dite? Il rifiuto è solo una questione di scarsa qualità del racconto, o c’è sotto qualcos’altro? Non dico altro per non influenzarvi, ma copio il racconto così com’era al momento dell’invio al giornale.

Creta

Seduti al tavolino di un bar del centro, in un pomeriggio di luglio, un uomo e una donna parlano. Lui suda molto, lei non può fare a meno di notare le chiazze di umidità sul petto e intorno alle ascelle. Lei si fa aria al viso con un cartoncino che ha trovato sul tavolo, lui guarda ipnotizzato un ciuffetto di capelli che, ad ogni sventolata, le sorpassa l’orecchio e torna indietro. La conversazione si è interrotta per qualche minuto, ed è lei che riprende a parlare.

“Cosa stavo dicendo?”

“Parlavi di Creta.”

“Anche lì si moriva dal caldo, ricordi?”

“Sì, peggio dei Tropici.”

“Ricordi la sera che non trovammo un albergo e ci ospitarono in quel monastero bizantino?”

“Sì, all’inizio i frati non volevano, poi tu riuscisti a convincerli.”

“Però non ci permisero di dormire nella stessa camera. Su questo furono categorici.”

“Forse perché non eravamo ancora sposati.”

“Può darsi. Il pomeriggio al mare avevamo parlato di noi due, di come volevamo essere una coppia aperta. Fu l’unica volta che affrontammo l’argomento. Ricordi?”

“Sì, me lo ricordo bene.”

“Ci fecero andare a letto presto. Verso le dieci qualcuno bussò alla mia porta. Pensavo fossi tu che, romanticamente, eri venuto di nascosto a trovarmi. Quando ho aperto, mi sono trovata davanti il frate che ci aveva accolti. Sembrava un altro. Non aveva più il saio, ma una camicia bianca. Era abbronzato, bellissimo. Voleva sapere se era tutto a posto. Io l’ho fatto entrare. Ho chiuso la porta. Sono tornata a letto. Gli ho fatto cenno di distendersi accanto a me. È stata l’unica volta, in tutti questi anni, che ho dormito con un altro. Ma ero arrabbiata con te. E lui era troppo bello. Dì, te lo ricordi? Aveva un modo di fare…”

“Sì, aveva un modo di fare che non potevi dirgli di no. Me lo ricordo bene. A mezzanotte bussò anche alla mia porta.”

***

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