Settimo: non rubare

Ieri, come lo scorso anno, ho fatto un salto al Pisa Book Festival. Io e Alessandra abbiamo girato tra gli stand della piccola editoria, ma l’atmosfera (sarà che era soltanto il primo giorno) era un po’ tristina. Certo, il paragone col Festivaletteratura di Mantova è penalizzante, per Pisa. Non ho visto grandi nomi o grandi incontri, la maggior parte dei quali, almeno ieri, era dedicata alla letteratura portoghese. C’è da dire però che era tutto gratis (tranne un corso di scrittura creativa che invece era piuttosto caruccio) e che molti degli stand praticavano sconti fino al trenta per cento sui loro titoli. In più, quest’anno, c’era una specie di concorso letterario a cui io, assieme a molti dei componenti del mio gruppo di scrittura QWERTY, abbiamo partecipato con scarsi risultati. Anzi, nulli, visto che nessuno di noi è stato selezionato. L’idea era carina, si chiamava Fantareale Slam. Dovevamo scrivere un racconto fantastico nel quale un libro, o gli elementi di un libro (parole, pagine, personaggi, ambienti, ecc.) prendono vita nel mondo “reale”. A parte questa, l’unica altra regola è che il racconto doveva essere piuttosto breve, ovvero il suo tempo di lettura non doveva superare i cinque minuti poiché gli otto finalisti avrebbero poi dovuto leggerlo davanti alla platea giudicante, come in un uno slam contest (coi racconti invece che con la poesia). Ovviamente io e Ale siamo andati ad ascoltarli, questi finalisti, divisi in due tranche di quattro. Alcuni racconti erano insignificanti, altri proprio bruttini, un paio carini, uno fuori tema. Come dice Ale: robetta. Il pubblico auditore e votante era scarso (una trentina di persone al massimo), per cui alcuni racconti hanno ricevuto pochissimi voti. Ovviamente i più votati sono stati quelli più “leggerini” e spensierati. Che era l’idea iniziale che avevo avuto anch’io, ovvero scrivere un raccontino dove Miss Marple, impicciona e chiacchierona più che mai, si manifestava nella vita di un/una protagonista mettendo in subbuglio la sua vita amorosa. Qualcosa di comico e disimpegnato, quindi. Quando però mi sono ritrovato a scriverlo, la tastiera ha digitato tutt’altre parole, ha creato tutt’altre atmosfere, e alla fine è venuto fuori un racconto completamente diverso. L’ho intitolato “Settimo: non rubare”. E ho fatto molta fatica a farlo rientrare nei cinque minuti di lettura previsti. Però fa schiantare dalle risate…

Settimo: non rubare

Ho di nuovo controllato la mia stanza. Sono sicura di averla lasciata nel solito posto, nel carillon accanto al letto. Ho chiesto alle consorelle, se hanno visto la mia spilla, quella con cui mi appunto il velo tutte le mattine. Non è preziosa, è d’argento con un piccolo zircone, ma ci tengo, me l’aveva regalata la nonna il giorno in cui ho preso i voti. Ieri, quando sono tornata dal bagno e non l’ho trovata, ho provato uno strano presentimento. Come se qualcuno avesse frugato tra le mie cose. Ma la stanza era in ordine, tranne un libro che dallo scaffale era caduto sul pavimento. Giaceva per terra, aperto a metà.

Stamani, come tutte le mattine, esco in cortile a fare l’appello. I bambini sono in fila, dritti, ma con la testa che penzola dal sonno. Rispondono di malavoglia. C’è qualcosa che non torna, qualcosa che non è esattamente al suo posto in questa piccola folla di esserini fragili. A volte mi chiedo perché Dio li abbia lasciati soli al mondo. Mi chiedo chi di loro potrebbe avermi rubato la spilla. Poi mi pento di tutt’e due le domande e chiedo scusa al Signore.

Durante la messa li osservo di nuovo, i miei orfanelli. Sembrano angioletti, guardali come rispondono in coro al prete, sentili come cantano, con le loro voci bianche. Ma chi è quel bambino che non apre bocca? Che si guarda intorno spaesato? Come si chiama? Quando è arrivato? Possibile che non me ne ricordi? Guarda com’è sporco, non si è lavato stamattina? E non si è neanche tolto il cappello dalla testa. Quando Don Riccardo dà la benedizione finale, vado verso di lui, ma i bambini cominciano a correre fuori e si disperdono come polline al vento. Anche lui scappa via, cerco di afferrarlo per un braccio ma è un’anguilla, è furbo, è veloce, e nel passarmi accanto tenta di togliermi il velo. Sono sicura. È lui il colpevole.

Vado dalla Madre Superiora.

“Suor Orsola, è un po’ che non la vedo, sta un po’ meglio?”

“Sì, meglio, grazie.”

“So che la morte di sua nonna è stato un duro colpo, per lei, ma deve farsi forza e confidare nel Signore.”

“È quello che sto cercando di fare. Senta, Madre, c’è qualche bambino nuovo, di cui non sono a conoscenza?”

“Un bambino nuovo? Non che io sappia. Gli ultimi sono arrivati due mesi fa, dovrebbe conoscerli.”

“Vede, ce n’è uno che non avevo mai notato, è tutto sporco, e stamani alla messa…”

“Mi sembra strano. Dopo cena faccia una visita nel dormitorio. Sono sicura che risolverà la questione.”

Obbedisco alla Madre, ma nelle camerate il ladruncolo non c’è. Sulla strada per la mia stanza, però, lo vedo nel corridoio. Apre la porta della mia camera e si infila dentro. Mi affretto, voglio coglierlo in flagrante, ma quando entro, la stanza è vuota. Dal mio comodino manca la bibbia, quella rilegata in oro. Il furfante deve averla rubata e poi è scappato dalla finestra. Ma la finestra è chiusa. Guardo dappertutto, sono sola. Ancora una volta, un libro a terra, aperto. Lo raccolgo. È lo stesso di stamattina. Lo richiudo. Lo rimetto al suo posto. Vado a dormire. Faccio sogni agitati.

All’alba mi sveglio, mi inginocchio e recito le mie preghiere. Poi esco dalla stanza e vado a lavarmi. Quando torno, accosto l’orecchio alla porta. Sento un tonfo sordo. In fretta apro e lo vedo. È in piedi vicino alla libreria. Accanto, per terra, c’è un libro aperto, sempre il solito. Corro verso il bambino, sembra leggermente stordito. Lo afferro per il collo, stavolta non mi scappa. La presa salda lo risveglia all’istante, mi colpisce con un pugno sul naso. È più forte di quanto mi immaginassi. Sento il sangue che mi cola sulla bocca, ma non lo lascio andare. Lui comincia a gridare.

“What the fuck do you want? Let me go, let me go, you stupid bitch!”

Con le sue unghie sudicie mi graffia una guancia, poi mi morde una mano, allora con forza lo scaravento contro la parete. Il Signore mi perdonerà. Non è un figlio di Dio, questo, è opera del demonio. Lo lascio svenuto in un angolo. Gli frugo nelle tasche, cerco le mie cose, ma non ve n’è traccia. È un bambino cattivo, dopo tanti anni li riconosco, io. Devo liberarmene, prima che influenzi tutti gli altri. So cosa devo fare. Raccolgo il libro per terra. Mi avvio verso lo stagno. È ancora presto, dormono tutti. Scaglio il libro in mezzo all’acqua. Per un po’ galleggia con la copertina verso l’alto. Il titolo, in caratteri dorati, risplende alla luce dell’alba. È stato il primo libro che ho ricevuto in regalo dalla nonna, il primo che abbia mai letto. Oliver Twist. Lo guardo affondare nell’acqua nera e ho una certezza: so che con lui sparirà anche quel figlio del demonio. E forse ricomparirà la mia spilla. E la mia bibbia. Torno indietro e mi fermo davanti alla porta. È tutto un silenzio. Apro. Il bambino è ancora lì per terra. Intorno a lui, una grande pozza d’acqua. Ha il volto bianco e gonfio, le labbra blu. Non respira più. Non è tornato nel suo mondo. Mi faccio il segno della croce, lo sollevo, è freddo come il marmo, lo adagio sul mio letto.

Quando la madre superiora, dopo molte ore, viene a cercarmi, mi trova ancora lì. Col mio velo asciugo il volto senza vita di Oliver, i suoi capelli ancora bagnati. Neanche davanti alla polizia smetto di piangere. Per la mia spilla, per la mia bibbia, per la nonna che non c’è più. Per quella creatura che altro non era se non un bambino. Un esserino come tutti gli altri.

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Et voilà, tristezza per favore vai via.

Vi lascio con una citazione video-musicale, una canzone che parla proprio del personaggio di un libro che improvvisamente si ritrova nella vita reale, nel “mondo sensuale” (stepping out of the page into the sensual world…). Ve la ricordavate? Io ero ancora al liceo. A proposito di fantareale…

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