La classifica dei migliori incipit letterari

L’American Book Review ha scelto i cento incipit letterari più belli di tutti i tempi, ovviamente con una campanilistica predilezione per i romanzi in lingua inglese. Me li sono letti tutti. Alcuni li ricordavo, altri no, altri ancora appartengono a romanzi che non ho mai letto o che non conosco neppure. L’unico italiano in classifica è Italo Calvino (quattordicesimo), con l’inizio di Se una notte d’inverno un viaggiatore (“Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.”), che ricordavo per la sua natura autoreferenziale. E’ curioso spulciare tutta la classifica, per vedere chi c’è, chi manca, se siamo d’accordo coi primi posti… Non so se ve l’ho mai detto, ma a me piacciono liste e classifiche.

La prima considerazione che ho fatto è questa: cosa intendono loro per incipit? Wikipedia ci dice a tal proposito: “Se nella terminologia canonica, la voce incipit definisce propriamente la parola o la frase iniziale di un qualsiasi componimento, l’uso che viene fatto nell’attuale critica letteraria moderna è più esteso. Non solo dunque la prima parola o la prima frase ma l’intera tranche d’avvio che può essere di lunghezza diversa”. E infatti l’American Book Review ha selezionato incipit brevissimi, di una sola frase, e altri molto più complessi, composti da un intero, lungo periodo. Mi è parso di capire che per loro l’incipit arrivi fino a dove l’autore mette il primo punto fermo.

Il primo classificato è risultato Moby Dick, col suo lapidario “Call me Ishmael” (Chiamatemi Ismaele). Sì, niente male, ma c’è di meglio. Scorrendo la classifica troviamo, nell’ordine, Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, L’Arcobaleno della Gravità di Thomas Pynchon, 100 Anni di Solitudine di Marquez, Lolita di Nabokov, che ricordavo (“Lolita, light of my life, fire of my loins”) e, soltanto al sesto posto, l’incipit di Anna Karenina, che secondo me è bellissimo ed eterno:

“Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. E si continua con Joyce, Orwell, Dickens, Ellison, Twain, Kafka, ma è al sedicesimo posto che trovo un altro incipit che mi piace molto, tratto da Murphy di Beckett (che non ho ancora letto): “The sun shone, having no alternative, on the nothing new” (Il sole splendeva, senza possibilità di alternativa, sul niente di nuovo). Al 28° posto trovo un’altro incipit che mi colpì quando lo lessi: “Oggi la mamma è morta”, seguito da una seconda frase altrettanto folgorante (“O forse ieri, non so”). Lo riconoscete? Certo, è Lo Straniero di Camus.

Ora, non sto a riassumervi tutto, potete andare direttamente QUI, spulciare l’intera classifica (la conoscenza di un po’ d’inglese potrebbe esservi d’aiuto…), e decidere su cosa siete d’accordo e cosa no. E, più che altro, chiedervi: cos’è che rende un incipit indimenticabile? La sua lapidarietà? La capacità di raccontare/anticipare un intero mondo nel primo paragrafo? L’espressione di una verità universale?

Io ricordo a memoria soltanto un incipit, perché l’ho sempre trovato molto malinconico. Non solo la prima frase, ma l’intera prima pagina. Stranamente è tratto da un romanzo italiano, dico stranamente perché io, come gusti letterari, sono più esterofilo. Forse molti storceranno la bocca, ma a me piace proprio questo. Fa così:

“A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa, attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline…”

L’avete riconosciuto? No? Basta che digitiate le prime parole su Google e avrete la soluzione.

E il vostro incipit preferito qual è? E cosa ve lo rende così caro? E’ incluso nella classifica dell’American Book Review? Giù, fatemi sapere, sono curioso…

Annunci

About this entry