Il film di Banksy in anteprima al Teatrofficina Refugio!

Quando nell’estate del 2009 io e Alessandra siamo andati a Londra, abbiamo visto una mostra d’arte eccezionale. Più che una mostra, era un vero e proprio happening. Un evento di quelli che, nel futuro, si può orgogliosamente dire: “Io c’ero.” Londra riserva sempre delle belle sorprese. Già quando andammo lì nel 1997 assistemmo a due eventi indimenticabili, uno di carattere artistico, l’altro di carattere sociologico: la mostra “Sensation“, con tutte le opere di quelli che sarebbero diventati i più importanti artisti britannici (Mueck, Hirst ecc.) e il funerale di Lady D., un delirio collettivo che vide per strada milioni e milioni di persone. Nel 2009, però, il grande avvenimento non è stato a Londra. L’ultimo giorno del nostro soggiorno nella capitale inglese prendemmo un costosissimo treno spostandoci a ovest, per visitare una città che, fino ad allora, conoscevo solo per essere la città natale dei Portishead nonché, qualche secolo prima, il porto da cui partivano le navi cariche di schiavi. Sto parlando di Bristol. In realtà non avevamo intenzione di visitare la città, ma assistere a un evento unico nel suo genere: la prima mostra monotematica dedicata allo (e organizzata dallo) street artist più famoso e misterioso (e quotato) del momento: BANKSY. Già nei nostri infaticabili giri londinesi, avevo dato la caccia alle sue opere per strada, sbirciando tutti i muri e seguendo le indicazioni di un libro che avevo comprato ma che era, ahimé, già vecchio di un paio di anni. E si sa che, col tempo e con la miope amministrazione cittadina, i graffiti, gli stencils e i murales, anche quelli più belli, subiscono cambiamenti drastici, primo tra tutti, la cancellazione. Ad esempio, mi ero accorto che una delle opere di Banksy più celebri, quella dedicata a Pulp Fiction, con John Travolta e Samuel L. Jackson che stringono una banana invece di una pistola, era stata sostituita da un altro mural, stavolta ad opera (come ho saputo più tardi) di Mantis:

Non mi sono dato per vinto, e con grande sforzo ho trovato altre due opere che potevano sembrare di Banksy, tranne poi sapere, da un commento su Flickr di un esperto banksiano, che non lo erano:

Sapevo che, se volevo vedere Banksy, dovevo andare nella sua città d’origine, Bristol. Al Bristol Museum, infatti, era stata allestita, dallo stesso Banksy, la prima mostra interamente dedicata a lui. Arrivati lì abbiamo dovuto fare una coda di due ore e mezzo, prima di entrare.

C’erano addirittura delle persone che offrivano il tè e il caffè gratis per scaldare il cuore dei poveri appassionati in fila.

Dopo due ore e mezzo, finalmente, riusciamo a entrare. Per farvela breve, tutto il museo era stato rivoluzionato in vista di questa mostra. In pratica non c’erano solo delle stanze interamente dedicate a Banksy, ma anche tutte le altre stanze della mostra permanente erano disseminate di tracce dell’artista, in puro stile banksiano. Cioè, in mezzo a delle porcellane antiche, si poteva vedere ad esempio una tazzina di plastica, o camuffato insieme a quadri paesaggistici dell’800, un quadro di Banksy con gli ufo. Ma queste opere extra non erano segnalate, quindi era una specie di caccia al tesoro per vedere dove Banksy aveva messo lo zampino. Mi sono divertito tantissimo. Ho scattato centinaia di foto, partendo dal grande atrio, dove Banksy aveva rivisitato la scultura classica a modo proprio:

La biglietteria era un camoncino dei gelati che, visto dall’alto, appariva così:

Davanti al camioncino ti dava il benvenuto un inquietante agente antisommossa su uno scricchiolante cavallo a dondolo:

Si passava poi alle stanze con le sue opere vere e proprie; alcuni quadri belli e divertenti, spesso provocatori:

Da qui, poi, si passava nella stanza delle “sculture viventi”. In foto non rendono altrettanto bene, ma posso garantirvi che il salame fallico che strisciava, o i pezzetti di pollo che si muovevano, o i bastoncini di pesce che nuotavano nell’acqua, facevano il loro effetto.

Ma la mia preferita credo fosse Rocking Tweety, un Titti che dondola nella sua gabbietta, ormai irrimediabilmente invecchiato:

Poi cominciando ad esplorare il museo, si poteva vedere la collezione permanente “classica”, all’interno della quale erano disseminati i quadri di Banksy. Qui in foto forse non potete capirlo, ma in pratica tutte le opere di Banksy erano “infiltrate” all’interno di stanze con quadri “veri” di altri artisti, per cui, il vederle là in mezzo, dava come un senso di straniamento, e non riuscivi a percepirle subito, ma quando te ne rendevi conto, era una gioia per il cuore e per l’intelletto. Come direbbe Mrs Purple, e come potrebbe testimoniare Alessandra che era con me, ero invasatissimo.

Questa operazione di mettere una sua opera dissacratoria all’interno di altre ufficiali, in realtà, è una cosa che Banksy aveva già fatto in passato, appendendo di nascosto un suo quadro all’interno di un museo nazionale. O, ad esempio, mettendo dei cd camuffati di Paris Hilton in un negozio di dischi, insieme a quelli originali. Chissà quanto valgono adesso quelli falsi!

Il nostro giro è continuato minuzioso per tutti gli anfratti del museo, in una frenetica caccia al tesoro. Seguivamo la piantina del museo, e solo dopo molto tempo ci siamo accorti di una cosa strana nella descrizine delle sale:

Non notate niente di strano? No? Guardate a destra la scritta della sala delle ceramiche: “Boring old plates” (vecchi piatti noiosi), frase che suppongo non sia stato redatta dal curatore ufficiale del museo. Nella parte dedicata alla storia naturale, c’era un agnellino con una maschera sadomaso:

E poi una cacca-gelato spiaccicata sul cemento:

La valigetta di banconote false con l’effigie di Lady Diana:

Ho molte altre foto che ho pubblicato su Flickr di quella mostra, ma non posso mettervele tutte. Chi fosse ancora interessato può cliccare QUI e vedere tutto il set ad essa dedicato.

Ma adesso vi metto un’altra foto che mi permette di riallacciarmi con lo scopo vero di questo post, che non è di sola divulgazione, ma anche di promozione.

“Exit through the gift shop”, infatti, è il titolo che Banksy ha dato al film-documentario dedicato a se stesso e alla street art. E’ un film che sta avendo un grande successo in tutto il mondo e che ancora non è uscito nelle sale italiane e chissà se mai uscirà. Si trova su Internet, ma senza sottotitoli italiani. E qui sta il bello: lunedì prossimo, 1 novembre, alle 22, Exit Through the Gift Shop sarà proiettato in anteprima al Teatrofficina Refugio, e per l’evento abbiamo anche tradotto i sottotitoli in italiano! E’ un’occasione da non perdere, se siete appassionati di Banksy, della street art, del documentario o del cinema in generale. Io l’ho visto ed è molto divertente, in puro stile banksiano. Non aggiungo altro, non voglio rovinarvi la sorpresa. Vi metto però il trailer inglese. Sperando di avervi incuriosito.

 

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