Una bella canzone triste: “Casimir Pulaski Day” di Sufjan Stevens

Era da tanto che volevo scrivere un post su questa canzone, perché credo sia uno dei pezzi più belli e malinconici che abbia mai ascoltato, e parlo sia del testo che della semplice (quattro accordi: Re, Do, Lam, Sol) e struggente melodia. L’autore è il genietto della musica folk (ma folk è altamente riduttivo, per lui) Sufjan Stevens, l’album che ho consumato ascoltandolo in macchina è Illinois (o, come compare sulla copertina, Come on, Feel the Illinoise) – più volte citato tra i migliori album del 2005 – e la canzone è Casimir Pulaski Day. Ma prima di ascoltarla e di leggere la traduzione c’è bisogno di un’introduzione.

Sufjian Stevens, nato a Detroit, Michigan, nel 1975, esordisce nel 1999 con l’album A Sun Came, a cui seguono nel 2001 Enjoy your Rabbit, un concept album ispirato ai segni zodiacali cinesi e, nel 2003, Michigan, un altro concept con brani ispirati allo stato americano in cui è nato l’artista e a cui, almeno nel megalomane progetto iniziale (a quanto pare abortito in seguito), avrebbero dovuto seguirne altri 49, ciascuno dedicato a uno stato diverso. L’anno successivo esce Seven Swans, che contiene molti brani ispirati a episodi biblici, una caratteristica presente anche negli album precedenti e successivi e che gli farà guadagnare la fama di autore di christian music, estremamente riduttiva per descrivere la varietà e la complessità dei suoi testi. Certo è che, con tutti quei riferimenti a Dio e quella faccia da bravo ragazzo della porta accanto, Sufjan sembra davvero un catechista.

Finalmente, nel 2005, esce il suo capolavoro, Illinois, il secondo dei concept album dedicato agli Stati Uniti. In esso Sufjan esplora il Michigan prendendo spunto da luoghi, personaggi ed eventi  di quello stato: Chicago, Jacksonville, il serial killer John Wayne Gacy Jr, l’esposizione mondiale del 1893, un avvistamento di UFO, Superman, il poeta Carl Sandburg, ecc. Oltre a essere autore dei testi e delle musiche di tutti i suoi pezzi, Sufjan è anche ottimo polistrumentista (chitarra, banjo, piano, batteria, corno, oboe) e arrangiatore, e alterna brani musicalmente più scarni (come quello di cui andiamo a parlare) ad altri con ricche orchestrazioni e cori, basti ascoltare un altro dei miei pezzi preferiti dell’album, Chicago, o quello che dà il nome all’intero album, Come on, Feel the Illinoise, che a circa metà si apre in una melodia completamente diversa (e infatti sono due canzoni assemblate in una, la prima dedicata all’esposizione mondiale e la seconda, più leggera, dedicata al poeta Carl Sandburg).

 

Ma passiamo ora a Casimir Pulaski Day, il cui titolo fa riferimento a una festività del Michigan che celebra un ufficiale di origine polacca che combatté durante la rivoluzione americana. Ma il titolo c’entra poco col testo della canzone, che è una storia intimista d’amicizia, d’amore, di perdita e di risposte da cercare nella religione. Ma basta con le ciance, eccovi la canzone: purtroppo non esiste il video ufficiale, ma almeno ascoltate il pezzo senza distrarvi con le immagini e potete leggere il testo che riporto sotto il video. Seguiranno la traduzione e il commento.

Casimir Pulaski Day – Sufjan Stevens

Golden rod and the 4-H stone
The things I brought you
When I found out you had cancer of the bone

Your father cried on the telephone
And he drove his car to the Navy yard
Just to prove that he was sorry

In the morning through the window shade
When the light pressed up against your shoulder blade
I could see what you were reading

Oh the glory that the lord has made
And the complications you could do without
When I kissed you on the mouth

Tuesday night at the bible study
We lift our hands and pray over your body
But nothing ever happens

I remember at Michael’s house
In the living room when you kissed my neck
And I almost touched your blouse

In the morning at the top of the stairs
When your father found out what we did that night
And you told me you were scared

Oh the glory when you ran outside
With your shirt tucked in and your shoes untied
And you told me not to follow you

Sunday night when I cleaned the house
I find the card where you wrote it out
With the pictures of your mother

On the floor at the great divide
With my shirt tucked in and my shoes untied
I am crying in the bathroom

In the morning when you finally go
And the nurse runs in with her head hung low
And the cardinal hits the window

In the morning in the winter shade
On the first of March on the holiday
I thought I saw you breathing

Oh the glory that the lord has made
And the complications when I see his face
In the morning in the window

Oh the glory when he took our place
But he took my shoulders and he shook my face
And he takes and he takes and he takes

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Il testo è per certi versi facile e diretto, per altri leggermente oscuro, perché fa riferimento a eventi “privati” che non vengono spiegati all’ascoltatore. A parte la melodia, ci sono molte cose che mi piacciono di questa canzone: il fatto che le parole si sposino così bene con la musica, la delicatezza con cui parla di certi argomenti, ma soprattutto il fatto che “si vede (e si sente) tutto”: mentre la ascolto è se guardassi un film e come se percepissi chiaramente le emozioni dei personaggi.

 

Golden rod and the 4-H stone
The things I brought you
When I found out you had cancer of the bone

Fiori di verbasco e un ciondolo porta fortuna,
Le cose che ti ho portato
Quando ho scoperto che avevi un cancro alle ossa

La prima strofa introduce subito i protagonisti della storia: c’è un io narrante e un “tu”, che per ora non sappiamo chi sia, ma lo intuiremo presto. La traduzione in italiano della prima riga pone dei problemi, perché “Golden Rod” è il nome di una pianta che in italiano si chiama Verga d’Aronne, ed è proprio un nome brutto da usare come inizio della traduzione. Ho però trovato un sinonimo, Verbasco, e ho usato. Anche il “4-H Stone” non è stato facile capire cosa fosse, ma dopo alcune ricerche ho capito che è un ciondolo a forma di quadrifoglio con una H scritta su ciascuna foglia. E’ bello e straziante, questo inizio, perché mette di fronte una sorta d’ingenuità del protagonista alla crudeltà della malattia.

Your father cried on the telephone
And he drove his car to the Navy yard
Just to prove that he was sorry

Tuo padre ha pianto al telefono
E ha guidato fino al cantiere navale
Solo per provare che era dispiaciuto

Ecco a cosa mi riferisco quando dico che alcune cose restano “private”: perché il padre, per provare che è dispiaciuto, guida fino al cantiere? Forse però è un’anticipazione di quel che viene detto più tardi, quando il padre viene nominato di nuovo, e forse non è solo dispiaciuto per la malattia della figlia, forse si sente in colpa per qualcos’altro.

In the morning through the window shade
When the light pressed up against your shoulder blade
I could see what you were reading

La mattina, attraverso le tendine della finestra,
Quando la luce filtrava sulle tue scapole
Potevo vedere quel che leggevi

Immagine che denota una certa intimità tra i due, ma non si capisce se questa scena sia avvebuta prima o dopo la malattia, e quindi mentre lei è nel letto dell’ospedale.

Oh the glory that the lord has made
And the complications you could do without
When I kissed you on the mouth

Oh la gloria che il signore ha creato
E le complicazioni di cui potevi fare a meno
Quando ti ho baciato sulla bocca

Ecco il primo riferimento alla religione, dove però la “gloria” del creato è messa, forse ironicamente, in contrapposizione con un gesto “quotidiano”, dove i due, con un bacio sulla bocca, cessano di essere solo amici, e questo è causa di complicazioni. Ma perché?

Tuesday night at the bible study
We lift our hands and pray over your body
But nothing ever happens

Martedì sera all’incontro sulla bibbia
Alziamo le mani al cielo e preghiamo per il tuo corpo
Ma non succede mai niente

Ecco il secondo riferimento alla religione: i due frequentano insieme un corso di catechismo, o qualcosa del genere; ma qui l’autore con delicatezza, in sole tre righe, descrive la disperazione di chi è malato, di chi prova di tutto per superare quelle difficoltà e racconta al contempo l’inutilità di tutto ciò: dio è impotente di fronte a certi eventi, oppure noi non capiamo perché agisca in quel modo – è il vecchio discorso: se dio è buono, perchè fa morire le persone giovani e innocenti?

I remember at Michael’s house
In the living room when you kissed my neck
And I almost touched your blouse

Mi ricordo, a casa di Michael,
nel salotto, quando mi hai baciato sul collo
E io ho quasi toccato la tua camicetta.

Altro riferimento alla nascente storia d’amore dei due. Qui credo ci sia l’unico accenno al fatto che il malato è una ragazza: blouse è infatti una tipica camicetta femminile. Dico questo perché si ha il sospetto, come ho letto da più parti, che il “tu” a cui si rivolge la canzone sia un altro ragazzo e non una ragazza: per i sensi di colpa, le complicazioni, le reazioni del padre, ecc.

In the morning at the top of the stairs
When your father found out what we did that night
And you told me you were scared

La mattina in cima alle scale
Quando tuo padre ha scoperto cosa avevamo fatto quella notte
E tu mi hai detto che avevi paura

Qui mi pare che ci sia la spiegazione del senso di colpa del padre che va al cantiere e di cui abbiamo letto qualche strofa prima: la ragazza ha paura perché il padre ha scoperto che i due sono andati a letto insieme e l’ha rimproverata/minacciata? Tranne poi scoprire che aveva il cancro e sentirsi in colpa.

Oh the glory when you ran outside
With your shirt tucked in and your shoes untied
And you told me not to follow you

Oh la gloria, quando sei corsa fuori
Con la camicia nei pantaloni e le scarpe slacciate
E mi hai detto di non seguirti

Anche in queste tre righe si vede tutto, come nella scena di un film drammatico. I particolari descrittivi fanno la differenza.

Sunday night when I clean the house
I find the card where you wrote it out
With the pictures of your mother

Sabato notte quando pulisco la casa
Trovo il foglietto scritto da te
Con le foto di tua madre

Ancora un riferimento oscuro: cosa c’è scritto nel foglietto? Non ci è dato di saperlo, è una cosa privata, come se l’autore (il protagonista?) volesse tenere le cose più intime per sé. E la madre, che non è mai stata menzionata prima, dov’è? E’ morta, è fuggita? Ci sono solo le sue foto.

On the floor at the great divide
With my shirt tucked in and my shoes untied
I am crying in the bathroom

Sul pavimento, sulla soglia che divide,
Con la camicia nei pantaloni e le scarpe slacciate
Sto piangendo nel bagno

Il protagonista è seduto sul pavimento del bagno, con la camicia nei pantaloni e le scarpe slacciate, proprio come quando lei è fuggita, e non può far altro che piangere. Il “great divide”, la grande divisione, è un concetto che si riferisce alla divisione tra i morti e i vivi, ed è difficile da tradurre.

In the morning when you finally go
And the nurse runs in with her head hung low
And the cardinal hits the window

La mattina, quando alla fine te ne vai
E l’infermiera corre dentro con la testa bassa
E il cardinale rosso sbatte contro la finestra

Anche qui ci sono dei particolari descrittivi che fanno la differenza, come l’infermiera che entra a testa bassa per annunciare la morte della ragazza. Il “cardinal”, è una specie di passerotto rosso. E’ come se, sbattendo contro la finestra, annunciasse la morte della ragazza. In italiano, però, si perde un doppio significato. La parola “cardinal”, in inglese, oltre a indicare un uccello o un prelato, può voler dire anche “mortale”.

In the morning in the winter shade
On the first of March on the holiday
I thought I saw you breathing

La mattina, nell’ombra invernale
del primo marzo, giorno di festa,
Ho creduto di vederti respirare

Qui c’è il riferimento al titolo, il Casimir Pulaski Day cade infatti ogni primo lunedì di marzo che è appunto il giorno in cui muore la ragazza. E’ bella, poi, questa immagine del protagonista che immagina di vederla respirare ancora.

Oh the glory that the lord has made
And the complications when I see his face
In the morning in the window

Oh la gloria che il signore ha creato
E le complicazioni quando vedo la sua faccia
La mattina nella finestra

Oh the glory when he took our place
But he took my shoulders and he shook my face
And he takes and he takes and he takes

Oh la gloria quando ha preso il nostro posto
Ma mi ha preso per le spalle e mi ha schiaffeggiato
E lui prende e prende e prende

Le ultime due strofe passano dalla narrazione dell’evento alla riflessione su ciò che è successo e su che spiegazione si può dare alle disgrazie che ci succedono. E’ una riflessione su Dio, e sembra che, anche se è ingiusto, e prende, prende, prende, il protagonista si rassegni a questa realtà, non si ribelli, dichiarandosi incapace di comprendere cose più grande di lui – il tipico “God works in mysterious way”, che si dice quando chi è credente non sa dare spiegazioni di quel che succede perché, in definitiva, siamo troppo idioti di fronte a cotale mente creatrice.

Ovviamente io non condivido questa visione religiosa di Sufjan, eppure mi sembra che questa canzone non sia una glorificazione di dio e della religione, quanto piuttosto una riflessione sull’imponderabilità della morte, sia che siamo credenti, sia che non lo siamo.

Cari miei, e voi a che punto siete, nelle vostre riflessioni filosofiche?

Mentre ci pensate, non mi resta che consigliarvi l’ascolto integrale dell’album Illinois, credo che non rimarrete delusi da quella specie di angioletto furbo che è Sufjan Stevens.

 

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