La scelta di un titolo azzeccato e la mia presentazione a Lucca

Ieri ho presentato il mio libro, La Fine Soltanto, alla libreria Ubik di Lucca. Devo ringraziare il collega e amico Michele Cecchini, lucchese di nascita ma livornese d’adozione, per questa occasione. E’ stato proprio lui a presentarmi e a introdurre il mio libro. A tal proposito martedì scorso ci siamo trovati alla Gaia Scienza e ne abbiamo parlato un po’. Michele, in viaggio sul treno regionale da Roma a Livorno, si era riletto il libro e preparato, con la sua minuta calligrafia, svariati fogliettini con spunti, osservazioni e domande. Una di queste riguardava la scelta dei titoli per i racconti. Ed è una domanda a cui mi sono già ritrovato di fronte durante una delle precedenti presentazioni del libro, e davanti alla quale non voglio farmi trovare impreparato. Perché non ci ho mai riflettuto a lungo. Eppure scegliere un titolo è importante, e non può essere casuale. Ho letto un po’ di cose su internet, al riguardo. Ho scoperto, ad esempio, che Pride and Prejudice di Jane Austen avrebbe dovuto intitolarsi First Impressions; L’isola del tesoro di Stevenson si chiamava inizialmente Il cuoco di mare; e se vi dicessi che L’ultimo uomo d’Europa e Il regno vicino al mare sono i titoli originari di due romanzi famosissimi, riuscireste a indovinare quali sono? No? Semplice: il primo è 1984 di Orwell e il secondo è Lolita di Nabokov. La seconda scelta, semplice e lapidaria, mi sembra certamente più adatta. E sapevate che Fitzgerald, prima di decidersi per The Great Gatsby, aveva preso in considerazione dei titoli quanto meno opinabili, come Trimalchio in West Egg; Among Ash-Heaps and Millionaires; On the Road to West Egg; Under the Red, White, and Blue; Gold-Hatted Gatsby; The High-Bouncing Lover?

Tutti, dai nostri ricordi del liceo, sappiamo che I promessi sposi si intitolava in origine Fermo e Lucia e molti sanno che La solitudine dei numeri primi ha preso il suo titolo (e, con esso, gran parte del suo successo) da un’idea di Antonio Franchini, editor di Mondadori.

E quindi? Cosa risponderò a Michele Cecchini quando mi farà questa domanda? Il problema è che io, di titoli, ne ho dovuti scegliere 20, come il numero di racconti inclusi nella raccolta. Qualcuno è stato facile, qualcun altro un po’ meno. Meduse, ad esempio, è venuto da sé, perché è l’immagine che più rimane impressa del racconto, e quella su cui è imperniato l’intero racconto. La fine soltanto, che è il titolo della raccolta, ma anche dell’ultimo racconto, è nato dalla frase che chiudeva il racconto stesso, che però poi ho tagliato insieme a tutto l’epilogo. Ma il titolo è rimasto, perché secondo me si prestava a riassumere, con sole tre parole, l’universo tematico e formale dell’intera raccolta. D’istruzione è stato scelto, ovviamente, per il gioco di parole, dove insieme all’ambientazione scolastica, volevo suggerire un’incapacità degli adulti di comprendere l’universo dell’infanzia. Alcuni titoli descrivono il cuore pulsante del racconto, e su di essi non ho avuto dubbi: Il piede della pianista, ad esempio, è incentrato sull’ossessione di una musicista verso un dolore che ha al piede e che l’accompagna per tutta la vicenda; Il venerdì nero è il giorno in cui si è verificata una catastrofe e attorno alla quale si è adattata la vita dei protagonisti; Sul molo prende il titolo dal fatto che la vicenda si svolge tutta sul molo di Livorno; Il velo di Maya fa riferimento a Schopenhauer, e il racconto è basato proprio sul fatto che, quando il velo della conoscenza si squarcia, niente è più come prima.

Tra tutti i titoli della raccolta, Shopping è quello più enigmatico, nel senso che punta l’attenzione su un fatto secondario rispetto al resto, ma devo dire che in fondo mi piace molto, proprio perché uno si immagina persone che vanno a fare compere guardando le vetrine e poi legge una cosa che parla di tutt’altro.

E riguardo ai cambiamenti? Sì, anch’io ne ho fatti alcuni. Il racconto che apre la raccolta si intitolava in origine Il progetto (più azzeccato rispetto al contenuto), poi trasformato ne Il prologo, proprio perché funge da prologo all’intera raccolta. Se non lo avessi messo all’inizio, avrebbe ancora il titolo originario. I cambiamenti più evidenti, però, sono stati due: il primo riguarda il racconto Il cinghiale, che a ripensarci fa un po’ ridere. Si intitolava semplicemente Vallombrosa, perché racconta la storia di alcuni ragazzini durante la colonia estiva in quel paesino. Siccome però volevo dar risalto a un avvenimento che segna il cambiamento di visione del protagonista, allora ho scelto un titolo meno aulico e più selvatico. L’altro è Gregory Steps, titolo e nome del protagonista di quello che in origine si intitolava Colimpax, dal nome del macchinario che porta avanti questa strampalata storia di fantascienza. Perché l’ho cambiato? Boh, forse perché mi piaceva il nome del personaggio.

Sempre spulciando su internet, ho trovato un sito inglese di scrittura dove si consiglia come scegliere il titolo per un romanzo. Le regole fondamentali sono: scegliere un titolo che non sia scontato, che rimanga impresso nella mente, che sia appropriato al contenuto. In più ci sono altri dodici sotto-suggerimenti che potrebbero tornare comodi: un titolo può essere un’espressione popolare (toh, proprio come il mio ultimo Impara l’arte!), un gioco di parole, una citazione, il nome del protagonista (sempre che sia un bel nome, dico io: ad esempio Martin Eden è perfetto) o di un luogo, ecc.

Io credo semplicemente che un titolo, al di là della coerenza col racconto, deve suonare bene ed essere suggestivo, deve cioè incuriosire il lettore ad andare al di là del titolo stesso e leggere tutto il libro. E in definitiva, sapete che vi dico? Lasciatevi guidare dall’istinto. Alla fine io ho fatto così.

 

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